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Il centrodestra si spacca a Roma: chi vince e chi perde

Berlusconi ritira Bertolaso e appoggia Marchini. Ma il centrodestra spaccato rischia di perdere ovunque. E regalare una vittoria ai grillini

Silvio Berlusconi press conference in Rome

SIlvio Berlusconi con il candidato sindaco di Roma Guido Bertolaso. – Credits: ANSA/FABIO CAMPANA

UPDATE: Quando il 16 marzo scorso Giorgia Meloni annunciò la sua candidatura a sindaco di Roma nella coalizione Lega Nord-Fratelli d'Italia spaccando definitivamente il centrodestra, avevamo tracciato una previsione di quanto sarebbe accaduto. Oggi, con il ritiro ufficiale di Guido Bertolaso dalla corsa al Campidoglio e l'appoggio di Forza Italia ad Alfio Marchini la spaccatura è completa. E le conseguenze non possono essere altre se non un indebolimento dello stesso centrodestra. A vantaggio di chi, si capirà meglio in seguito. Qui il quadro a oggi della situazione.

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È ormai sotto gli occhi di tutti come, pur di perdere Roma, il centrodestra si sia fatto in quattro. Il problema è che, per un effetto domino già praticamente in atto, le speranze di spuntarla anche altrove alle prossime amministrative di giugno si sono ormai ridotte al lumicino. La candidatura di Giorgia Meloni nella Capitale segna un punto di non ritorno. Mentre Berlusconi con Forza Italia ha tentato il recupero alle battute finali, annunciando il ritiro di Guido Bertolaso e l'appoggio alla lista Marchini.

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La fine del sogno di far vivere anche in Italia un centrodestra unito, moderno, moderato e liberale come lo aveva concepito Silvio Berlusconi nel lontano 1993 quando, puntando proprio sulla candidatura di Gianfranco Fini, aveva sdoganato quegli “ex fascisti” (come li ha definiti ieri) che oggi invece lo tradiscono.

Cui prodest” verrebbe da chiedersi? Probabilmente davvero solo al Movimento 5 Stelle che tra tutti i litiganti sparsi sia nel centrodestra che nel Pd, è ormai ben avviato a erigersi come il famoso "terzo che gode".

Casa PD: Giachetti sicuro del ballottaggio
In casa Pd già la notizia della candidatura di Giorgia Meloni era stata accolta con grande favore. Ma non è detto che la frantumazione del centrodestra sia davvero una buona notizia per i dem. L'unico aspetto positivo è che adesso Roberto Giachetti è sempre più sicuro di poter arrivare al ballottaggio.

Ma in queste settimane caratterizzate da incertezza, capovolgimenti, candidature lanciate, ritirate e ancora in forse, l'unico punto fermo è sempre stato quello rappresentato da Virginia Raggi al secondo turno. Prima di festeggiare, il Pd dovrebbe domandarsi a chi, a quel punto, andranno a finire i voti della variegata galassia del centrodestra capitolino.

Raggi, Raggi, Raggi...
Matteo Salvini ha già dichiarato che tra Giachetti e Raggi non avrebbe dubbi: tutto pur di colpire e affondare Renzi, quindi certamente Raggi. Giorgia Meloni, che pure è amica intima del vicepresidente della Camera, non potrà che accodarsi. Storace nemmeno a parlarne. Berlusconi è un'incognita.

Da una parte ha espresso apprezzamenti per l'avvocato grillino che ha prestato servizio presso lo studio romano dei Sammarco, incaricato della difesa, tra gli altri, di Cesare Previti, ma dall'altra appare forse troppo affrettato sancire che ciò possa tradursi in un esplicito sostegno elettorale, considerato anche il trattamento che i 5Stelle gli hanno sempre riservato negli ultimi anni.

La carta Marchini
Dopo essersi annusati per un po', in un primo momento Berlusconi e Marchini, avevano deciso di andare ognuno per la sua strada. Marchini aveva fatto intendere di non bramare l'abbraccio dell'ex premier e di voler conservare un profilo prettamente civico. Berlusconi non aveva apprezzato quello che considera un atteggiamento presuntuoso.

Tuttavia Marchini punta proprio a quell'elettorato che fino ad oggi si è riconosciuto nella leadership di Berlusconi. Possibile che i due non trovino il modo di riparlarsi? Se fino alla candidatura di Giorgia Meloni qualche dubbio c'era, dopo è parso evidente che in ballo ci fosse il futuro e la deriva estremista del centrodestra a cui Berlusconi non poteva piegarsi.

La deriva lepenista
Una deriva lepenista, xenofoba, antieuropeista sarebbe stata infatti inevitabile. È chiaro che a tutti, tranne ai grillini, queste amministrative servono soprattutto a contarsi in vista delle politiche.

Per questo Giorgia Meloni si è arresa, per esempio, all'extrema ratio di candidarsi sindaco benché incinta: perché se Fratelli d'Italia fosse rimasto solo uno dei partiti che appoggiava Bertolaso, al massimo avrebbe potuto raggranellare un misero 5%. Decidendo di sganciarsi, invece - è il ragionamento degli ex aennini – la possibilità che quella percentuale raddoppi, se non qualcosa di più, diventa più concreta. Ora i giochi sono meno chiari.

Salvini: unico desiderio la sua leadership
Ma il discorso vale soprattutto per Matteo Salvini che ha architettato tutta questa operazione all'unico scopo di imporre la sua leadership a livello nazionale. Così ha mandato avanti la Meloni a Roma (che potendo cancellerebbe volentieri dalla cartina geografica) e dove in termini elettorali non rischia nulla in prima persona, ben guardandosi dal fare lo stesso a Milano, e nel frattempo minaccia di togliere l'appoggio agli altri candidati della coalizione già in corsa. Compresi Osvaldo Napoli a Torino e Stefano Parisi a Milano che se la Lega si sfilasse, rischia di veder sfumare, e con lui tutto il centrodestra, anche quell'occasione di rimonta e vittoria.

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