Giuliano Pisapia, il ritorno: perché non funzionerà

L'ex sindaco di Milano non ha un profilo nazionale, ha deluso parte del suo elettorato e replicare il modello meneghino non è cosa semplice

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L'ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, durante l'incontro "Le città che vorrei", Genova, 26 gennaio 2017. – Credits: ANSA/LUCA ZENNARO

Claudia Daconto

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Con un'intervista a Il Corriere della Sera, Giuliano Pisapia ha ufficializzato il suo rinnovato impegno nell'agone politico. L'idea dell'ex sindaco di Milano è quella di spostare a sinistra il Pd di un Matteo Renzi “che ascolti di più e capisca che i corpi intermedi sono importanti, a cominciare dai sindacati”. Come? Attraverso un'alleanza tra i dem e il suo Campo Progressista che punti al 40% in un scenario in cui la legge elettorale preveda il premio alle coalizioni.

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A prima vista, una sorta di riedizione della vecchia “Italia. BeneComune”, la coalizione tra Pd e Sel che alle elezioni del 2013 non bastò a consegnare il governo del Paese al centrosinistra. Anche per via dello scarno 3% (3,20% alla Camera e 2,97% al Senato), un risultato ben al di sotto delle aspettative, che Nichi Vendola riuscì a portare in dote a Pier Luigi Bersani e che non è affatto detto Pisapia sia oggi in grado nemmeno di replicare. Per varie ragioni.

La prima: a differenza di Vendola, la sindacatura milanese non è bastata a Giuliano Pisapia a costruirsi un profilo nazionale. Molti, anche fuori Milano, lo stimano ma, di fatto, lo conoscono poco. Chi non segue da vicino la politica e tende a disinteressarsi di ciò che avviene fuori dai confini della propria città, probabilmente non sa nemmeno chi sia.

La seconda: il suo appeal a sinistra, già messo in discussione durante il suo mandato, ha subito un mezzo tracollo all'epoca dell'annuncio, molto anticipato, della sua non ricandidatura nel 2016 e poi all'indomani della fine del suo mandato. La cosiddetta alta borghesia illuminata milanese che, decidendo di puntare su di lui, gli aveva consegnato le chiavi della città, ne è rimasta in parte delusa. Movimenti, centri sociali, associazioni di base si sono sentiti traditi. Molti cittadini delle periferie si sono direttamente spostati a destra già dalle scorse elezioni. 

La terza: l'idea di replicare, a livello nazionale e sei anni di distanza, lo “schema Milano” è sì, come dice lui, “una grandissima ambizione” ma forse anche un po' una “certissima illusione”. Intanto perché l'Italia assomiglia sempre meno a Milano: se la capitale del Nord corre (più occupazione, più investimenti, più nascite), il resto del Paese, soprattutto da Roma in giù, arranca e in alcune aree geografiche sprofonda.

Lo stallo politico
A livello politico, la maggioranza di Sinistra italiana (quella che fa capo a Nicola Fratoianni) che all'epoca si chiamava Sel ed era il partito che aveva lanciato e sostenuto fin dall'inizio la sua candidatura a sindaco, non è disposta a seguirlo. E in genere il mondo della sinistra-sinistra, che non gli ha ancora perdonato il suo Sì al referendum costituzionale, nutre ormai una tale avversione nei confronti dell'ex premier che non si farebbe mai tirare dentro un'alleanza con lui.

La spaccatura del centrosinistra milanese
Il dialogo con Matteo Renzi, che conta su figure come la sua e quella della presidente della Camera Laura Boldrini per costruirsi un ponte verso mondi che finora non è riuscito a intercettare e per tenere legate al Pd le anime del partito tentate dalla fuga verso lidi dalemiani, è avviato da tempo. Tutti ricordano l'incontro a Palazzo Chigi alla presenza dell'allora vice-sindaca Francesca Balzani.

Una mossa che fu allora letta, con disappunto di molti (anche all'interno della sua stessa giunta), come il tentativo di accreditarla agli occhi del premier come potenziale candidata sindaco. Quando poi Pisapia ne divenne il principale sponsor, venendo meno a quel ruolo di garante delle primarie che si era voluto ritagliare, i malumori esplosero del tutto.

Il centrosinistra milanese finì per spaccarsi. E alle scorse elezioni amministrative la lista a lui e da lui ispirata, Sinistra X Milano, prese poco più di 19mila voti, il 3,8%, meno di quelli che Balzani ottenne (20.510) alle primarie di centrosinistra del febbraio precedente. Tuttavia né Pisapia, né la stessa Francesca Balzani, che fonti locali collocano ancora stabilmente piazzata nel salotto dell'ex sindaco, vogliono rinunciare a un futuro politico.

Nel dubbio di riuscire ad assicurarselo insieme ai vecchi compagni, Pisapia punta su Renzi dichiarandosi disponibile a offrigli ciò che presume essergli rimasto in mano e che e che, anche legittimamente, conta di poter ampliare. In cambio ne otterrebbe un seggio sicuro per sé e magari per i suoi fedelissimi. Qualche cartuccia da sparare ce l'avrebbe pure: Laura Boldrini, per esempio. Non è detto, però, che possano bastare.

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