Politica

Grandi manovre agostane sotto il cielo dei partiti

Casini, Berlusconi, Maroni, Bersani: i leader tentano di riorganizzare le file. Ma molte strategie non sembrano affatto chiare. E, tra bluff, rancori mai sopiti, colpi di scena ed eterni ritorni, la scena parlamentare è sempre più fluida

Gianfranco Fini insieme a Pierferdinando Casini – Credits: (Olycom)

1 La nuova DC punta su De Mita e Cirino Pomicino. Leader sarà... Passera

Sarà la Dc del futuro, promettono i «genieri» al lavoro nel cantiere Udc. Liberale e cattolico, tecnocrate e solidarista, moderato e riformista, il nuovo partito assomiglierà molto alla vecchia balena bianca. Pier Ferdinando Casini conta proprio sulle schegge della diaspora dc per ricostruirne il tronco. A cominciare dai vecchi leader ancora in servizio, come Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita. Ci sono anche quelli che militano nel Pdl con forti mal di pancia: Giuseppe Pisanu e Claudio Scajola. E quelli che, nel Pd, soffrono per le virate filosocialiste del segretario Pier Luigi Bersani: Giuseppe Fioroni e una pattuglia di ex margheritini (Paolo Gentiloni?) che a suo tempo non seguirono Francesco Rutelli nella sua corsa verso il centro di Casini.

E Rutelli, con il Fli di Gianfranco Fini, sarà la spruzzatina di «novità» non di marca storicamente democristiana. L’ala tecnica dovrebbe garantirla Luca Cordero di Montezemolo, che però, con le sue precisazioni, non si sta affatto regalando a Casini. Mentre, dal fronte sociale, è assicurato il rinforzo della Cisl di Raffaele Bonanni e di Comunione e liberazione, in rotta con il governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Non mancherà, naturalmente, il supporto vaticano, garantito dal presidente Cei monsignor Angelo Bagnasco.

Ma chi guiderà la «Dc del futuro», accreditata dai sondaggi intorno al 10 per cento? Dopo avere inutilmente strizzato l’occhio al premier Mario Monti, Casini pare avere incassato, invece, la disponibilità del ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera. Dovrebbero affiancarlo altri ministri tecnici. Tutti avevano promesso che sarebbero rimasti a bordo campo, invece sembrano improvvisamente contagiati dalla febbre delle elezioni: per esempio, Andrea Riccardi.

E Casini? Lui punta più in alto: al Quirinale, grazie a un accordo tessuto con il Pd anche attraverso Marco Follini, accordo che in cambio dovrebbe portare Bersani a Palazzo Chigi. E Massimo D’Alema in Europa, come commissario Ue.

2 A Berlusconi piace la linea moderata: Santanchè out

Nel Pdl tiene sempre banco il possibile ritorno in campo di Silvio Berlusconi. Decine di parlamentari attendono la sua decisione. D’altronde lui stesso non nega la possibilità. E intanto soppesa le dichiarazioni. Le sue ultime interviste importanti le ha fatte tutte con giornali stranieri.

Non sono mai parole d’attacco, le sue. Né di difesa. Sono parole da leader moderato, a maggior ragione ora che Pier Ferdinando Casini si è, di fatto, alleato con la sinistra. Al punto che Berlusconi è stato tra quelli che meno se l’è presa per l’intervista di Mario Monti al «Wall Street journal» in cui pareva che il premier attaccasse il precedente esecutivo, il governo Berlusconi. «È stata solo una gaffe» ha spiegato il Cavaliere ai suoi. Che infatti, in meno di 24 ore, hanno chiuso la polemica. La linea moderata rischia però di scontentare le ali estreme del partito, la cui icona rimane Daniela Santanchè. Lei e quelli come lei ora dovranno ingoiare un altro rospo: il sostegno del Pdl al piano montiano di rientro dal debito pubblico.

3 Salvini: «La Lega balla da sola. Il PDL è sudista, il PD Nord Africano»

«Guidare la Lega dopo Umberto Bossi è un po’ come dirigere il Milan dopo Franco Baresi. Ma Roberto Maroni è il futuro della Lega». Matteo Salvini, segretario della Lega Lombarda e di fatto numero due del segretario del Carroccio, commenta i primi 30 giorni di «Bobo» da leader.

Soddisfatto?

Il bilancio è molto positivo: lo deduco dalla risposta della gente in una trentina di incontri che ho fatto in Lombardia, Liguria e Piemonte. Ho visto un entusiasmo che non c’era da tempo. Il cambio era atteso.

Ma i sondaggi, a eccezione di uno su Maroni al 7,9 per cento, vi continuano a dare bassini...

Dei sondaggi io me ne frego: nei mesi dello scandalo dei diamanti erano molto bassi, adesso la Lega è tornata a salire. Dopo il congresso abbiamo una cinquantina di tesserati in più.

Non è facile scaricare tutti i guai sull’ex tesoriere Francesco Belsito?

La vicenda dei quattrini e di Renzo Bossi è stata pesante. Così come pesava l’alleanza con il Pdl: ha portato a un annacquamento delle nostre battaglie.

Però avete votato per Luisa Todini, di area Pdl, nel consiglio Rai.

Intanto nessun uomo della Lega è nel cda. La Rai andrebbe chiusa, impacchettata e spedita in Alaska. Ma che qualche difficoltà ci sia e ci sarà non c’è dubbio. Cambiare il segretario della Lega è un cambiamento epocale.

Perché viene dopo Umberto Bossi?

Bersani e fassina, per favore, parlatevi

Certo, Maroni ha una responsabilità enorme.

Con il Pdl vi alleate o no?

A oggi non vedo la possibilità di nessuna alleanza con il Pdl: s’interessa quasi esclusivamente del Sud.

E se i rapporti tra Pdl e Mario Monti cambiassero?

Siamo pronti ad allearci con chiunque ci aiuti a trattenere le tasse là dove vengono pagate.

Volete andare con il Pd?

Ma il Pd è a trazione meridionale-nordafricana. Certo, se il Pd è Piero Fassino, cioè a trazione nordista, ci si discute. A ogni modo, la Lega va da sola.

Se Roberto Formigoni vi cedesse nel 2013 la poltrona in Lombardia vi alleereste con il Pdl?

A oggi non è un’ipotesi.

A Maroni qualcuno suggerisce di rompere con Bossi.

Bossi è la storia, Maroni il futuro. Umberto ci ha portato fino a qui, ma il nuovo segretario è Bobo. Non penso che la gente ci chieda di fare battaglie contro Alessandro Manzoni.

Forse qualche studente che ha dovuto imparare a memoria «I promessi sposi» sì...

Anche io li ho odiati.

(Paola Sacchi)

4 Bersani e Fassina, per favore, parlatevi

L’inchiostro non si è ancora asciugato sull’ultimo volume di La carta degli intenti del Pd che già il segretario del partito, Pier Luigi Bersani, e il suo responsabile economico, Stefano Fassina, mostrano di avere idee ben differenti. In due interviste parallele (al Sole 24 ore e al Foglio) hanno detto cose altamente contraddittorie.

IMPRESE. Fassina vuole ridurre le tasse sulle imprese, Ires, Irap e l’Irpef sul lavoro. Bersani propone che la Cassa depositi e prestiti entri nel capitale delle aziende.

PATRIMONIALE. Fassina ne vuole una «ordinaria, progressiva a partire da una soglia di 1,2 milioni di patrimonio» (Romano Prodi nel 2006 poneva l’asticella a 500 mila euro: può dirsi un progresso). Bersani, invece, è per un contributo «dei grandi patrimoni immobiliari». Quella di Fassina sarà anche una patrimoniale «a bassa intensità», ma colpirebbe più di 1 milione 160 mila famiglie italiane, quelle che hanno un patrimonio oltre 1 milione 280 mila euro.

DEBITO PUBBLICO. La proposta choc viene da Fassina: una «ristrutturazione dei debiti pubblici» allungando la scadenza dei titoli di Stato e riducendo il costo del debito. Sarebbe come dichiarare un semidefault dell’Italia. Bersani, più moderato, dice sì alla vendita degli immobili pubblici per 400 miliardi.

TAGLI ALLA SPESA. Per Bersani sono recessivi: rappresentano una tassa sui p3iù poveri in termini di calo dei servizi. Fassina è rivoluzionario: «Azzerare tutte» le risorse alla pubblica amministrazione e poi riallocarle, caso per caso.

PRIVATIZZAZIONI. È l’unico punto sul quale Fassina e Bersani sono d’accordo: non si fanno.  

(M.C.)

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