Politica

Firenze dopo Renzi. La buca e lo splendore

Viaggio nella capitale del renzismo. Tra lottizzazione feroce, opere incompiute e un sindaco dimezzato

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Carmelo Caruso

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Firenze si sta spegnendo di troppa luce. Non è una buca di governo quella lungo il fiume Arno, ma bucano l’Italia i bagarini degli Uffizi. Ed è un buco di (progettazione) quello sotto la chiesa di Santa Croce dove la tramvia divide, ma ancora non collega. Sono «del buco» via Guelfa e via Panicale, strade di coltello e cocaina; mentre imbucati nelle società partecipate sono tutti gli uomini nominati dal sindaco tappa-buchi Dario Nardella.

C’è infatti l’insidia dello splendore e l’irresponsabilità dietro la magnificenza in quella voragine che si è spalancata il 25 maggio tra Ponte Vecchio e Ponte alle Grazie, 200 metri di buio e 3000 metri cubi di suolo, che fa vedere meglio la città che si è fatta nazione e classe di governo.

Matteo Renzi vuole rifare l’Italia ma non ha finito Firenze. È vero che l’idraulica è materia da ingegneri, ma sono elementi di scienza politica la viabilità e la manutenzione che, da sindaco, Renzi ha risolto e semplificato con la frase scorciatoia «guardate le stelle non guardate le buche». Nardella da due anni prova a riempirle ma finora è solo inciampato, sindaco suo malgrado perché, come dicono gli osti di piazza della Passera che è il quartiere latino di Firenze, «ha poca testa e poche palle».

Nardella, l'altro marziano

Nardella è stato dimezzato da Renzi prima ancora di questo cratere che è già un rimbalzo di colpe tra il comune e la società responsabile dei servizi idrici, Publiacqua, una nave scuola dove il ministro delle riforme, Maria Elena Boschi, ha iniziato il suo viaggio di formazione come consigliere prima di cambiare la Costituzione. Dopo il crollo del Lungarno, dal governo è stato paracadutato Luca Lotti in veste di sottosegretario ma con compiti di badante. Renzi considera, infatti, Nardella un altro Ignazio Marino, l’ex sindaco di Roma fuorifase e fuoriposto che di buche se ne intendeva e che proprio Renzi ha esiliato.

A Firenze è bastata una sola buca per eguagliare quelle incalcolabili di Roma e le interviste rilasciate da Nardella a riabilitare il pasticcione Marino. Durante l’ultima visita dei reali del Giappone a Firenze, Nardella è volato in Giappone. Quando Renzi ha invitato Angela Merkel, alla cena di gala che si teneva a Palazzo Vecchio, Nardella si è presentato in abito da sera ma non aveva l’invito. Da sindaco, insomma, è stato cacciato in casa sua.

A Firenze non si sta guastando solo l’acquedotto ma pure l’odore. Lungo via de’ Tornabuoni e piazza de’ Pitti, dove le stoffe e le forbici sono moda e primato italiano, il naso si chiude e il Rinascimento non respira. Oggi Firenze è una seducente città di cartone. «E mi sembra chiaro che Renzi sia stato attento alle cose di sopra ma non a quelle di sotto» dice Giovanni Sartori che rimane il padre della politologia italiana ma anche il più saggio insolente a parlare toscano. «A Firenze si misura l’imbroglio di Renzi. È un furbissimo arrivista. La sua città è diventata una bolla di sapone in una nazione dove il cervello scarseggia. In Italia, purtroppo, il cretino è avanzato» continua Sartori che vuole fare l’antitaliano proprio perché dall’Italia si sente poco amato.

Le opere incompiute

In realtà, e più semplicemente, Firenze rischia di essere la prima bolla speculativa della rottamazione: promesse smisurate ma problemi insoluti. Da premier che ha firmato il decreto Sblocca Italia, Renzi è riuscito a bloccare la tramvia che ai tempi del poeta futurista Ardengo Soffici «passava ogni venti minuti», ma che oggi è tra le 101 opere ferme anche secondo Legambiente. Eppure ci sono i fondi, ben 100 milioni, che Renzi ha stanziato ma che Nardella non può spendere. Per Renzi la tramvia deve passare sotto il centro storico, Nardella la vuole sopra. Per Renzi la tramvia è già finita e sarà aperta entro luglio del 2018. Per Nardella è necessario pensare a un altro studio ingegneristico. «E però, nel decreto, i fondi prevedono solo il sottoattraversamento e non un ulteriore studio. Oggi non abbiamo né la tramvia e né lo studio» dice Tommaso Grassi, consigliere comunale di Sel che con le sue interrogazioni morde Nardella e abbaia a Renzi. Di sicuro quando si completerà, questa tramvia, a Firenze contestata più della Tav in Val di Susa, allontanerà la periferia e non avvicinerà il centro, si fermerà all’ospedale Carreggi ma non prolungherà fino a quello pediatrico Meyer che è una bella pagina di sanità italiana ma trascurata dai piani urbanistici.

A Firenze è ormai la transenna la vera cartolina, più presente del David e della facciata geometrica di Santa Croce. In via Statuto i residenti sono terremotati in paradiso, sequestrati dai cantieri interminabili e dalla circolazione sregolata. «E almeno nel terremoto si capisce che bisogna fuggire, qui non si sa più da dove entrare» si chiedono in via del Romito che è arteria parallela di via Statuto. Sono entrambe vie sospese già da epoca renziana e si dice con compiacimento, dato che questo è il quartiere dove risiedevano i professori Eugenio Garin e Gaetano Arfè, defunti parrucconi per Renzi ma pur sempre vanto e prestigio locale. A pochi metri da via dello Statuto è ancora un presìdio di classicità il liceo Dante dove, prima ancora del premier, hanno studiato il poeta Giovanni Pascoli, l’Arlecchino Paolo Poli, il tormentato scrittore Franco Fortini. Sono le stesse vie dove Renzi ha imparato a essere leader ma ha sventrato da sindaco e dimenticato da premier.

Se le parole avessero memoria, Renzi avrebbe dovuto lasciare la politica e non aspettare il risultato del referendum. Renzi ripete: «Se dovessi perderlo lascio la politica». Lo diceva anche quando aveva promesso di trasformare il parco della Cascine di Firenze «nel nuovo Central Park italiano». Oggi, ed è un uomo d’ordine a precisarlo, il parco delle Cascine è un ricovero di sbandati e fuorilegge, siringhe e pistola.

Il G7 che non si fa più

«E ogni volta che penso alla Firenze di Renzi mi sembra di rivedere la scena di “Amici Miei” quando i monellacci progettavano la distruzione e la ricostruzione di un paese e poi scappavano sghignazzando» dice Giovanni Donzelli, un consigliere regionale di Fratelli d’Italia tutto polemica e ardimento che del premier ha studiato la vita e gli scontrini.

I fiorentini rimpiangono il G7 che Renzi aveva promesso da sindaco ma che non può portare da primo ministro per imprecisione e semplicioneria dell’amico fraterno Marco Carrai, presidente dell’aeroporto di Firenze. Carrai aveva la missione di allargare la pista ma ultimamente ha ristretto le ambizioni. Da presidente, Renzi ha stanziato 50 milioni e ne ha promessi 100 per completare la pista di Peretola. Raffazzonato e incompleto, il progetto è stato criticato pesantemente dai tecnici regionali dell’Arpat e dai funzionari dell’Asl perché presentava rischi di carattere idrogeologico e di salute. Le integrazioni al progetto sono state più lunghe delle dimensioni della pista: 186. Spregiando le procedure ordinarie, Renzi ha così dichiarato l’aeroporto «di interesse nazionale» per recidere i lacci, forzare le regole. Nonostante questo, manca ancora oggi la valutazione di impatto ambientale che deve rilasciare il ministero dell’Ambiente.

Lottizzazione continua

Perduto dunque il G7, Firenze è tornata all’accattonaggio, all’occupazione feroce di incarichi pubblici che Renzi predispone e Nardella controfirma. Il 20 aprile scorso, il sindaco ha nominato nel cda del Museo Galileo l’avvocato Cristina Ferrari che qui tutti conoscono come componente dell’associazione “Luoghi di incontro”. È l’associazione che ogni anno organizza, a Firenze, il Festival delle Religioni curato da Francesca Campana Comparini, moglie di Carrai.

Da avvocato, Ferrari ha pure lavorato nello studio legale di un altro uomo del clan renziano. Si tratta di Alberto Bianchi che non è solo l’avvocato di fiducia di Renzi e tesoriere della cassaforte Fondazione Open , ma è pure membro del consiglio di amministrazione di Enel. Bianchi ha un fratello virtuoso quanto lui e renziano più di lui, Francesco Bianchi, a cui è stato consegnata la sovraintendenza del Maggio Musicale e uno stipendio di 120 mila euro circa all’anno, si spera per dirigere e non per farsi dirigere.

Spartendo e assegnando, a Firenze è ora una provincia renziana anche il più importante archivio italiano quel Gabinetto Vieusseux che protegge i quaderni di Carlo Emilio Gadda e di Pierpaolo Pasolini. Nardella ha voluto come consigliere del gabinetto un collega di lavoro della moglie. È Francesco Neri, presidente della compagnia delle opere di Toscana che opera nel terzo settore. Per intenderci: assistenza anziani e asili nido. Da presidente della Compagnia delle Opere Toscane, Neri collabora con la moglie di Nardella, Chiara Lanni, coordinatrice pedagogica della cooperativa “Sant’Agostino”. Il curriculum di Neri è più lungo di amici che di titoli. Neri è stato socio dell’ubiquo Carrai nella soceità C&T Crossmedia.

A Firenze, intanto, è stato, e continua a essere, una specie di oratorio la società idrica Publiacqua, a cui Nardella ha scaricato le colpe della buca. Come detto, Publiacque ha ospitato in passato la Boschi come consigliere di amministrazione e ha avuto come presidente il direttore dell’Unita, Erasmo D’Angelis. Oggi il nuovo presidente è Filippo Vannoni un uomo di cui si sa di chi è marito e genero oltre a un’altra fondamentale qualità: è stato un boy scout. La moglie di Vannoni è Lucia De Siervo, dirigente dello sviluppo economico del comune di Firenze, figlia dell’ex presidente della Corte Costituzionale Ugo De Siervo e sorella di Luigi De Siervo, ex presidente di Rai Com, ma da pochi giorni mandato a giocare a calcio. È stato nominato amministratore delegato di Infront Italia, società che gestisce i diritti televisivi della Lega Calcio. Lottizzazione? Ecosistema.

Per drenare denaro verso le associazioni e stimolare la filantropia, Renzi ha favorito l’ascesa di Umberto Tombari a presidente della Fondazione Ente Cassa di Risparmio di Firenze, una sorta di montagna magica, una mammella come a Siena è stato in passato il Monte dei Paschi. Tombari è proprietario dello studio legale dove fece praticantato il ministro Boschi non appena laureata.

In Toscana, il renzismo ha addirittura compiuto il salto di generazione e si avvia al rinnovamento. Nominato nel cda di una società partecipata comunale (Mercafir), Lorenzo Petretto, figlio di Alessandro ex assessore al Bilancio di Renzi, è stato raddoppiato e nominato presidente della Fiditoscana, la stessa Fiditoscana che ha garantito i prestiti per le strampalate operazioni economiche del padre di Renzi, Tiziano.

Ventaglio, vino e satrapia

Come insegnato da Renzi, Nardella ha continuato con la politica del patrocinio culturale, ovvero la pratica di agevolare i passatempi benefici di principesse e marchesi. Firenze più che corte rinascimentale oggi è ventaglio, vino e satrapia. Il comune sponsorizza la mostra “Artigianato a Palazzo” della principessa Giorgiana Corsini e la gara podistica “Corri la vita” della marchesa Eleonora Frescobaldi. Per i toscani con la schiuma alla bocca, Renzi è riuscito a far inginocchiare perfino «i nobili che chiamano lavoro l’ozio». Non si tratta di pacificazione di classe ma solo di comparaggio per interesse. In pubblico, Laudonia Pucci, figlia dello stilista Emilio Pucci, marchio venduto ai francesi di Louis Vitton, si è schierata per il sì al referendum costituzionale, tanto da presiedere un comitato, in attesa che il marito Alessandro Castellano, amministratore delegato di Sace, società della Cassa depositi e prestiti, venga designato presidente di Firenze Fiere, ultima oasi incontaminata da occupare. In questo kamasutra di relazioni l’uomo nuovo si chiama Leonardo Bassilichi, presidente della Camera di Commercio di Firenze, renziano, ça va sans dire, al punto da offrire un posto nel cda della sua azienda di famiglia al solito Carrai.

I due sono si abbracciano in volo: Bassilichi è pure consigliere nel cda dell’aeroporto di Firenze e Carrai ne è il presidente. «Per sopravvivere anche l’editoria locale è diventata renziana» racconta un dirigente dei Beni culturali che vorrebbe scrivere un libro dal titolo “Bulimia Renziana/Toscana”. Fino a pochi anni fa la casa editrice di riferimento fiorentina era la Olschki che raccoglieva tutte le commesse per editare la pubblicistica istituzionale. «Oggi c’è pure Polistampa, e in questo caso l’Italicum e il bipartitismo hanno funzionato».

Gli Uffizi e il direttore multato

Firenze e Renzi si sono invece pentiti di aver aperto le porte al nuovo direttore della Galleria degli Uffizi, Eike Schmidt, un feldmaresciallo tedesco che sembra uscito dalle pagine Joseph Roth e che il comune è riuscito a multare per la sua intraprendenza contro i pidocchi della cultura, quei bagarini che anche a noi hanno provato a vendere un biglietto a 25 euro anziché 16,50.

Per scoraggiare l’illegalità, il direttore aveva infatti diffuso un audiomessaggio. «Ma l’artista di strada si è lamentato con i vigili per concorrenza sleale» racconta il direttore, nordico nel corpo ma meridionale per buonumore. A Salvaguardia del trombone spiantato, il comandante dei vigili urbani, Marco Seniga, ha riscoperto un vecchio articolo del codice della strada, il burocratese come arma di combattimento. L’artista continua a stonare mentre il direttore degli Uffizi è stato sanzionato perché non autorizzato ad allontanare i bigliettai non autorizzati. Per Renzi e Nardella, il direttore è troppo presenzialista. Schmidt ha pagato la multa, 420 euro decurtate a 295, ma ha chiamato i giornalisti per farsi fotografare. «E credo davvero che sia stato un’incomprensione tra comune e museo, forse per colpa mia. Sia io che Nardella giochiamo nella stessa squadra. Ci siamo chiariti».

Non crede che Nardella l’abbia sgambettata e Renzi non l’abbia difesa? «Lo dice lei ma rido io» risponde il direttore che come si capisce è più arguto degli argutissimi toscani e che per questo ha rinunciato all’appartamento di servizio che gli era stato offerto «perché voi italiani chissà cosa avreste pensato…». A Firenze pensano che da direttore degli Uffizi avrà poca durata «non perché è tedesco ma perché non lo è abbastanza».

Eppure anche Nardella sa che piuttosto di perseguitare gli storici dell’arte andrebbero inseguiti gli spacciatori che nel quartiere San Lorenzo sono gang organizzata e perfino disinvolta. I furti a Firenze sono stati 638 nel 2015 quasi quanto Milano (713) ma con un popolazione che è quattro volte inferiore.

La guerra di secessione tra arabi e nigeriani a Firenze è più chiara di quella tra sunniti e sciiti e si conosce perfino la grande piazza di spaccio, una piccola lavanderia di via Guelfa dove si taglia, si imbusta, si inietta.

Dopo due anni dalla fuga di Renzi a Roma, il renzismo è qui una testimonianza matura e non può essere più annoverato come sfida generazionale. La sensazione è che Firenze sia stata l’eccezionale narrazione di un leader ma non la solida amministrazione di un sindaco. Per questa ragione la buca del Lungarno non ha sprofondato Firenze e non è metafora italiana, ma è servita a entrarci dentro, come i buchi neri per la fisica rivelano lo spazio. La buca non racconta il futuro di Renzi ma permette di vederne le increspature del passato. Firenze è il pericolo dell’inconsistenza dietro la meraviglia.


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