Gianluca Zelli con Stefano Parisi

L'amministratore delegato di Humangest muove i primi passi in politica in "Energie per l'Italia": ecco chi è e come la pensa

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Gianluca Zelli, ad di Humangest – Credits: Ufficio Stampa

Sergio Luciano

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S’era mosso con molto anticipo, forse troppo, visto che il blitz del 2011 predisposto col governo Berlusconi per abolire l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori fallì, e ha dovuto aspettare 15 anni e un premier post-comunista per essere attuato: ma Stefano Parisi, già direttore generale della Confindustria dell’epoca, e poi candidato sindaco per il centrodestra a Milano contro Giuseppe Sala, non ha dimenticato la lezione: priorità al lavoro. E la sta applicando nella sua nuova formazione politica, “Energie per l’Italia”, come quando, insieme con Maurizio Sacconi, lavorò fianco a fianco con Marco Biagi per il varo di quella riforma che ancora porta il nome del giuslavorista ucciso dai terroristi.

Fedele a quell’imprinting, oggi Parisi guarda con attezione a chi viene dal mondo delle risorse umane, e per l’Abruzzo, come responsabile di “Energie” ha insediato un esperto di problemi del lavoro, anzi un imprenditore del ramo, Gianluca Zelli, amministratore delegato di Humangest, branch del colosso internazionale, che ha fondato in Italia nel 2005, ad appena 32 anni.

Con 40 filiali e 350 dipendenti Zelli non ha “bisogno” di entrare il politica per realizzarsi o, peggio ancora, trovare un mestiere: non che gli manchino le cose da fare. Ma, racconta, il richiamo della politica è stato irresistibile “perché oggi in Italia si fa troppa fatica a fare impresa. Lo stallo è totale: Regione e Comuni, almeno qui in Abruzzo, sono fermi e lo Stato non dà alcuna risposta concreta. Siamo a un bivio: o proviamo a fare qualcosa o arretriamo ancora”.

Ma come la pensa, Zelli – e quindi, il vertice di “Energie” - sulla questione più spinosa del momento, la sostituzione dei vecchi voucher con il nuovo ordinamento dei lavori a chiamata, o minijob che dir si voglia, di cui il governo si sta occupando? “I mini-job tappano un vuoto legislativo che si era venuto a creare con la scomparsa dei voucher”, risponde Zelli, “uno strumento su cui peraltro – diciamolo – c’erano stati parecchi abusi. Il mini-job è più garantista, prevede un impiego da 15 ore mensili, ma con contribuzione piena, con tanto di contributi, per prestazioni occasionali ma cumulabili. Oltre le 15 ore, all’impresa conviene stipulare contratti part-time, perché non hai più vantaggio economico. Quindi sono uno strumento ideale per ingaggiare colf, giardinieri, collaboratori occasionali. Comunque, anche i mini-job tolgono l’alibi a chi vorrebbe fare del nero...”.

Certo, il mini-job costa ben più dei vaucher: è dunque uno strumento flessibile, ma non economico. Questo, però, ne scoraggia l’abuso, che ha invece distinto i voucher. Chi vuol fare il furbo, non vorrà usare i mini-job per non pagare tanto; ma, non avendo più i voucher da adottare per sembrare in regola senza esserlo, fregando in realtà il prossimo, o accetterà di usare i mini-job o dovrà optare per il lavoro nero vero e proprio, esponendosi però ai gravi rischi sanzionatori che questo reato comporta.

“Il vero problema è che, dal mio osservatorio, vedo ancora statico il mercato del lavoro”, osserva Zelli, “e tra poco arriveranno le nuove ondate della fine progressiva della decontribuzione prevista dal jobs-act in via transitoria. La prima ondata del famoso jobs-act avviata nel 2015 andrà a scadenza nel 2018 ma già da giugno-luglio di quest’anno si faranno i conti veri con lo sboom. E’ probabile che il 50% di chi ha avuto i nuovi contratti andrà a casa”.

Per essere un centrista conservatore, insomma, Zelli non usa toni da propaganda: forse perché è un addetto ai lavori “vero”. E non ha ancora l’ipercriticità del politico consumato: “Noi come Humangest”, dice ad esempio, andando controcorrente, “stiamo ottenendo buoni risultati con Garanzia Giovani: accompagniamo il lavoratore da selezione all’orientamento alla formazione, fino all’ingresso in azienda”. Una cosa che funziona, almeno una.

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