Politica

Franco Bassanini, il potente che fa sistema

E' stato appena indicato come Presidente di Telecom; lui si è defilato. In attesa di occasioni ancor più cruciali

Franco Bassanini

Francesco Bonazzi

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Riserva della Repubblica, ma anche del Capitale. Nei giorni scorsi, quando l’ex ministro Franco Bassanini si è tirato fuori dalla corsa alla presidenza di Telecom Italia, lo ha fatto con l’eleganza che contraddistingue uno degli ultimi highlander della Prima Repubblica, capace, in mezzo secolo di onorata carriera, di attraversare con l’aria pensosa del civil servant partiti, fondazioni, governi, banche, rami del Parlamento, cadreghe pubbliche e private. Senza restare mai a piedi, neanche per sbaglio e dimostrandosi anche un formidabile incassatore. Come nel 2015, quando Matteo Renzi lo sfrattò dalla Cassa depositi e prestiti e lui ottenne in cambio un ufficio a Palazzo Chigi. Ed è sempre di Bassanini un altro capolavoro assoluto: quello di essersi fatto eleggere per il Pds senatore a Siena tra il 1996 e il 2006, per poi farsi trasferire in Sicilia (dove non fu eletto) proprio alla vigilia del crack del Monte dei Paschi di Siena, sul quale non a caso è difficile trovare una sua dichiarazione. Lui a Siena non c’era e se c’era dormiva, ma i voti nella città della banca-partito gli arrivavano lo stesso. E Marco Morelli, l’attuale amministratore delegato di Rocca Salimbeni, è un suo fedelissimo. 

A fine settembre, dopo giorni di compiaciute indiscrezioni sulla sua prossima poltrona in Tim, in spregio all’ottantesimo compleanno in arrivo e a qualunque nozione di conflitto d’interesse, visto che da presidente di Open Fiber (metà di Cassa depositi e prestiti e metà di Enel) avrebbe poi dovuto contrattare proprio con Telecom l’unificazione della rete in fibra ottica, Bassanini ha dunque fatto un passo indietro con una nota in cui si assicurava che «la sua attività è pienamente dedicata alla presidenza di Open Fiber e a sostenere il progetto strategico e di grande valenza sistemica che sta realizzando in Italia». Qualunque cosa possa significare la locuzione «valenza sistemica», lui è quella cosa lì. Un uomo di «valenza sistemica» per l’Italia, anche se ama sfoggiare al bavero della giacca la Legion d’onore ed è sicuramente, insieme al suo grande amico Luigi Abete, presidente di Bnl-Bnp Paribas, la pedina francese più importante nella Penisola.

Prima di Tangentopoli, il milanese Bassanini militava nelle file del garofano in quota sinistra lombardiana. La cattedra di diritto pubblico la prende alla Sapienza di Roma e alla fine degli anni Settanta guida l’ufficio legislativo del Psi. È stato deputato dal 1979 al 1996, prima come socialista e poi come indipendente nel Pds-Ds, e poi senatore dal 1996 al 2006. Anche prima di farsi espellere nel 1981 da Bettino Craxi, che lo accusò di aver gettato la croce addosso al partito denunciando una linea troppo morbida sulla P2 di Licio Gelli, Bassanini è stato sempre un campioncino della cosiddetta questione morale. Memorabili le sue tirate in Parlamento sugli scandali dei fondi neri dell’Iri, sui maneggi intorno alla Montedison, sul riassetto Rizzoli dopo lo scandalo Calvi-Sindona. Uno così, seppure da indipendente, non poteva che finire che con Achille Occhetto e compagni.

Ma l’uomo ha sempre avuto anche una discreta fantasia e nel 1987 propose l’abolizione dei pedaggi autostradali. Una misura proto-grillina che, rendendo la società Autostrade non privatizzabile, ci avrebbe risparmiato i signorotti del casello. E per capire che Bassanini ha un’idea indulgente (e avvolgente) del potere, basta ricordare che fu tra i pochi deputati che si batterono negli anni Ottanta contro la chiusura e la criminalizzazione della rivista satirica Il Male, insieme a Egidio Sterpa, Luciano Violante, Vincenzo Scotti, Giacomo Mancini, Ugo Spagnoli e Rino Formica.

Dieci anni dopo, Bassanini è andato al governo con quella che riteneva la parte sana della Dc e del Pci che ha sempre combattuto. Quella sopravvissuta alle manette di Mani pulite. E allora, nella legislatura 1996-2011, eccolo ministro della Funzione pubblica e degli Affari regionali nel primo governo Prodi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel primo esecutivo D’Alema e poi ancora a occuparsi della macchina statale come ministro con il secondo D’Alema e il secondo governo Amato. Sforna una serie di meritorie riforme anti-burocrazia e a distanza di anni, i suoi grandi puntelli sono ancora loro: Amato, Prodi e D’Alema. I tre non vanno sempre d’accordissimo, ma Bassanini va d’accordo con tutti loro.

Soprannominato non a caso «l’Immarcescibile», Bassanini non è certo andato a rinchiudersi nell’amata Valle d’Aosta quando la marea di Forza Italia lo travolse alle elezioni del 2001. Spostato dal collegio sicuro di Siena alla Sicilia, comincia a «fare network». Crea subito la «Fondazione per l’Analisi, gli Studi e le Ricerche sulla Riforma delle Istituzioni Democratiche e sulla innovazione nelle amministrazioni pubbliche». Non agilissima e infatti è meglio nota come Astrid. Nel direttivo, si trova il solito Abete. Ma è nel comitato scientifico che la «valenza sistemica» di Bassanini dispiega tutta se stessa, con una mezza dozzina di ex presidenti della Consulta arruolati e un paio di «figli di» come Giulio Napolitano e Bernardo Giorgio Mattarella. E come a ogni vero socialist chic, a Bassanini piace la Francia e lui alla Francia piace: Legion d’onore ottenuta nel giugno del 2002, consigliere di amministrazione dell’Accademia di Francia in Italia, dell’Ena (2002-2005), consigliere economico dell’ex premier Jean-Pierre Raffarin insieme a Emmanuel Macron, membro della commissione Attali su chiamata di Nicolas Sarkozy, consigliere della Federazione francese delle assicurazioni. Nella folle estate delle scalate bancarie, nella guerra tra finanza cattolica e laica, da che parte si è schierato Bassanini? Contro il governatore Antonio Fazio e a difesa della Bnl di Abete.

E a proposito di banche, a Siena, prima dell’arrivo di Giuseppe Mussari alla guida del Monte e dello scandalo del 2007, il futuro presidente della Cdp contava eccome. Come ricorda un altro ex socialista, Fabrizio Cicchitto: «In sostituzione di Franco Piccinni, considerato a un certo punto inaffidabile, fu nominato Mussari che non era un banchiere ma un militante politico. Sulla sua elezione, fu d’accordo il quadrilatero di ferro, che poi si è diviso, costituito da Luigi Berlinguer, Massimo D’Alema, Franco Bassanini e Giuliano Amato» (Ansa, 9 febbraio 2013).

Prima di litigare, il quadrilatero approvò operazioni mefitiche come l’acquisizione di Banca agricola mantovana e Banca del Salento, ben prima del suicidio Antonveneta. E al momento della scalata Unipol su Bnl, Bassanini e Amato si opposero a D’Alema e compagni.   

Ma Bassanini ha saputo capitalizzare anche la battaglia condotta contro la riforma delle fondazioni bancarie voluta a Natale 2001 da Giulio Tremonti. L’allora ministro dell’Economia volle sancire la natura pubblica della fondazioni, che continuavano ad amministrare banche come ai bei tempi, ma fu accusato di voler mettere le mani su di queste per conto di Silvio Berlusconi. Il presidente dell’Acri, il comasco Giuseppe Guzzetti, scatenò la sua artiglieria, tra cui Bassanini e Astrid. La Consulta, con due sentenze del 2003, fece a pezzi la riforma e con il senno di poi è giusto ricordare un paio di combinazioni: il giudice relatore di quelle sentenze, Gustavo Zagrebelsky, ha poi avuto alcuni incarichi nella Fondazione Cariplo. E la riconoscenza per le entrature romane di Bassanini ha prodotto, sempre da parte di Guzzetti, la scelta del nostro come presidente della Cdp nel novembre del 2008, con stipendiuccio da 295 mila euro l’anno.

Un regno interrotto nella primavera del 2005 da Renzi, che mise al suo posto Claudio Costamagna. Anche qui, alle prese con il Rottamatore, si può apprezzare una certa superiorità antropologica dell’highlander Bassanini, che negoziò con pazienza la sua prossima poltrona per settimane e settimane, resistendo a ogni sgarbo e insulto. E quando ottenne un ufficietto a Palazzo Chigi come consigliere personale del premier per l’innovazione (a 75 anni, un genio), si diede da fare come fosse al primo incarico. Arrivato Paolo Gentiloni, è stato confermato. Nel frattempo, quando il centrosinistra ha dovuto metter su Open Fiber per dare la sveglia alla Telecom sulla fibra ottica, chi meglio di lui poteva farne il presidente? Era il dicembre del 2016 ed è stata l’ennesima resurrezione del Grande Incassatore. Che oggi rifiuta la poltrona Telecom, ma presto sarà il regista dell’unificazione della rete.

Intanto, quando Bassanini torna a casa, a sera, ci trova la moglie Linda, sposata in seconde nozze nel 1996. Trattasi di Lanzillotta Linda, ex collaboratrice di Giuliano Amato al Tesoro, braccio destro di Francesco Rutelli al Campidoglio (sue le privatizzazioni), ex socialista, ex parlamentare della Margherita, del Pd, dei Montiani, poi ancora del Pd e anche vicepresidente del Senato, oltre che ex consulente della banca d’affari Jp Morgan, che ha imbottito di derivati decine di enti locali italiani. Si siedono a tavola, ed è subito cda. n

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