foibe slovenia huda jama
La galleria della miniera Huda Jama in Slovenia, con i resti di 1.416 persone (courtesy Ist. Medicina legale di Lubiana)
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Politica

Il Dna restituisce un nome alle vittime del regime di Tito

Iniziativa sostenuta da Panorama: fondi per il riconoscimento dei Marò della X Mas uccisi nelle isole del Quarnero

  • Si stima che solo in Slovenia siano state infoibate almeno 100.000 persone. Ma i trucidati dai partigiani jugoslavi nel 1945 sarebbero quasi 250.000, di cui oltre 10.000 italiani, stando a fonti governative. Adesso, grazie alle moderne tecnologie, quei corpi possono essere identificati.
  • Solo il 9 maggio 2019, ben 74 anni dopo, sono stati riesumati i resti dei marò della X Mas e dei volontari della Tramontana di Cherso. Alcuni avevano sul cranio il foro del proiettile dell'esecuzione. «Adesso riposano nel sacrario dei caduti d'Oltremare di Bari» spiegano Licia Giadrossi e Federico Scopinich a Panorama, «ma vorremmo dare un nome e cognome ai resti». Se la tecnologia garantisce nuove prospettive, servono però i soldi. Parte l'iniziativa di raccolta fondi della Comunità italiana degli esuli di Lussino. Per contribuire al riconoscimento dei loro nomi si può versare una somma a Comunità di Lussinpiccolo - Trieste Fondo Ossero IT45P0103002230000003586982. Monte dei Paschi di Siena. Causale: "Per l'identificazione dei marò di Ossero"


«Sono i "cold case" della storia. L'interesse scientifico è grande, ma non nego un coinvolgimento emotivo. Mia madre era un'esule istriana di Levade vicino a Portole» spiega Paolo Fattorini, esperto di Dna in ambito forense, a Panorama. «Provare a identificare il numero più alto possibile delle vittime nascoste per tanti anni, dopo la Seconda guerra mondiale, serve a voltare pagina, come sta facendo la Slovenia». Il docente di medicina legale dell'Università di Trieste ha lavorato attraverso tecniche innovative a casi famosi come il giallo di via Poma e all'identificazione dei 366 corpi di migranti naufragati al largo dei Lampedusa nel 2013. Questa volta «è come raccontare fino in fondo un tabù durato decenni per motivi politici».

In collaborazione con Irena Zupanic Pajnic dell'università di Lubiana, Fattorini aiuta a dare un nome e un cognome a un centinaio di vittime del regime di Tito. Prigionieri inermi massacrati dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Joze Dezman, presidente della Commissione governativa slovena che ha alzato il velo sugli eccidi del 1945, dichiara: «Abbiamo individuato fino a oggi 750 fosse comuni, foibe, grotte utilizzate per i massacri. Stimiamo che siano state uccise solo sul nostro territorio almeno 100.000 persone». La piccola Slovenia è il cimitero nascosto più impressionante d'Europa: in media una fossa ogni 27 chilometri quadrati con 135 vittime ciascuna. Negli ultimi anni sono iniziate le riesumazioni dei resti umani e adesso si vuole dare un nome alle ossa, che la Jugoslavia di Tito aveva fatto di tutto per celare in eterno.

Le vittime sono soprattutto sloveni e croati che hanno combattuto a fianco di Adolf Hitler, ma anche partigiani monarchici serbi, anti-comunisti e civili innocenti, compresi bambini. Per spianare la strada alla Jugoslavia socialista è stato eliminato un quarto di milione di persone. E in Slovenia sono ancora sepolti nelle foibe o in fosse comuni centinaia, forse migliaia, di italiani, militari, civili e i deportati da Trieste e Gorizia. «È stato un massacro multietnico di carattere politico. Fra i siti identificati almeno 180 sono sull'ex territorio del Regno d'Italia e forse un'ottantina potrebbero contenere anche resti di italiani» rivela Renato Podbersic, storico di Nova Gorica. «Ma penso che altre 150 fosse o foibe siano ancora da scoprire, soprattutto sul litorale sloveno».

Luca Urizio, presidente della Lega nazionale di Gorizia, ha mobilitato speleologi, volontari e giornalisti per cercare i connazionali infoibati in Slovenia con l'aiuto degli esperti locali. E ha trovato documenti desecretati degli archivi della Farnesina, come il rapporto del dopoguerra «sull'esistenza di tre foibe nella foresta di Tarnova» con tanto di mappa, mai esplorate. «Vogliamo fare il possibile per riportare in Italia i corpi dei deportati infoibati dai partigiani da Tito e permettere ai loro cari di posare finalmente un fiore sulla tomba dei nostri martiri» dice Urizio a Panorama. La pandemia ha rallentato il progetto, che la Lega nazionale presenterà alla Regione Friuli Venezia-Giulia, ma sono già state fatte «missioni» esplorative, che riprenderanno quando si tornerà a circolare liberamente.

L'obiettivo ancora più ambìto sarebbe l'identificazione delle vittime, come gli specialisti di Lubiana e Trieste stanno facendo con 81 resti riesumati di militari slavi prigionieri trucidati dai partigiani. «Nelle ossa di 75 anni fa sepolte in fosse comuni o disperse nelle foibe il Dna estraibile è degradato» dice Fattorini. «Ma con metodiche "next generation" abbiamo ottenuto dati genetici che permettono un'identificazione certa». I campioni di Dna sono stati estratti da altrettanti femori di 57 soldati sloveni, croati e serbi rinvenuti nella fossa Konfin I nel comune di Loski Potok, Bassa Carniola.

«Su 15 casi che non avevano dato risultati abbiamo avuto successo con la metodica next generation. E adesso stiamo lavorando sul Dna di altri 24 soldati» racconta il docente del dipartimento di Medicina dell'Università di Trieste. «Grazie a queste procedure innovative siamo in grado di scoprire anche caratteristiche della vittima come il colore di occhi e capelli» rivela. «Ma si può stabilire pure se aveva le lentiggini o calvizie precoce per risalire all'identità dello scheletro». Irena Zupanic Pajnic dell'Istituto di medicina legale di Lubiana ha inviato a Panorama le pubblicazioni sui casi già individuati, come la decina di membri di una famiglia, compresi adolescenti e una donna incinta, ritrovati in una fossa comune. «A parte l'aspetto scientifico, l'identificazione di chi non è più tornato a casa chiude una ferita per i familiari e permette una giusta sepoltura al proprio caro, dove deporre un fiore» sottolinea Fattorini.

I recenti ritrovamenti in Slovenia e Croazia delle vittime celate di Tito hanno spinto il senatore Maurizio Gasparri di Forza Italia a scrivere al presidente del Consiglio Giuseppe Conte. «Ritengo che sarebbe doveroso continuare a fare luce su questi tragici fatti con un deciso intervento dell'Italia» chiede Gasparri. «Occorre procurare fondi adeguati per lo svolgimento di tali ricerche. (…) Sicuramente esistono fosse comuni nei dintorni di Borovnica, di Lubiana e di Maribor dove furono internati (…) a guerra finita oltre 3.000 italiani e di cui almeno il 50% non fece più ritorno». La lettera continua spiegando che «esistono altri campi, foibe e fosse comuni in Istria rimaste insondate e che potrebbero contenere i resti di connazionali, secondo alcune fonti almeno 10.000 italiani».

Il 22 settembre scorso ha risposto il sottosegretario agli Esteri, Ivan Scalfarotto, assicurando che l'esecutivo segue le riesumazioni in Slovenia e Croazia. Prima della pandemia Panorama ha accompagnato il presidente della Lega nazionale di Gorizia e una coppia di speleologi nell'esplorazione della zona slovena di confine. L'esperto si è calato in tre foibe sotto una pioggia battente, esplorando una prima voragine non registrata indicata dagli sloveni, dove nel villaggio vicino gli anziani ricordano «le grida in italiano delle vittime» dei partigiani di Tito. «Bisognerebbe scavare, ma sul fondo c'è un cumulo di tronchi impossibile da spostare» dice lo speleologo triestino.

Un rapporto della Segreteria generale della Farnesina del 9 gennaio 1946 firmato dal capo di Gabinetto individuò «tre foibe nella foresta di Tarnova». Non solo precisava l'esatta posizione, che ha permesso di realizzare una mappa dettagliata allegata all'informativa, ma indicava alcuni nomi delle vittime come «l'ing. Caldana con la moglie, il Sig. Caffarelli Ciro, Montante Pietro. Si presume che detta foiba contenga circa 50 cadaveri».


Bari, degna sepoltura per 27 soldati italiani caduti durante la Seconda guerra mondiale www.youtube.com


Un'altra si trova «sulla sinistra della casa forestale» a due chilometri da un paesino. Per la terza «nel 1944 e 1945 diverse persone sono state gettate ancora vive, altre invece sono state uccise con un colpo di pistola alla testa. Detta foiba è la più grande e contiene certamente qualche centinaio di cadaveri». Il passaggio più inquietante dell'informativa è quello sulle voci che circolavano tra i partigiani: «Sono state scavate tre grandi fosse comuni e quasi tutti i deportati della provincia di Gorizia e Trieste sono stati colà soppressi».

Nella prima missione esplorativa nell'area è stata individuata una cavità ostruita da grossi massi coperti dalla vegetazione cresciuta nel tempo, dove sarebbero stati gettati altri prigionieri. Attorno ci sono lumini e candele portati per i morti. Quando il virus lo permetterà, è prevista la discesa in una foiba profonda 130 metri, già identificata. Urizio è convinto: «Una nota storica d'oltreconfine ha rivelato che nella voragine sono stati gettati almeno 200 fra civili e militari italiani. A causa dei massacri di Tito, il sottosuolo sloveno è un grande cimitero nascosto. Una tragedia che non ci divide, ma ci unisce ai popoli slavi trucidati nel dopoguerra».


I resti delle vittime

Un molare di una vittima, che attraverso le tecniche di estrazione del Dna, potrebbe essere fondamentale per risalire all'identità della persona (courtesy Ist. Medicina Legale di Lubiana)

Raccolta fondi per i marò della X Mas

I 22 marò della X Mas e sei militi italiani del battaglione Tramontana di Cherso hanno combattuto senza speranze contro l'avanzata dei partigiani di Tito nelle isole del Quarnero. Un loro compagno (Mario Sartori di Genova) si è suicidato dopo l'ultima battaglia, per non cadere prigioniero, a Neresine il 20 aprile 1945. I 27 sopravvissuti, dopo la resa, sono stati torturati e condotti a Ossero scalzi e seminudi. Il 21 aprile hanno dovuto scavarsi la fossa dietro il muro nord del cimitero. Poi sono sono stati fucilati, nonostante fossero prigionieri di guerra, e sepolti nelle due fosse comuni.

Solo il 9 maggio 2019, ben 74 anni dopo, sono stati riesumati i resti dei marò della X Mas e dei volontari della Tramontana di Cherso. Alcuni avevano sul cranio il foro del proiettile dell'esecuzione. «Adesso riposano nel sacrario dei caduti d'Oltremare di Bari» spiegano Licia Giadrossi e Federico Scopinich a Panorama, «ma vorremmo dare un nome e cognome ai resti». L'iniziativa è della Comunità italiana degli esuli di Lussino che ha sede a Trieste.

«Grazie alle ricerche di alcuni soci e all'elenco dei prigionieri trucidati abbiamo rintracciato una decina di parenti sparsi per l'Italia disponibili al riconoscimento attraverso il Dna» spiega Giadrossi. Per questo motivo gli esuli hanno contattato Paolo Fattorini, l'esperto dell'identificazione genetica dell'Università di Trieste. Il problema sono i costi: «La nostra associazione è piccola e ha poche risorse». Fattorini sta valutando la richiesta, ma fa notare che «solo di reagenti ci vogliono 100 euro per vittima e si può arrivare anche a 500 euro per tutta la procedura. Poi andrebbe aggiunto il costo del personale e l'utilizzo delle strumentazioni».

I marò e i militi avevano aderito alla Repubblica sociale, la parte dei vinti, con l'idea impossibile di difendere un lembo d'Italia, ma non esiste giustificazione per le torture, l'esecuzione e le fosse comuni che dovevano farli dimenticare per sempre, se non le barbarie di chi non rispetta i prigionieri di guerra. Un buon motivo, 75 anni dopo, per dare un nome e un cognome ai resti ignoti che riposano nel sacrario di Bari, lanciando una raccolta fondi. L'iniziativa degli esuli di Lussino, che Panorama rilancia, permetterà ai familiari di avere una tomba vera dove deporre un fiore e piangere i loro cari riemersi dall'oblio ideologico del passato. Giusta o sbagliata che fosse la loro scelta.

Comunità di Lussinpiccolo - Trieste Fondo Ossero IT45P0103002230000003586982
Monte dei Paschi di Siena
Causale: "Per l'identificazione dei marò di Ossero"

La cerimonia in onore dei marò

La cerimonia in onore delle salme dei marò al Sacrario militare dei Caduti d'oltremare di Bari l'11 novembre 2019.

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