Claudia Daconto

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Quanto accaduto in Europa al Movimento 5 Stelle è certamente grave. La figuraccia internazionale ha aperto un nuovo squarcio sulla doppia natura del partito di Beppe Grillo: anarchica per quanto riguarda i contenuti, oligarchica nella gestione del potere interno. Ma in quanti sono davvero disposti a trarre le dovute conseguenze?


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Qualche eurodeputato ha cambiato gruppo. Alcuni senatori e deputati hanno alzato la testa e si sono lamentati in rete, se non sui loro profili social dove altrimenti? Qualcuno forse sarà cacciato, altri costretti ad andarsene. Ma se si riavvolge il nastro, episodi del genere ci sono sempre stati e non è che in questi anni il M5S abbia perso consensi. Tutt'altro.


Chi è pronto a dar credito a una forza politica che ha fatto del “vaffa...” il proprio manifesto culturale, è pronto a tutto. A prestare fede a inconsistenti teorie complottistiche quanto ad appoggiare l'idea di referendum vietati dalla Costituzione come sarebbero quelli sulla moneta unica e sulla permanenza dell'Italia nella Nato.

Ad accettare, senza quasi battere ciglio, che Beppe Grillo imponga agli eletti di firmare una mostruosità giuridica come il contratto che prevede penali da 150mila a 250mila euro per eventuali “danni d'immagine” inflitti al Movimento, senza che lui stesso si autointesti quello, enorme, provocato dalle sue scorribande in Europa da Farage a Verhostafdt a Farage passando attraverso il solito sondaggio farlocco.

Fino all'idea di tassare gli eletti, troppo avari di donazioni, per mantenere in vita la famosa piattaforma Rousseau “donata” da Davide Casaleggio al Movimento 5 Stelle per permettere agli iscritti di contribuire alla scrittura di leggi nazionali, regionali ed europei e votare i vari provvedimenti.

Eppure, nonostante ogni giorno aumentino gli indizi a carico di Casaleggio junior che sta trasformando la creatura nata da una geniale intuizione del padre, un sognatore nonostante molteplici contraddizioni, nella cassaforte della sua azienda privata, se si votasse oggi il Movimento 5 Stelle non avrebbe perso ancora nemmeno un voto.

Motivo per il quale i grillini ci tengono così tanto a fare le elezioni il prima possibile. Questo perché da una parte gli altri partiti sono ancora in affanno e incapaci di proporsi come forze politiche attrattive nei confronti di un elettorato ancora profondamente e radicalmente sfiduciato, dall'altra perché l'unico vero ostacolo che si frappone loro non si trova né a Bruxelles né in rete, bensì a Roma.

Raggi piace ancora ma meno
Se oggi anche i romani fossero richiamati al voto, pur con un margine ridotto sul suo avversario rispetto allo scorso giugno, Virginia Raggi verrebbe riconfermata sindaco. Ma fino a quando sarà così? Da quanto apprende Panorama.it la fiducia della base nei confronti dell'ex avvocatessa romana è molto diminuita negli ultimi tempi.

La copertura interna su cui ha finora potuto contare sarebbe saltata. Né Luigi Di Maio né Alessandro Di Battista hanno più speso una parola a suo favore. L'insofferenza di Grillo è ai massimi livelli. “Ma si fingerà di avallare e sostenere ogni sua futura mossa. Per questo si sono cambiate le regole in corsa”. Per resistere fino al voto politico nazionale.

A meno che la situazione non precipiti prima e si renderà necessario un intervento traumatico. Le strade in questo caso sono due: espulsione (ma Virginia potrebbe decidere di rimanere al suo posto comunque) o, in extrema ratio, sfiducia in Aula. Su 29 consiglieri grillini eletti, il sindaco può a oggi contare sull'appoggio incondizionato di al massimo 5 di loro. Tutti gli altri sono pronti a obbedire al leader supremo anche a costo di rinunciare al loro posto.

Le circostanze dirimenti
Due, infine, le circostanze che rischiano di far precipitare la situazione: a parte la mala gestione della città (per cui esistono ancora i margini temporali per darne la colpa alle passate amministrazioni), si tratta dell'eventuale avviso di garanzia che potrebbe arrivare alla Raggi in merito a una serie di nomine già politicamente molto discutibili come quella del fratello di Raffaele Marra (arrestato con l'accusa di corruzione) a capo del dipartimento del Turismo e l'esito del ricorso sulla sua ineleggibilità presentato dall'avvocato Venerando Monello, "a causa del rapporto contrattuale con l'Associazione MoVimento 5 Stelle, Beppe Grillo e Davide Casaleggio derivanti dalla adesione al cosiddetto 'codice di comportamento'...”.

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L'avvocato Venerando Monello – Credits: Claudia Daconto

“Un codice di comportamento – spiega l'avvocato Monello nel suo ricorso discusso venerdi in camera di consiglio presso il Tribunale civile di Roma senza la presenza delle parti e sul quale arriverà una sentenza nei prossimi giorni – che è un vero e proprio contratto tipo, un contratto per adesione ciclostilato, al candidato viene persino sottratta la possibilità di negoziarlo”.

Un contratto con tanto di clausole vessatorie come la multa da 150mila euro in caso di inadempienza. Un contratto che secondo Monello violerebbe diversi principi costituzionali e che pertanto, avendolo lei sottoscritto, comporterebbe la decadenza della Raggi da sindaco di Roma in quanto ineleggibile per aver firmato una carta privata che “viola, svilisce, svende l'integrità delle funzioni di sindaco”.

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Motivazioni tanto fondate da aver indotto i legali della prima cittadina a dichiarare loro stessi la nullità di quel contratto. “Se il Tribunale seguirà questa linea, per me sarà un fatto sicuramente positivo – il commento dell'avvocato Monello – perché servirà a riportare il M5S nei binari della legalità”.

Il problema è che Beppe Grillo, il quale dopo le fuoriuscite di alcuni eurodeputati a seguito del disastro Alde era già tornato a intimare il pagamento di 250mila euro come risarcimento al danno d'immagine inflitto a suo avviso al M5S (aveva anche scritto un post sul blog tempestivamente fatto rimuovere dai suoi avvocati), sembra proprio non volerne sapere.

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