Il club degli indagati democratici

Richetti e Bonaccini, ma anche Barracciu e Faraone: tutte le volte in cui i rottamatori finiscono rottamati dalla magistratura

Da sinistra, in senso orario. Matteo Richetti, Francesca Barracciu, Davide Faraone, Stefano Bonaccini – Credits: ANSA FOTO

Sabino Labia

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Le primarie locali non sembrano portare bene ai democratici. Matteo Richetti e Stefano Bonaccini, uomini vicinissimi al Presidente del Consiglio Matteo Renzi e, allo stesso tempo, candidati alle primarie per la carica di governatore dell’Emilia Romagna, sono soltanto gli ultimi due nomi del PD entrati di diritto nel prestigioso club degli indagati di sinistra. Infatti, i nomi dei due rottamatori sono stati scritti nel registro degli indagati della procura bolognese nell’ambito dell’inchiesta sui rimborsi ai gruppi consiliari regionali, provocando un vero e proprio terremoto all’interno del partito. Al momento le ultime notizie dicono che il primo ha annunciato il suo ritiro dalla corsa, mentre il secondo sembra intenzionato a proseguire; si attende l’intervento del premier/segretario.

Nell’arco di poco meno di un anno, è già il terzo caso che coinvolge gli uomini e le donne renziane del nuovo corso, impegnati in quello che avrebbe dovuto essere il nuovo corso Democratico. Soltanto pochi mesi fa, eravamo all’inizio del 2014, si era verificato un caso analogo a quello emiliano-romagnolo con la vicenda di Francesca Barracciu. Lei, addirittura, le primarie in Sardegna le aveva vinte e si apprestava anche a quella che sembrava una facile vittoria finale per la poltrona di governatore; ma, quando la strada sembrava spianata, fu costretta a fare un passo indietro invitata proprio dallo stesso Renzi intervenuto in prima persona per evitare intoppi o contraccolpi di sorta alla sua scalata. In cambio della rinuncia era pronta una poltrona di sottosegretario al Ministero per i Beni Culturali. Per la cronaca, la Barracciu aveva ricevuto, 24 ore dopo la vittoria alle primarie, un avviso di garanzia per peculato nell’inchiesta sui fondi ai gruppi consiliari sardi. Insieme a lei gli indagati piddini furono una trentina.

Contemporaneamente alla Barracciu, in un’altra isola, e per la precisione in Sicilia, Davide Faraone, deputato e fresco responsabile del Welfare della giovane segreteria renziana riceveva lo stesso invito della collega, dai magistrati siciliani impegnati nell’inchiesta sui fondi destinati ai gruppi dell’Assemblea regionale siciliana.

Mettendo da parte l’ormai archeologica massima della superiorità morale della sinistra di berlingueriana memoria, la questione morale democratica sembra essere diventata un vero e proprio incubo per i democratici. L’ecatombe di inchieste, dati e nomi alla mano, ha avuto origine più o meno sotto la segreteria di Pierluigi Bersani e da quel momento, come una slavina che travolge tutto e tutti, nessuno è riuscito a trovare una via di scampo.

In principio fu, ma solo per stabilire un arco temporale recente, Filippo Penati che, per uno strano caso del destino così come Richetti e Bonaccini sono oggi per Renzi, all’epoca era vicinissimo all’allora segretario del Pd Pierluigi Bersani. L’ex presidente della provincia di Milano, nell’estate del 2011 ricopriva il doppio incarico di consigliere provinciale e di vicepresidente del consiglio regionale lombardo e si apprestava a partecipare alla corsa, come membro del cerchio magico bersaniano, per la poltrona di governatore della Lombardia, ma a mettere fine ai sogni di gloria arrivò un avviso di garanzia per concussione e corruzione in un’inchiesta che prese poi il nome di “sistema Sesto”. La decisione del Pd fu quella di istituire un tribunale popolare che esaminasse e giudicasse l’imputato Penati.

Da quel momento ogni regione italiana è stata inondata da inchieste giudiziarie e, soprattutto, centinaia di esponenti locali e nazionali del Pd hanno avuto l’onore di entrare, appunto, nell’esclusivo club degli indagati di sinistra, ora non sappiamo se il rottamatore Renzi deciderà di affidarsi al tribunale del popolo per giudicare il duo Richetti/Bonaccini, ma la questione rischia di diventare immorale.

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