Politica

Europee 2019, che legislatura sarà a Bruxelles

Si va verso l'accordo fra forze moderate. Decisivo l’appoggio dei liberali. Che ora potrebbero incassare la presidenza della Commissione europea

Parlamento europeo seggi

Anna Maria Angelone

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Popolari e socialisti in calo, crescono liberali e verdi. Mentre i sovranisti fanno il boom solo in alcuni paesi. È questo il verdetto (guarda tutti i risultati) che esce dalle urne delle Elezioni Europee 2019 dei 28 partner Ue per la prossima legislatura, con un’affluenza media che supera il 50 per cento (la più alta in Europa da venti anni a questa parte).

Una maggioranza più fragile ma europeista

A livello europeo, il voto che esce dalle urne del 23-26 maggio ha confermato le previsioni della vigilia: l’Aula del nuovo Europarlamento, infatti, sarà più frammentata di quella uscente, con i due grandi partiti tradizionali in affanno. L’intesa fra PPE e PSE non basterà più per governare, anche se appare ormai scontata la conferma di una nuova coalizione nel solco del passato. Ma l’alleanza fra moderati dovrà aprire ad altre forze per conquistare una maggioranza in grado di reggere cinque anni: troppo pochi i 329 seggi dati dalla somma dei due schieramenti (rispettivamente, 180 ai popolari e 146 ai socialisti) in rapporto ai 751 totali.

La prima opzione è guardare all’Alde di Guy Verhofstadt: l’ex premier belga esce da questa tornata forte di un successo elettorale robusto e, con 109 eletti, può ben aspirare a rivendicare un ruolo, non solo parlamentare. Buona anche la performance degli ambientalisti, altra compagine di fede europeista alla quale guardare in caso di accordi. L’onda verde che attraversa l’Europa, forse anche grazie all’azione di Greta Thunberg, porta a Strasburgo 69 eurodeputati. Ma, soprattutto, conosce un exploit in Germania (addirittura seconda forza, con il 20,5 per cento, dopo CDU-CSU), Francia (13,47 per cento) e Regno Unito (dove il Green Party prende l'11,09 per cento).

Sovranisti primi in Francia, Italia e Ungheria

I populisti, vera grande incognita di queste europee, sono il primo partito in Francia, Ungheria e Italia. In Francia, la sfida è stata vinta da Rassemblement National che stacca En Marche del premier Emmanuel Macron di oltre un punto (23,31 per cento contro 22,41). Un problema in vista per il governo attuale, con Marine Le Pen che chiede il voto anticipato. 

Anche in Italia vola al primo posto la Lega: sfonda il 34 per cento di consensi, superiore perfino alle più rosee previsioni (anche in questo caso, la vittoria lascia profilare una resa dei conti domestica con il Movimento 5 Stelle, alleato del governo in carica).

Risultato ancora più “bulgaro” per il premier ungherese Viktor Orban, che conferma un consenso altissimo in patria (52,33 per cento di votanti). Il suo partito Fidesz, sospeso prima delle elezioni dalla grande famiglia PPE alla quale finora appartiene, esprime a Strasburgo 13 dei 21 onorevoli ungheresi. E qui si apre la prima partita politica: se Orban resterà a fare l’ala destra dei popolari, vorrà monetizzare il suo apporto verosimilmente con una poltrona di peso per il suo paese. Se, invece, dovesse confluire con gli altri sovranisti potrebbe far lievitare un nuovo gruppo parlamentare a 63 scranni ma, forse, senza fare da perno (Salvini, infatti, può contare su una pattuglia di 28 onorevoli e Le Pen su 22). 

Sulla carta, la frangia sovranista ha numeri più corposi. Con i gruppi parlamentari attuali, i conservatori europei hanno 59 seggi (fra questi, i polacchi di PiS di Jarosław Kaczyński e Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni), l’Europa delle Nazioni di Salvini e Le Pen ne portano a casa 58 o più (in caso di ingresso di Orban), mentre l’Europa della Democrazia diretta, dove oggi siedono il Brexit Party di Nigel Farage (altra grande conferma di queste europee) e il Movimento 5 Stelle ne ha altri 54. Il fronte potrebbe superare i 170 seggi ma è improbabile che possa creare un blocco, tanto più in vista della Brexit (la fuoriuscita di Londra dall’Ue comporta la perdita dei 73 onorevoli inglesi).

Da martedì 28 maggio a Bruxelles iniziano i veri giochi per il rinnovo dei vertici europei

Che cosa succede da oggi? Come noto, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha convocato un vertice straordinario all’indomani dello spoglio elettorale per iniziare a ragionare delle prossime nomine istituzionali insieme ai 28 leader Ue. Entro l’autunno, vanno rinnovati tutti gli incarichi di prestigio. Un pacchetto di poltrone ghiotto: in gioco ci sono, solo per restare alle principali, la presidenza del Parlamento europeo, quella della Commissione europea, l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, la presidenza del Consiglio europeo e la guida della Bce.

Prassi vuole che sia il gruppo vincitore a esprimere il candidato al timone della Commissione europea, in modo da dare una sorta di investitura democratica alla carica. Un iter inaugurato nella passata legislatura con Jean-Claude Juncker, anche se mai realmente apprezzato dai governi (che hanno sempre preferito avere mani libere per accordarsi sull'intero pacchetto di poltrone). Spetterebbe, comunque, ancora ai popolari indicare il nome già prescelto prima delle elezioni ovvero quel Manfred Weber esponente della CSU bavarese, storica alleata della CDU al governo in Germania.

A Bruxelles, però, in queste ore circola grande scetticismo. Weber non è mai stato il preferito di Angela Merkel. La cancelliera, che ha escluso una sua personale discesa in campo (probabilmente per portare a termine la transizione nel suo partito con la suo erede, Annegret Kramp-Karrenbauer), lo ha sostenuto per necessità interna dopo l'affermazione della CSU nel voto locale ma ora potrebbe fare buon viso e puntare alla Bce per l’uomo forte della Buba, Jens Weidmann, pensando al rigore dei conti. 

In tal modo, la casella della Commissione europea si libererebbe per un altro nome. I popolari potrebbero sostenere ancora un esponente di partito come Michel Barnier, da mesi nella rosa dei "papabili". Il politico francese, però, è il capo negoziatore della Brexit e, almeno finché Londra non uscirà dall’Ue, deve fare conti con questo impegno. Inoltre, anche Barnier non ha il pieno appoggio di Macron, in cerca di volti nuovi.

Se, però, il presidente francese aderirà ai liberali di Verhofstadt (come da mezze intese prima del voto) con i suoi 21 eletti e questo gruppo darà un determinante contributo alla formazione della nuova maggioranza all’Europarlamento, tutto porterebbe di nuovo alla danese Margrethe Vestager.

Liberale, finora potente guardiana dell’Antitrust europeo, Vestager ha grandi competenze economiche. E, dettaglio che non guasta, è donna. Due unici nei: la provenienza da un paese senza euro in tasca e la bocciatura della fusione Alstom-Siemens, che potrebbe averle alienato il supporto del motore franco-tedesco. I liberali, però, hanno già messo le mani avanti mentre è ancora in corso lo scrutinio per i risultati definitivi, facendo sapere che intendono giocare un ruolo da attore principale nella composizione del nuovo Europarlamento. Insomma, nelle prossime ore, tutto può succedere.

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