Guerra interna al Pd: il ruolo di D'Alema

Mentre la dirigenza e la minoranza riunita a Perugia si lanciano reciproche accuse, Massimo D'Alema parla esplicitamente di scissione

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Pierluigi Bersani con Massimo D'Alema in una foto d'archivio. – Credits: ANSA / ETTORE FERRARI

Claudia Daconto

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Non si è presentato nemmeno il vice segretario Lorenzo Guerini. Un'assenza che alla convention di Perugia, dove si è ritrovata la minoranza dem nel fine settimana, non è certo passata inosservata. È la prima volta che la dirigenza di un partito diserta in modo tanto plateale un appuntamento del genere.

Ma se le polemiche infuocate dei giorni post primarie non fossero bastate a rappresentare la crisi di convivenza , eccone una conferma plastica. L'ex segretario Pier Luigi Bersani l'ha presa malissimo. Con la sua consueta ironia Gianni Cuperlo ha citato il galateo. Roberto Speranza, l'ex capogruppo alla Camera candidato segretario al congresso del prossimo anno, ha attaccato frontalmente Matteo Renzi reo di aver estromesso i padri nobili del Pd – Prodi, Bersani, Veltroni, D'Alema – per imbarcare Denis Verdini e “gli amici di Cosentino”.


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Padri nobili e voti del 2013
Renzi ha replicato accusando a sua volta gli stessi “padri nobili” citati da Speranza di aver distrutto il Pd. Su Facebook i militanti suggeriscono a Speranza & Co. di “essere anzitutto incazzati con se stessi” visto che sono loro i responsabili dell'ascesa di Renzi. Un bel quadretto condito dalla frecciata di Bersani sulla paternità dei voti del 2013. “Governi con i miei voti” l'accusa del leader della minoranza al premier.

Accusa, per la verità, facilmente neutralizzabile visto che quei voti non furono sufficienti ad avere la maggioranza al Senato e quindi a formare un governo. Al punto che oggi Renzi è costretto a cercare soccorso altrove, dalle parti di Verdini, per esempio, per compensare anche le defezioni dei parlamentari dem nominati a tavolino dallo stesso Bersani grazie al Porcellum.

Il doppio incarico di segretario e premier
O forse perché, come sostiene la minoranza, il doppio incarico di segretario-premier non gli consente di svolgere al meglio nessuna delle due funzioni. Anche gli esiti delle ultime primarie starebbero lì a dimostrarlo. Nonostante la vittoria di tutti i suoi candidati, l'affluenza dimezzata di Roma e i brogli di Napoli, proverebbero che Renzi non è in grado di guidare il partito. Come ha avvisato Miguel Gotor, il test definitivo arriverà con le amministrative, il varco al quale la minoranza attende il premier.

Il test delle amministrative
A parte figure più dialoganti e moderate come Gianni Cuperlo che ha assicurato il suo sostegno ai candidati del Pd, molti altri esponenti della minoranza dem sosterranno i vincitori delle primarie solo a parole e, in alcuni casi, nemmeno a quelle. Se Antonio Bassolino deciderà di scendere in campo a Napoli, una parte del partito molto probabilmente lo sosterrà.

Stessa cosa a Roma dove, anche se l'ex ministro Massimo Bray, lanciato da D'Alema, si è chiamato fuori dalla corsa, una parte della minoranza potrebbe decidere di appoggiare il vincitore delle primarie di sinistra di aprile tra l'ex dem Stefano Fassina, l'ex sindaco Ignazio Marino e l'ex capogruppo di Sel in Aula Giulio Cesare Gianluca Peciola.

L'attacco di D'Alema
Pochi avranno il coraggio di farlo apertamente. Significherebbe per loro decidere di mettersi automaticamente fuori dal Pd rinunciando alla sopravvivenza che solo le puntuali cronache giornalistiche dei quotidiani attacchi a Renzi ancora gli garantisce. Lo dimostra l'eco ottenuta dall'intervista di Massimo D'Alema al Corriere della Sera.

L'ex premier e ministro degli Esteri ha evocato apertamente la scissione. La sua insofferenza nei confronti di Matteo Renzi ormai non ha più argini. D'Alema, che dentro dal Pci in poi è sempre stato maggioranza nel suo partito, non sopporta più la panchina dove è stato relegato. “Il partito della nazione già c'è”, ha detto, quindi basta, che guerra sia.

Tutti i "no" della minoranza a Renzi
Quindi “no” al decreto sulle banche di credito cooperativo, “no” alla “privatizzazione” della sanità, no al referendum costituzionale senza garanzie sull'elezione diretta dei senatori. “No” anche all'Italicum che, tuttavia, è l'unica legge in grado di garantire al Pd di governare, in caso di vittoria, senza essere condizionato da alleanze con partiti minori, come quello di Verdini, sempre che la minoranza del Pd non si metta di traverso “costringendo” Renzi a imbarcarne gli esponenti direttamente nella lista.

Minoranza senza un vero leader
Secondo Gotor, però, il piano di Renzi sarebbe proprio questo: crearsi un nemico a sinistra per ottenere più consensi al centro o a destra, “ma ha fatto male i conti”, dice il bersaniano. Ma è davvero così? La sinistra dem ha un limite che nella guerra dichiarata da D'Alema rischia di trasformarsi in un handicap paralizzante: è priva di un leader in grado di competere con Renzi.

Lanciare la candidatura di Roberto Speranza al congresso di fine 2017 non significa averne creato uno. Nonostante quanto ne dicano Bersani, Gotor e altri, il fatto che sia “giovane, preparato” e di aver “dimostrato con i fatti di essere capace di rinunciare a un posto di prestigio e anche a offerte per entrare nel governo” non sembra sufficiente a riconoscergli anche l'aurea del capo.

Speranza è sì preparato, giovane e ha quell'umiltà verso i cosiddetti “padri nobili” che Renzi non ha e che fa mostra di disprezzare. Ma è totalmente privo di carisma. Curioso che proprio oggi Bruno Vespa rievochi, in un'intervista al Fatto Quotidiano, l'episodio del risotto cucinato proprio da D'Alema durante una puntata di Porta a Porta: “Fu un'invenzione di Claudio Velardi – racconta il giornalista – D'Alema non era simpatico, e lo voleva rendere umano. Tant'è che fece una campagna pubblicitaria mirata su se stesso, senza il simbolo di partito, per testare il suo valore da leader”.

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