Ignazio Marino a Roma: i motivi per non ricandidarsi

Oggi l'ex sindaco ha formalizzato le sue dimissioni. Qualcuno lo vorrebbe a capo di una lista civica nel 2016. Ma...

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Un sostenitore del sindaco dimissionario Ignazio Marino in Piazza del Campidoglio a Roma, 11 ottobre 2015. – Credits: ANSA/ MAURIZIO BRAMBATTI

Claudia Daconto

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La vendetta è un piatto che va consumato freddo. La vendetta, nel caso di Ignazio Marino, sarebbe quella di presentarsi alle prossime elezioni con una lista civica tutta sua, con dentro civatiani, parte di Sel, pezzi di Pd, associazioni, comitati di quartiere, non per vincere ma per far perdere il Pd.

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È un'ipotesi che circola oggi e che ha preso corpo dalla mobilitazione nata spontaneamente sui social e approdata ieri in Piazza del Campidoglio dove in circa 500 si sono ritrovati per manifestare solidarietà al sindaco ritenuto vittima del complotto degli scontrini, una pignoleria, a loro avviso, se paragonato alle ruberie perpetrate negli anni passati e che scompare di fronte ai meriti che il “marziano” ha agli occhi di chi ieri esponeva cartelli con su scritto “noi con Marino, voi col padrino”, “e adesso cacciateci tutti”, “Ignazio ripensaci”.

Quando il sindaco, che oggi ha ufficialmente rassegnato le sue dimissioni, si è materializzato tra i suoi fan accolto al grido di “oh capitano, mio capitano” e “Bella ciao”, nemmeno lui è riuscito a trattenere l'emozione e le lacrime. Più tardi ha ringraziato su Facebook: “siete il sale della democrazia e costituite un patrimonio che Roma non può e non deve perdere”. Una frase che ha scatenato l'immaginazione dei più e fatto credere che davvero Marino stia pensando a una eventuale ricandidatura.

Otto mesi di tempo

Di ufficiale però non c'è niente. Il dossier al quale si dice stia già lavorando la fedelissima Alessandra Cattoi non esiste. I sondaggisti provano a valutare l'impatto che potrebbe avere: tra il 5 e l'8%. Ma l'impressione è che il clima sia ancora troppo surriscaldato per capire cosa succederà davvero. Anche tra coloro che fino a oggi hanno sempre fatto il tifo per il sindaco, c'è chi ritiene molto improbabile che un movimento tanto eterogeneo possa effettivamente trasformarsi in capitale elettorale spendibile tra 8 mesi. “Venti giorni e tutto sarà finito”.

In effetti 8 mesi possono essere un periodo tanto breve quanto lunghissimo. E da oggi a giugno, quando probabilmente si voterà nella Capitale, può capitare di tutto. Per esempio che il Pd riesca a tirare fuori dal cilindro di Matteo Renzi un nome ultra competitivo, un candidato unitario in grado di rabbonire anche il popolo del “Daje”, la sua rabbia e l'orgoglio per il “marziano” tradito dal perfido Matteo Orfini, "diffamato dalla stampa", abbattuto dai "poteri forti", compreso il Vaticano, che "tramano" per poter riprendere il controllo della città.

Marino potrebbe tirarsi indietro

Ma può accadere anche che sia Marino stesso a tirarsi indietro. Il chirurgo che ha effettuato il primo trapianto di fegato dal babbuino all'uomo, non ha mai fatto mistero di voler tornare, prima o poi, al proprio mestiere. In questi anni prestati alla politica, ha sempre mantenuto contatti e relazioni con la comunità medica internazionale e l'arrivo di un'offerta allettante potrebbe ingolosirlo di più dei 1.300 euro al mese che gli spetterebbero se non mancasse nemmeno a una seduta nel ruolo di consigliere comunale di opposizione.

Senza contare che questi ultimi 2 anni e mezzo sono comunque costati al sindaco un prezzo altissimo a livello della propria libertà personale (Marino gira sotto scorta già da fine giugno) e familiare (la moglie e la figlia, persone riservatissime, potrebbero non essere disposte a tollerare oltre la sovraesposizione mediatica subita fino a oggi). Soprattutto, l'ormai ex sindaco potrebbe, un giorno, rendersi conto che il difetto di politica non è utile a nessuno, nemmeno a lui che è stato il prodotto del civismo anti casta elevato a dogma e sfruttato dai partiti in un momento di estrema debolezza della politica.

E nemmeno al Partito democratico, la cui sfida oggi dovrebbe essere quella di riaffermare il primato della politica sulle scappatoie escogitate fino ad oggi (dimissioni del sindaco comprese) per nascondere le proprie incoerenze, per tentare di colmare l'abisso tra la cosiddetta classe dirigente (amministrativa e di partito) e l'opinione pubblica. Perché se due anni e mezzo fa candidare un “marziano” a Roma non poteva rappresentare la soluzione di tutti i problemi di Roma e del Pd romano, così oggi non può certo esserlo esserselo tolto di mezzo.

Una sconfitta per tutti

La vicenda “Marino”, soprattutto per come si è conclusa, è stata una sconfitta per tutti. Le dimissioni del sindaco non sono un trofeo da sventolare. Nel partito romano, ancora commissariato, scorrono fiumi di veleno. I circoli definiti “cattivi” nella relazione di Fabrizio Barca sono in rivolta. Trovare un candidato in queste condizioni (qui i nomi in lizza), con il livello di frantumazione raggiunto, non sarà impresa facile. Matteo Renzi ha parlato di “scelta collegiale”. Ma pensare di far svolgere le primarie in queste condizioni sarebbe un rischio al limite del suicidio politico. E, in casa dem, negli ultimi tempi, se ne sono già visti abbastanza.

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