Federica Guidi, per Renzi ancora la trappola del conflitto d'interesse

Un altro caso di commistione fra azione istituzionale e presunti obiettivi privati. E anche questa volta spunta il nome di Maria Elena Boschi

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Le ministre Federica Guidi (s) e Maria Elena Boschi alla Camera durante le comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio europeo, Roma, 22 ottobre 2014.

Claudia Daconto

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A due settimane dal referendum sulle trivelle, che il governo e buona parte del Pd vuole boicottore, e a soli due mesi dalle elezioni amministrative - il test più importante per Matteo Renzi prima di quello sul referendum istituzionale - era necessario che le dimissioni dell'ex ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi arrivassero così tempestive.


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Di fronte alle rivelazioni sull'inchiesta “Tempa Rossa”, qualsiasi tentennamento sarebbe risultato politicamente insostenibile, ammesso che il passo indietro della sola Guidi si riveli sufficiente.

La vicenda giudiziaria riguarda il compagno dell'ex vicepresidente di Confindustria, Gianluca Gemelli, sospettato dalla Procura di Potenza di "attività organizzate per il traffico e lo smaltimento illecito di rifiuti" in Basilicata negli impianti Eni. Ma il terremoto politico ha travolto lei per via di un emendamento alla legge di stabilità che avrebbe sbloccato i lavori presso l'impianto di estrazione petrolifera della Basilicata.

La Guidi avrebbe infatti rassicurato in merito il fidanzato e fatto riferimento anche a Maria Elena Boschi. Un intervento che ha finito per esporla all'accusa di avere un evidente conflitto d'interesse, di aver sfruttato il suo ruolo istituzionale per favorire gli interessi particolari di un suo congiunto. E questo indipendentemente da quanto potrà stabilire una sentenza in merito all'effettivo guadagno, da parte di Gemelli, di due milioni e mezzo di euro per lavori in subappalto.

Nella sua lettera al premier l'ex ministro si è detta “assolutamente certa della mia buona fede e della correttezza del mio operato”. Renzi le ha pubblicamente espresso apprezzamento per il lavoro svolto in questi due anni ma ha anche sottolineato di condividere la sua scelta. Una scelta che egli ha definito “personale” ma che evidentemente le è stata imposta da subito anche perché i retroscena dagli Stati Uniti, dove si trova, descrivono un premier furioso per non essere stato informato, ammesso che sia vero (e che sia vero che non ne fosse informata la Boschi), su chi fosse il fidanzato della Guidi e su quali interessi avesse.


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“Indifendibile” la parola che circola tra gli esponenti della maggioranza che, nei suoi confronti, a differenza di altri casi, hanno deciso di mettere subito da parte ogni scrupolo garantista. Nessuno l'ha difesa mentre si andava alzando il solito muro granitico intorno a Boschi: “chiunque conosce l'iter delle leggi – spiegano all'unisono quelli del Pd – sa che il ministro dei Rapporti con il Parlamento vaglia a livello tecnico e giuridico tutti gli emendamenti del governo alla legge di stabilità”.

Le opposizioni, con il M5S in testa, sono subito partite all'attacco, “ora si capisce perché il Pd ed il governo tifano per l'astensione sul referendum delle trivelle che intacca gli interessi delle compagnie petrolifere”, e chiedono che a dimettersi sia anche la Boschi. Ma, a parte il referendum (che da oggi avrà probabilmente molte più chance di passare) il vero nodo politico riguarda altro.

Sotto accusa è infatti un sistema di potere generato da un accordo, il Patto del Nazareno, di cui oggi unico titolare è rimasto Matteo Renzi.

Federica Guidi viene nominata ministro esattamente in questo contesto. L'imprenditrice modenese, figlia del patron della Ducati Guidalberto, viene “soffiata” a Silvio Berlusconi in una fase in cui l'ex Cavaliere stava cercando “volti nuovi” da inserire nella nuova Forza Italia. La scelta di puntare su una figura come la sua, con rapporti e interessi così consolidati, per guidare proprio il ministero dello Sviluppo Economico, non poteva però che esporre il premier al rischio che prima o poi qualche conflitto in questo senso potesse insorgere.

È vero, a Guidi bisogna riconoscere almeno la sensibilità istituzionale, se non quella morale del suo ruolo, di dimettersi subito evitando al Paese lo strazio di un balletto che avrebbe solo reso la situazione più grottesca.

L'ombra del conflitto d'interessi
Tuttavia si tratta del secondo ministro costretto a fare un passo indietro perché investito dall'ombra del conflitto d'interessi. Nel marzo del 2015 era infatti toccato a Maurizio Lupi, ex titolare delle Infrastrutture, doversi fare da parte per via del presunto trattamento di favore ottenuto dal figlio in cambio di appalti ad alcuni imprenditori.

Banca Etruria
Per non parlare di Maria Elena Boschi, costretta a difendersi in Aula dall'accusa di aver favorito le attività del padre indagato nell'ambito dell'inchiesta sul fallimento di Banca Etruria e sopravvissuta a due voti di fiducia solo perché, in caso contrario, si sarebbe trascinata dietro governo e Parlamento. Un caso ancora non risolto e che, la vicenda Guidi, ha già riportato alla ribalta.

A procurare più guai al premier siano proprio le figure a lui più legate (come Boschi). O quelle che ha scelto -  come Guidi - per rafforzarsi politicamente sia rispetto agli avversari politici sia con i famosi corpi intermedi, in questo caso i sindacati, che finora ha sempre fatto di tutto per costringere all'angolo.

Per questo i contraccolpi non potranno che investirlo direttamente. Federica Guidi non è mai stata uno dei ministri più in vista del suo governo. Ma adesso in molti si stanno anche spiegando il perché.

Senza contare che non sempre le personalità più in vista sono anche quelle dotate di maggiore potere. Intorno al premier operano nell'ombra personaggi che non hanno mai fatto una comparsata in tv e che nonostante ciò sono incaricati, direttamente da Renzi, dei dossier più delicati. Il problema è quando, come nel caso della Guidi, vengono alla luce comportamenti molto più che discutibili. Quando vengono scoperte crepe in grado di far crollare anche una fortezza.

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