Politica

Giuseppe Conte, l'autunno triste del "Professore"

In 100 giorni di vita il Governo Conte-bis ha dilapidato i consensi e la credibilità dimostrandosi incapace di risolvere i problemi, come con l'Ilva

Giuseppe-Conte

Giorgio Gandola

-

Giuseppe Conte e i «quarantaquattro gatti in fila per sei col resto di due». Mancava un tocco da cartone animato al governo del «nuovo umanesimo italiano», come lo definì con petrarchesco ottimismo il premier agli albori, vale a dire il 5 settembre. Per scongiurare liti omeriche in aula sulla manovra e mostrare al mondo una compattezza almeno plastificata dell’esecutivo giallorosso, l’avvocato del popolo è arrivato al punto da convocare la scorsa settimana a Palazzo Chigi un immenso summit di maggioranza (con 44 inviti e adeguate foto ricordo) neanche fosse un comitato centrale brezneviano o una convention di dentisti, immediatamente definito «il verticione» dai cronisti parlamentari.

Sono trascorsi solo 75 giorni e siamo già alle fiction, ai sorrisi che sembrano paresi facciali, al Todo Modo delle quattro sinistre di lotta e di governo (Pd, 5 Stelle, Italia Viva e Leu) davanti a un Paese paralizzato perché incredulo che in così poco tempo si siano potuti produrre danni così grandi. Sono trascorsi solo due mesi e mezzo ma sembrano due anni, caratterizzati dalla vaga promessa di «una nuova prospettiva di crescita in una stagione riformatrice» (è sempre il Conte-Petrarca a dipingere) e per contro da una realtà di guerriglia quotidiana, di balcanizzazione progressiva, di un tutti-contro-tutti. In cui può accadere in rapida successione che il presidente del Consiglio si trovi invischiato in due scandali (Russiagate e consulenze vaticane); il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli si veda chiudere l’Ilva di Taranto davanti al naso (oltre 10 mila senza lavoro più 3 mila dell’indotto); il ministro degli Esteri Luigi Di Maio scambi il segretario di Stato americano Mike Pompeo, a tre metri di distanza durante uno «speech», per il segretario al commercio Wilbur Ross; il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti chieda di togliere il crocifisso dalle scuole e di tassare le merendine; la levatrice Matteo Renzi se ne vada dal Pd a costruirsi il suo partitino; il ministro per il Sud Peppe Provenzano litighi con i milanesi dando dell’egoista alla locomotiva del Paese. E l’azionista di maggioranza Beppe Grillo osservi bruciare tutto questo, travestito da Joker, commentando: «Non faccio piani, io sono il caos». Gli crediamo sulla parola.

I 75 giorni da incubo rendono istituzionali i mojito del Papeete e trasformano in una battuta andreottiana il tunnel del Brennero di Danilo Toninelli. Tutto ciò ha un punto di partenza, la profezia di Romano Prodi, efficace come un bacio avvelenato. Al momento del varo, a proposito dell’eterno ritorno del sempre Conte, lui disse: «Meglio un peccatore pentito che mille giusti in Paradiso. Questo governo durerà anni». E nonostante la riluttanza di Nicola Zingaretti, che avrebbe preferito le elezioni per disfarsi di Renzi in segreteria e dei renziani in Parlamento, la prospettiva era proprio questa: durare a costo di incollarsi alle poltrone. Durare, nonostante qualche nonsense da fratelli Marx come Di Maio agli Esteri («Giggino va a fare l’Erasmus» fu folgorante Roberto Calderoli). Alla Farnesina lo stesso Di Maio che aveva abbracciato i gilet gialli, che chiamava il presidente cinese famigliarmente «Ping» (Xi Jinping), che aveva dato del venezuelano ad Augusto Pinochet e annoverava la Russia tra i Paesi del Mediterraneo.

Quisquilie, durare era l’imperativo. Con alle spalle un esercito infinito di sponsor, da Massimo D’Alema a Papa Francesco, da Donald Trump («Giuseppi!») a Emmanuel Macron, da George Soros ad Angela Merkel, da Mara Carfagna a Maurizio Landini. Un arco costituzionale sterminato, scioltosi dopo un miglio marino come un iceberg sotto lo sguardo di Greta Thunberg. Sintesi di Marco Damilano su L’Espresso: «Era il governo di tutti, è diventato il governo di nessuno». Nel giro di un mese il credito è finito per impresentabilità.

A dare il primo colpo di piccone ci ha pensato l’unico ministro tecnico, Luciana Lamorgese, mandata all’Interno per spegnere l’incendio migranti e far dimenticare le esternazioni social di Matteo Salvini. Sobrietà e concretezza, appunto. Lei ha preso la missione alla lettera e ha scolpito nella pietra due concetti: «Porti aperti, l’emergenza migranti non esiste» e «L’Europa si farà carico delle quote dei disperati». Era metà settembre, a sinistra si esultava per l’esito dello storico summit di Malta che sanciva due princìpi: la redistribuzione dei profughi e la rotazione dei porti di sbarco. È bastata la prima traversata della «Ocean Viking» per scoprire altrettante verità: i disperati restano al 70 per cento in Italia e i porti che ruotano sono Lampedusa, Pozzallo, Catania, Siracusa, Taranto, prima o poi anche Bari, Rimini e Trieste. Una presa in giro.

Il bluff non è affiorato subito perché c’era il famoso feeling con l’Europa, contenta per il siluramento di Salvini. E che, a detta del ministro dell’Economia Roberto Gualtieri (noto ai circoli keynesiani soprattutto per una versione di Bella Ciao arrangiata a bossanova per chitarra), avrebbe «allargato le maglie del patto di stabilità». Così aveva detto tornando dalla riunione Ecofin di Helsinki, quindi è stato difficile per la maggioranza nascondere lo sconcerto quando (era metà ottobre) da Bruxelles è arrivata la solita letterina, amata come la scadenza della Tari, in cui la Commissione chiedeva «chiarimenti sulla riduzione del debito». Lì tutti hanno capito che la legge di Stabilità non sarebbe stata una passeggiata e che Paolo Gentiloni, spedito nelle Gallie a colonizzare i barbari con David Sassoli, era apprezzato solo per la manifattura delle cravatte.

Proprio lui, ai primi di ottobre, è stato il primo a mettere a fuoco il disastro della coalizione. Sulla scaletta dell’aereo che lo portava a Bruxelles per fare il commissario all’Economia commissariato da Valdis Dombrovskis, ha spiegato che «questa è una non-alleanza, espressione di una non-maggioranza». Niente di clamoroso, solo il famoso dito nella piaga. Non era ancora novembre e già cadevano le foglie di fico. Avevano cominciato a tremolare il 18 settembre quando Renzi, al culmine di una delle sue capriole politiche da circo, ha fondato un nuovo partito, Italia viva, con un logo simile a quello di una marca di detersivi. Il senatore di Rignano ha messo in atto lo «#staisereno» anche con Conte, che infatti da quel momento ha perso il proverbiale equilibrio da burocrate. È bastato che Renzi prendesse le distanze dalle ipotesi più arlecchinesche della manovra e da alcune scelte definite troppo a sinistra per far sibilare al premier la frase: «Non mi piacciono i prepotenti».

Una fotografia definisce la solitudine di un esecutivo che gli italiani osservano come un reality: quella di Nicola Zingaretti, Giuseppe Conte, Robert (Kennedy) Speranza, Luigi Di Maio e il candidato Vincenzo Bianconi destinato alla mattanza alle elezioni regionali in Umbria stravinte dalla Lega. Scattata a Narni il 25 ottobre, è il simbolo della mediocrità di una proposta politica fortemente voluta da Dario Franceschini, il postdemocristiano nato con la grisaglia, e mai decollata: l’alleanza strutturale fra Pd e Movimento 5 Stelle sul territorio. La legnata di Perugia ha frustrato nella culla gli entusiasmi dem (i leader piddini sono sempre convinti che basterebbe un po’ di catechismo per trasformare i pentastellati in giovani turchi) e ha dato a Di Maio la forza di liquidare il grande abbraccio: «Era un esperimento, non ha funzionato, strada impraticabile».

Circondato dalla cattiva digestione di Zingaretti, dalle trappole di Renzi e dai sospetti per la gestione del caso Joseph Mifsud con il coinvolgimento dei servizi segreti, ai primi di novembre Conte decide di dare il via libera alle proposte sulla manovra dei partiti, ancora così sicuro di sé da dichiarare: «Si va avanti, sono più duro di Craxi a Sigonella». Tutto si potrebbe immaginare, tranne il Cirque du soleil: tassa sulle auto aziendali, Sugar tax, Tampon tax (quando ti chiedi di chi è la proposta, è di Laura Boldrini) e quella Plastic tax buttata lì per giustificare il Green deal senza sapere che il distretto più forte della plastica in Italia è in Emilia, dove si vota in gennaio per quella che potrebbe essere l’ultima sfida del governo Conte. Un suicidio politico. Per ora il risultato è la furibonda reazione di Confindustria, Confcommercio e delle altre associazioni di categoria prima ancora che la Finanziaria sia approdata in Senato.

A questo punto accade qualcosa di imprevisto. Due settimane fa, quasi a voler determinare una sterzata, il cardinale Camillo Ruini apre a Salvini, al suo tentativo di istituzionalizzarsi, poi definisce «irrilevanti i cattolici di sinistra in Vaticano». E il capo dello Stato, Sergio Mattarella (sempre molto sensibile all’incenso), lancia un warning: se il governo continua a non toccare palla, lui è pronto al game over. Che non significa rimpasto ma elezioni. Se anche il presidente dem lascia lí sbocconcellata la pizza delle quattro sinistre come se fosse una quattro formaggi venuta male, significa che il futuro è nero. Non c’è pace per i giallorossi. Perfino Roberto Saviano li prende a schiaffi: «È un governo di buoni a nulla ma capaci di tutto».

La diffidenza generale diventa astio per la gestione scellerata dei dossier economici, dove ogni errore tattico si trasforma in disastro. Come per l’ex Ilva, lo scudo penale messo-tolto-rimesso-ritolto, gli oltre 10 mila esuberi, la fine dell’acciaio italiano e il sogno febbricitante dell’ex ministro Barbara Lezzi: «Trasformare gli impianti in un allevamento di cozze». Mentre Taranto trema e gli economisti da salotto renziani si dileguano con curve di Laffer e pallottolieri, Alitalia galleggia perdendo 700 mila euro al giorno, Mercatone Uno lascia a casa 1.800 lavoratori, il gruppo Conad prepara 3 mila ricollocamenti per Auchan. E quando Fca vende a Peugeot senza garanzie per le fabbriche italiane, Conte è scavalcato e balbetta: «Non posso giudicare l’accordo, non ne conosco i contenuti».

È dura essere condannati all’irrilevanza dopo soli due mesi e mezzo. Piovono pietre sugli operai proprio dalla sinistra, quella delle lezioni riformiste, del diritto al lavoro, della concertazione fallita. Il governo da operetta, eternamente sbilanciato sui clichè conformisti che Edmondo Berselli definiva «l’ovvio dei popoli» (antifascismo, antisemitismo, odio social a senso unico) ha un deficit di credibilità per ciò che è drammaticamente concreto. Il ministero dello Sviluppo economico presidiato da Patuanelli sembra un tappo di sughero in mezzo allo tsunami, gli uffici risolvono solo una crisi su tre. Unica consolazione: Di Maio non può dire come da copione «è colpa di quelli di prima». Perché prima lì c’era lui. 

© riproduzione riservata

© Riproduzione Riservata

Commenti