I danni delle larghe intese sul Pdl

Perché questo governo fa male soprattutto al centrodestra

Enrico Letta e Angelino Alfano (Credits: Imagoeconomica/Daniele Scudieri)

di Keyer Sozer

Più si va avanti con le larghe intese, più per il centrodestra i conti non tornano. I sondaggi nazionali ancora premiano il Pdl, ma le amministrative sono state una catastrofe:
 la prima città per importanza governata dal centrodestra è la diciottesima, cioè Prato; l’unico capoluogo è Catanzaro. Il centrodestra ha perso nelle sue roccheforti, in Lombardia come in Sicilia.

Sul piano del potere, poi, non c’è storia: Fabrizio Barca, uno dei candidati alla segreteria del Pd, è tornato a occupare nell’indifferenza di tutti il ruolo strategico di direttore
 generale del Tesoro. «Lasciamo stare» osserva laconico Denis Verdini «le 800 nomine che si debbono fare. Nelle 12 che sono state fatte noi non abbiamo toccato palla». In Rai, a parte qualche «marchetta» per questo o quell’altro esponente, il centrodestra non conta niente. Non parliamo poi dell’appeal che l’attuale governo esercita sull’elettorato pidiellino: pressoché nullo.

«Un governo di larghe intese» si sgola l’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini, oggi senatore Pdl «dovrebbe avere una mission alta. L’unico precedente, che aveva dentro
 pure Palmiro Togliatti, fece l’amnistia per i fascisti e avviò la pacificazione. Qui si doveva subito spazzare via l’imu, bloccare l’iva, dare uno shock all’economia. invece
 ancora si cincischia». «Ha lo stesso fascino» rincara Daniele Capezzone «di un governo balneare». Un governo in cui il Pdl rischia di non lasciare traccia.
 Colpa anche dell’assenza nell’esecutivo di personalità forti del centrodestra. Una sera durante il soggiorno a Villa Certosa, mentre ascoltava le strofe della canzone
 di Giorgio Gaber Il conformista, il Cavaliere si è lasciato andare a un commento ironico e magari pure bonario: «È il nostro segretario». Insomma, Angelino Alfano.

Appunto, a parte le sortite sporadiche di Silvio Berlusconi, l’imprinting del centrodestra sull’esecutivo non emerge. L’equilibrio politico, quello delle larghe intese, che all’inizio doveva essere una gabbia per il Pd, lo sta diventando per il Pdl. C’è il timore che il governo si trasformi nei prossimi mesi in un incubo, appunto come il governo Monti. Né
 ci sono garanzie che l’unica risorsa «attira consenso» del centrodestra, il Cavaliere, sia preservata, anzi. «No silvio, no party» titolava Il Giornale all’indomani del voto. Solo che il Cavaliere nei prossimi giorni, settimane e mesi sarà sottoposto all’offensiva finale della magistratura politicizzata che punta a eliminarlo dallo scenario politico.
E, per ora, nessuno ha tentato di salvaguardare quello che può essere considerato uno dei principali architravi del governo delle larghe intese.
Nel Pdl si aspetta il responso della Consulta (è previsto per il 19 giugno, ndr) sulla non applicazione del legittimo impedimento in alcune udienze del processo diritti Mediaset, ma con una buona dose di scetticismo. Né il Quirinale pensa di concedere un riconoscimento al ruolo politico del Cavaliere con la nomina a senatore a vita, come fu fatto vent’anni fa con Giulio Andreotti. Giorgio Napolitano, a parte qualche frase di circostanza, non si è mosso per il Cav. E tra i consiglieri di Berlusconi c’è chi considera l’immobilismo dell’inquilino del Colle una strategia: «L’offensiva delle procure contro il Cavaliere» confida l’anonimo «non ha tregua. Ma sopra la magistratura c’è il Csm. E sopra il Csm c’è Napolitano, che sembra assistere indifferente, se non complice, all’espulsione di Berlusconi dall’agone politico». 

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