Emma Bonino, una radicale come ministro degli Esteri

La politica candidata a tutto che ha messo d'accordo Pd e Pdl - lo speciale sul Governo Letta -

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e Emma Bonino durante la cerimonia in occasione della Giornata delle donne, Roma, 8 marzo 2013. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Carmelo Caruso

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E’ stata già ministro degli Esteri senza mai essere stata ministro degli Esteri. Ed è stata presidente della Repubblica, ministro, la prima papessa laica in un paese che ha sempre avuto bisogno di pontefici, uomini, notabili, vecchi ma senza la saggezza dei vecchi. Stranezza vuole che Emma Bonino diventi ministro degli Esteri, nel governo più sgangherato della storia repubblicana, un governo di intesa per la donna che si era inventata prim’ ancora di Enrico Letta, la pacificazione italiana che rimane sempre la radicalità.

Nessuno la può immaginare scissa da Marco Pannella, insieme a Pannella è stata l’argine al clericalismo bigotto, ma è stata anche diga alla radicalità che tracimava di Pannella, ai suoi scioperi ad oltranza, alle dirette di radio radicale, rosa lei, pugno lui. Gli italiani sarebbero stati pronti a fare un’eccezione solo per lei (altro che Stefano Rodotà) unanimi nel vederla adatta a sostituire Giorgio Napolitano, forte di quella sua debolezza politica – unica ad avere un partito solido alle spalle, quel partito radicale – estremamente adatta per non avere un partito alle spalle, dato che i radicali sono più un filone del pensiero.

Ecco, la Bonino è la donna che possiede senza possedere, ed è chiaro che il partito radicale, unico esempio sopravvissuto dal dopoguerra a oggi ai capricci del tempo e della magistratura è sì partito ma non lo è, ha sì un segretario ma non lo ha, essendo Pannella e Bonino idoli che sostituiscono la leadearship, i congressi che per altro svolgono, l’avvicendamento che come ogni partito ha avuto.

La piemontesità, è nata a Bra nel 1948, la si nota nel temperamento elegante ma intransigente come quando decise di abortire illegalmente denunciando e scontando tre settimane di carcere. Era l’Italia che considerava ancora l’aborto un reato e che si affidava alle mammane, le streghe della cantine che mettevano le mani sui corpi delle donne lì dove lo Stato impediva alla medicina e alla sicurezza degli ospedali di arrivare.

L’esempio le valse il plauso di quell’eterno bambino dai capelli bianchi, Pannella , che prese il partito radicale di Mario Pannunzio, un covo di intelletti, per farne un ibrido socialista, anticonformista, abortista, anticlericale, antiproibizionista, antigiustizialista.

Dal 1976 parlamentare ininterrottamente fino al 1994, donna e vanto di paese con la Merlin, la Iotti, la Anselmi, sesso forte in parlamento altro che secondo sesso come scrisse la De Beavouir. Solo per lei Pannella fece la sua vera occupazione che è cosa diversa dallo sciopero. Chiuse a chiave Silvio Berlusconi nel 1994 nel suo studio e ne usci solo quando ebbe conferma che la Bonino sarebbe stata commissario della Ue, responsabile per la politica dei consumatori.

Nei fatti è ministro degli esteri facente funzioni, apolide delle crisi umanitarie dalla Serbia al Ruanda tanto da essere sequestrata dai talebani prima ancora che i talebani avessero la motocicletta del Mullah Omar. Sarebbe «l’uomo giusto per il Quirinale», ed è questa la frase provocazione che il partito radicale usa per candidarla alle elezioni presidenziali nel 1999 ed è sempre grazie al suo cognome che i radicali riescono a superare l’otto per cento alle elezioni europee, subito dopo il tracollo elettorale e la fuga al Cairo dove la Bonino rimane quattro anni. «L’unica mia compagna era al Jazeera», dichiarò.

Ma ministro in realtà lo era già stata con il secondo governo di Romano Prodi, ministro per le politiche comunitarie, un ministro troppo esemplare per essere radicale. «Mi accusano di essere troppo accondiscendete ma cosa devo fare? Minacciare sempre una crisi di governo».

Semmai va bene lo sciopero. Dice che per colpa degli scioperi che ha fatto abbia «perso sette denti e trentadue anni di vita».

Ed ha ragione Adriano Sofri (naturalmente si è battuta pure per la sua scarcerazione) che la Bonino è stata sempre molto officiata e poco investita prima di oggi. Lei per prima ha dovuto ammettere: «Gli italiani mi amano molto, ma mi votano meno. Amatemi di meno». Ottima sempre come candidato di bandiera, ottima per le cause perse come nella battaglia del Lazio dove il centrosinistra si decise a candidarla contro Renata Polverini.

Solo nelle difficoltà i partiti sia di destra che di sinistra hanno provato a fare della Bonino la riserva sempre utile. Sta qui la battaglia radicale che infatti non è partito ma un modo di vivere disordinato, ordinatissimo nel disordinato trasformismo italiano. Alla fine da destra a sinistra solo i radicali muovendosi non si sono mossi, cambiando schieramento (Pannella era pronto perfino a sposare Storace alle ultime regionali del Lazio) non hanno cambiato direzione, cambiando uomini non hanno cambiato l’uomo radicale, anzi ne hanno sparso semi a destra (Capezzone), centro (Benedetto Della Vedova, Francesco Rutelli) e sinistra.

Non si è mai capito come siano andati d’accordo lei e Pannella, eccessivo lui, tenace lei, la vera coppia della politica italiana anche questa volta amandosi senza amarsi: «Emma e io abbiamo sempre giocato con le nostre vite per il possibile contro il probabile. Emma è un uragano, è il volto delle nostre battaglie, è la storia dell’Italia negata». Minuta com’è, si è fatta largo tra l’antipatico che piace, Massimo D’Alema e l’antipatico che non piace, Mario Monti, entrambi in corsa per quel ministero che è considerato di pari importanza se non più importante della stessa presidenza del consiglio. Non Giuliano Amato, ma forse la Bonino, alla fine è la figura d’esperienza tanto invocata, garanzia per il Colle, per l’Europa. Donna di compromesso, anzi la sintesi del compromesso tra il Pd e il Pdl. Vuoi vedere che con la Bonino hanno eletto un altro presidente?

Twitter @carusocarmelo

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