Xi Jinping (foto Ansa)
Politica

Il condominio eurasiatico è in pezzi. Il divorzio tra Mosca e Pechino si consumerà in Italia?

Mattarella, Conte e Di Maio vogliono spingere Roma tra le braccia della Cina. Ma la Terza Roma, Mosca, non ne vuole sapere. E prima o poi si desterà anche la Nuova Roma: Washington.

L'emergenza coronavirus ha fatto dell'Italia una penisola eurasiatica? A scorrere le immagini di cronaca, viene da pensarlo. Le mimetiche del convoglio militare russo giunto a Roma hanno colpito l'immaginario collettivo. Sono specialisti di guerra batteriologica, sono atterrati a Pratica di Mare su ordine di Mosca, la Terza Roma. Nei giorni precedenti, invece, si erano affacciati in Italia i consiglieri medici inviati da Pechino. È possibile che russi e cinesi si muovano in sincrono, coordinando cioè le proprie iniziative e approfittando della distrazione di Washington, la Nuova Roma. È più probabile, tuttavia, che non si muovano affatto in tandem, e anzi competano tra loro. In Italia, ma non solo. Ecco perché.

Un primo indizio viene dai palazzi romani. I militari russi si sono infatti parlati con i loro colleghi italiani, e sono passati per il Ministero della Difesa guidato da Lorenzo Guerini. Si tratta di un ministro del Pd, partito certo non sinofobo ma piuttosto attento a non sconfessare le alleanze atlantiche. Gli aiuti cinesi, invece, sono stati gestiti perlopiù dalla Farnesina, il cui titolare Luigi Di Maio gareggia con Giuseppe Conte a chi è più vicino a Pechino.

A ben vedere, tuttavia, non è solo in Italia che russi e cinesi viaggiano su binari separati. È nel cuore dell'Eurasia, infatti, che si sta consumando un vero e proprio divorzio. L'emergenza coronavirus non ha fatto che allargare e approfondire le crepe nell'architettura di potere a guida cinese. Esportando il coronavirus tra i suoi partner, Pechino ha causato danni enormi all'Iran, facendo letteralmente tornare indietro le lancette della storia al 1979. Anche il Pakistan è stato messo in ginocchio dal coronavirus. Quanto alla Russia, Putin ha appena deciso di fermare il lavoro la settimana prossima in Russia, facendo rimanere in attività solo il personale sanitario e chi fornisce servizi essenziali. Insomma: Mosca non è certo grata a Pechino.

Per i cinesi lo sfaldamento del condominio eurasiatico è un disastro indescrivibile. Non che, intendiamoci, le cose prima del coronavirus andassero benissimo. Sbaglia chi crede che il blocco neo-eurasiatico a guida cinese sia un armonioso blocco capace di trascendere gli interessi dei singoli, a beneficio di un interesse superiore. Secondo questa visione, soprattutto Mosca e Pechino hanno maturato un interesse per un'integrazione così forte da far accantonare il ricordo di secoli di dominazione tartara in Russia e divenire gemelli siamesi, con corpi saldati alla vita e al torace ma teste distinte. Non è così. Bene che vada, quello neo-eurasiatico è sempre stato un club di difficile gestione. Tutti i suoi membri fondatori hanno autocoscienza di impero. Essi, cioè, si rifanno ai grandi Imperi cinese, russo e persiano. Alle popolazioni, in cambio di una massiccia privazione di libertà, è prospettato il ripristino di una centralità nelle vicende globali e dunque la realizzazione di un 'destino manifesto'. Fin dall'inizio, quindi, la Cina è stata in cerca di un superiore interesse neo-eurasiatico, a cui gli altri aspiranti imperi fossero disposti a sacrificare i propri interessi. Le Vie della Seta terrestre e marittima sono state il principale strumento di Xi per coinvolgere altri partner. La Via della Seta terrestre descrive un impressionante fascio di connessioni che ha l'obiettivo di connettere la Cina stessa con l'Europa, passando dalla Turchia. L'ultimo esempio della determinazione cinese è l'acquisizione da parte di un consorzio cinese di una quota di maggioranza nel ponte sul Bosforo da un gruppo turco, che a sua volta ha comprato dall'italiana Astaldi. Presidiare Istanbul, la Seconda Roma, è un imperativo strategico per la Cina, ma la Turchia ha anticorpi forti e non va dimenticato che ha a lungo addestrato e finanziato i ribelli uiguri dello Xinjang cinese. Per la Via della Seta terrestre risulta fondamentale anche il ruolo dell'Iran. Il coinvolgimento di Teheran serve ad aggirare i tradizionali colli di bottiglia del Corno d'Africa e Suez attraverso la mezzaluna sciita che si protende nel Mediterraneo.

Con i propri partner in ginocchio o inferociti a causa del coronavirus, Pechino vede fortemente ridotta la sua forza propulsiva. La Via della Seta terrestre, d'un tratto, appare meno facile da realizzare. Un bel problema, visto che la Cina è una potenza tellurocratica e non talassocratica, e si muove quindi più a suo agio sulla terra che attraverso i mari. Ma, di fronte agli sfracelli del coronavirus, la Via della Seta marittima appare ora la via maestra. E l'Italia fa gola, molto. L'impressionante offensiva propagandistica cinese nei confronti del Belpaese lo dimostra. A Roma, Pechino può contare su reti potenti, prima tra tutte quella cattolica di sinistra. Essa annovera figure-chiave delle istituzioni italiane. Come Giuseppe Conte, discepolo putativo del Cardinale Silvestrini. E come Sergio Mattarella, che è molto legato al ricordo di Vittorino Colombo, il democristiano che teorizzò l'avvicinamento a Pechino. Mattarella, inoltre fa continuamente riferimento a Oltretevere e a papa Bergoglio, il pontefice che vuole a tutti i costi l'intesa storica tra Cina e Vaticano. Anche a costo di offrire in dote a Pechino l'Italia, ambitissima. Allungata com'è al centro del Mediterraneo, contenuta a Nord dalla cortina delle Alpi a Nord, costretta a osservare l'orizzonte di un Est vicino e un Ovest lontano, il Belpaese finisce per unire il vettore euro-cinese e quello afro-cinese. In una metaforica morra cinese, le Vie della Seta sono la 'carta' da cui Roma brama essere avvolta. Ma la Terza Roma e la Nuova Roma non ne vogliono sapere. E hanno forbici affilate.

Francesco Galietti è fondatore di Policy Sonar

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