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Giuliano Ferrara: "Mi spaventano i tribuni di oggi, non nazionalizzare o privatizzare"

Una tragedia che colpisce un Paese già stordito, che attraversa una fase politica preoccupante, in un clima pericolosamente populista

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Giuliano Ferrara

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I vecchi partiti, dalla Democrazia cristiana ai socialisti ai comunisti ai laici minori al Partito democratico, compresa l'esperienza di Berlusconi negli anni d'oro, ne hanno sbagliate moltissime, eppure avevano pratica e teoria, nelle curve della lotta politica feroce nei decenni, dell'unità sostanziale del Paese e del suo futuro.

Le reazioni delle nuove fazioni di governo al crollo del ponte di Genova mostrano nudi e crudi gli effetti della demagogia, che ha bisogno di sangue, di colpevoli, di urla nel buio della coscienza.

La mia prima reazione emozionale alla notizia della tragedia, irata e addolorata era stata "via i vertici", "via la concessione a Autostrade", perfino ovvio. Poi mi sono detto che ero un pirla, si dissestano e cedono anche le infrastrutture in gestione allo Stato, nel cedimento della campata e del pilone numero 9 del viadotto Morandi hanno agito cause diverse, e se è verosimile nel suo cinismo quel che diceva Leo Longanesi, "gli italiani preferiscono le inaugurazioni alle manutenzioni", è altresì un dovere parlare dopo gli accertamenti, favorire le indagini e le perizie indipendenti, vedere come sono andate le cose, astenersi dalla chiacchiera invasiva e demolitrice a macerie fumanti e a vittime all'ultimo respiro sotto il cemento, sopra tutto evitare slogan ideologici, fughe da un'equilibrata volontà di giustizia e di risarcimento, fabbriche di capri espiatorii, accuse ancora da sostanziare, caciara sciacalla, e preoccuparsi del lutto come ricomposizione della minima base di unità e di fiducia senza la quale tutto è destinato a perire nella coscienza pubblica di un popolo e delle sue istituzioni, preoccuparsi di una rapida ricostruzione con risorse e tecniche certe a carico di chi è oggettivamente responsabile.

Comunque sia, sulle mie incertezze, poi assommate al disgusto per la grigliata mista dei Benetton a Cortina ventiquattr'ore dopo quella pioggia di morte, è arrivata la sindrome di Caracas che ha travolto tutto, fino ai selfie, alle claque, alle dichiarazioni corrive di quel bel tomo del cardinale Sepe a Napoli riscattate dal senso religioso e dal senso di giustizia civile del cardinal Bagnasco ai funerali pubblici genovesi di alcune delle vittime.

La sindrome di Caracas non è stata però solo uno sfregio paludente, gagliardo, dispotico, dall'alto e dal basso, a un Paese stordito, si è subito rivelata anche altro, una via nera all'onnipotenza statalista e al governo fazioso della cosa pubblica ammantata di ragionevolezza.

Sul banco degli accusati e alla gogna, e con successo prevedibile, l'Europa, le privatizzazioni, le élite e tutti quelli di prima, tranne chi si è battuto come un leone contro la Gronda, le opere e le spese necessarie, nel nome non già della manutenzione e del consolidamento del cemento che c'è, e dell'approntamento di altre vie possibili di scorrimento del traffico, ma della lotta al cemento come totem dell'ambientalismo da strapazzo, il piede di porco degli incompetenti per scardinare la vita civile

Il problema è che c'è una logica in questa follia, c'è del metodo. Non mi spaventano le nazionalizzazioni, come non mi hanno spaventato le necessarie privatizzazioni, in tempi di crisi lo Stato ha dei doveri in un senso o nell'altro.

Macron nella Francia repubblicana predica un europeismo, una tecnica, una tecnologia, un sistema normativo degli scambi e dello sviluppo che sappia liberare energie e far crescere in equilibrio la società proteggendo, proteggendo, proteggendo.

Mi spaventano le bandiere truci, le menzogne accattivanti, la caccia agli stregoni del turbocapitalismo, il tribunale dell'antifinanza, le venature torbide, da socialismo di Stato in ritardo, delle soluzioni impossibili che diventano percorso lineare dei nuovi, applauditi tribuni del popolo. E compatisco i compatrioti che ci credono, come i nonni credettero all'Impero, a "quota novanta", alle leggi razziali, all'autarchia di un'Italia che finì nella guerra devastante e autodemolitrice da cui decenni di ricostruzione democratica e liberale europea hanno provato a riscattarci.

Mi spaventa la linea diretta che porta da questi discorsi al loro esito quasi inevitabile, che va molto al di là del "no euro", ché una moneta è una moneta e i piani B sono comprensibili quando non enunciati a vantaggio di telecamera, un esito di sudditanza a nuovi nazionalismi, che poi nel caso dell'Italia sono sempre i nazionalismi degli altri a prevalere, come insegnano l'esperienza, la storia.

Mi spaventano una linea del fatto compiuto, della catena, del domino, della parola che corrode e illude, uccide unità e identità comunitaria profonda, combinata con la tecnica del colpo di Stato da consenso populista, l'attacco alla stampa con i tuìt di un Casalino, mi spaventa il clima di provocazione permanente a cui questi banditori dell'iperprotezione statalista non possono rinunciare, nemmeno se poi lo vogliano. 

(Questo articolo è stato pubblicato sul numero di Panorama del 23 agosto 2018)

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