Pdl e Pd, sempre più vicini

Legge elettorale, Imu, costi della politica, giustizia. Ecco dove e perché i due principali partiti non sono più così lontani - la direzione Pd, musi lunghi, pazze risate -

La famosa stretta di mano tra Alfano e Bersani il giorno della votazione di Franco Marini al Quirinale (Credits: Franco Origlia/Getty Images)

Giovanni Fasanella

-

«No, non è proprio il programma per un governicchio, ma per un governo che duri e che, attraverso vere riforme, sconfigga l’antipolitica». E’ molto soddisfatto, il senatore del Pdl Gaetano Quagliariello, uno dei dieci “saggi” nominati da Giorgio Napolitano per sbloccare l’impasse politico-istituzionale. E’ convinto che sia stato fatto un buon lavoro. E che, nonostante gli insulti, le ironie e persino gli scherzi goliardici (come la famosa telefonata di una falsa Margherita Hack al costituzionalista Valerio Onida) che hanno salutato l’insediamento dei “dieci”, proprio il risultato da loro raggiunto consentirà la nascita del nuovo esecutivo. «Le posizioni tra Pdl e Pd si sono avvicinate di molto su diversi punti importanti», spiega. Sono temi a cui il centro-destra attribuiva un valore quasi simbolico, perchè alcuni sono suoi tradizionali cavalli di battaglia.

A cominciare dal presidenzialismo. Per il Pd, non è più un tabù, anche se i democratici preferirebbero il premierato alla tedesca. Per decidere quale delle due opzioni scegliere nel caso in cui non si raggiungesse immediatamente un accordo, si è stabilito di ricorrere a un referendum di indirizzo. E se dovesse prevalere il premierato, in questo caso il Pdl vedrebbe soddisfatte altre sue richieste. Per esempio, il rafforzamento dei poteri del premier. Il quale avrebbe la possibilità dei scegliere o revocare i ministri, perchè la fiducia del Parlamento non sarebbe concessa all’intero governo, ma solo al presidente del Consiglio.

Naturalmente, la nuova legge elettorale dovrebbe essere scelta in funzione della forma di governo (presidenzialismo o premierato), capovolgendo la logica dell’ultimo ventennio, che ha portato a continui cambiamenti delle regole del tutto sganciati da una più generale visione dell’architettura costituzionale. L’esame dell’intero  pacchetto delle riforme istituzionali dovrebbe essere affidato a una “Convenzione costituzionale”, una sorta di commissione bicamerale, ma con poteri reali, concepita per riequilibrare i rapporti di forza fra i due partiti, alla Camera troppo sbilanciati a favore del Pd in virtù del premio di maggioranza. E la presidenza potrebbe essere assegnata al Pdl.

La riforma della giustizia, altro tema sensibilissimo e bandiera più del centro-destra che del centro-sinistra. Anche in questo caso, posizioni si sono molto ravvicinate, e su aspetti decisivi. Non solo è riconosciuta la necessità di un riequilibrio dei poteri tra politica e magistratura, vista la tracimazione nell’ultimo ventennio della seconda rispetto alla prima. Ma un accordo c’è anche sulla certezza della durata delle inchieste, sulle garanzie individuali, sulla effettiva parità tra le parti, sui limiti alle intercettazioni telefoniche (soprattutto per quanto riguarda la loro divulgazione), su un codice deontologico nel rapporto tra magistratura e mezzi d’informazione, e su regole più severe per la candidabilità dei magistrati.

Il conflitto d’interesse, poi. Il “padre” di tutti i problemi sul tavolo dei partiti. Il Pdl riconosce  che va affrontato e risolto. Ma con norme liberali e non contra personam, e che tengano conto anche dell’ingresso in politica di nuove figure professionali, quali i tecnici provenienti dalla finanza e dal mondo bancario. Vicine le posizioni anche sul federalismo fiscale. Il Pd concorda sul fatto che il completamento della riforma avvenga in linea di massima lungo le linee già tracciate a suo tempo dal governo di Silvio Berlusconi.

E anche sull’Imu, pur non essendo le rispettive posizioni del tutto coincidenti, tuttavia le distanze si sono parecchio ridotte. Il Pdl probabilmente non riuscirà a far passare la restituzione ai cittadini della tassa sugli immobili, ma almeno ha convinto il Pd a non imporla di nuovo, in futuro.

E poi, i costi della politica. Il principio che l’attività dei partiti abbia un costo resta, ma dovrebbe essere regolamentato, rendendo più trasparenti i meccanismi del contributo pubblico, non solo in danaro ma anche in servizi, e incoraggiando i finanziamenti da parte dei privati attraverso incentivi fiscali.

© Riproduzione Riservata

Commenti