«I giudici si diano una regolata. E anche nuove regole»

Dopo le ultime sentenze della Corte costituzionale, Giulio Sapelli invoca un riequilibrio fra politica e magistratura. A cominciare dal ripristino dell’immunità parlamentare

Giulio Sapelli, classe 1947, è uno storico dell’economia. Il suo ultimo libro è «Chi comanda in Italia», Guerini (Credits: Alessandro Viapiano/Imagoeconomica)

Sergio Luciano

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Sarebbe ora di ristabilire gli equilibri di potere tra politica e magistratura, anche ripristinando l’immunità parlamentare. Ne è convinto Giulio Sapelli, storico dell’economia, docente alla Statale di Milano, quando commenta le recenti sentenze con cui la Corte costituzionale ha scompaginato le carte della politica sull’abolizione delle province e dell’economia sulla rappresentanza sindacale: «Per lunghi periodi nella storia d’Italia l’esecutivo ha dettato alle procure priorità e confini; ora siamo all’eccesso opposto, con la magistratura che occupa gli spazi lasciati vuoti da una politica debole».

Ma davvero, professore, rimpiange il discutibile strumento dell’immunità parlamentare?

Quando, sotto l’incalzare di Mani pulite, i partiti italiani l’hanno abolita, hanno commesso un gravissimo errore. L’immunità parlamentare è un principio sacro, c’è in tutto il mondo, solo nei paesi totalitari non esiste. È un principio simmetrico a quello dell’autonomia giurisdizionale della magistratura, che viene giudicata dal suo Consiglio superiore. Il parlamentare che sbaglia va giudicato, ma in prima battuta dai suoi pari. Invece noi viviamo in un continuo tradimento del dettato di tutte le costituzioni liberaldemocratiche. E così la magistratura ha preso sopravvento sulla politica. Non va bene, occorre un riequilibrio. E devo dire che anche il vicepresidente laico del Consiglio superiore della magistratura, Michele Vietti, dovrebbe farsi sentire di più. 

Con queste opinioni si attirerà molte critiche...

So bene che la materia è complessa, giuristi insigni come Alberto Predieri, Massimo Morisi o Franco Cazzola l’hanno esaminata in ogni aspetto. È chiaro che ci sono state fasi in cui le procure chiave erano governate dal potere esecutivo: per esempio il cosiddetto «porto delle nebbie», la Procura di Roma. Ma fino agli anni Novanta: poi è cambiato tutto.

E perché?

Semplicemente perché in quel momento nella magistratura, dove fortunatamente si entra per concorso pubblico, arrivano ai vertici persone che hanno studiato nel ’68 e ne hanno conservato la mentalità e la cultura. Su quest’impostazione decolla l’epopea di Mani pulite. E lì si dilaga. La guerra di posizione diventa guerra di movimento. La magistratura mette nel mirino il potere economico oltre a quello politico e il loro intreccio. Di fatto distrugge tutti i grandi partiti di massa, salvo postfascisti e postcomunisti. Partiti forti di una base di attivisti che non collabora: non cede alla carcerazione preventiva a fini estorsivi che scioglie le lingue degli altri...

Ok, ma torniamo alla Consulta: fa il suo mestiere, interviene dove la legge è ambigua.

Nessuno discute dell’autonomia della Corte costituzionale, ci mancherebbe, bensì del modo di affermarla. È una questione di sensibilità istituzionale. Ma come, in questo contesto, vai a emanare una sentenza sulle province? Così le varie articolazioni dello Stato vanno ciascuna per conto suo, senza alcuna sintonia sugli obiettivi.

Ma l’autonomia...

La verità è che tutto è diventato ideologico e non esistono più le moral suasion, mancano le sfumature. E invece la vita istituzionale è fatta di «nuance», non di sciabolate.

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