Elezioni comunali: guida agli errori del Pd

Candidati sbagliati, alleanze azzardate, svuotamento dei valori della base. Che guarda altrove

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante la conferenza stampa nella sede del Partito Democratico sui risultati delle elezioni amministrative comunali, Roma, 06 giugno 2016. – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Maria Franco

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La linea tra quella che per Matteo Renzi potrà configurarsi come una sconfitta o come una vittoria potrà essere tracciata solo alla chiusura dei seggi il 19 giugno prossimo quando i risultati dei ballottaggi consegneranno la fotografia definitiva di questa eterogenea tornata elettorale.


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I numeri

Su 132 comuni con più di 15mila abitanti ben 111, quindi quasi tutti, saranno richiamati al voto. Tra questi il centrosinistra è al ballottaggio in 83 (primo in 47), il centrodestra in 54 (primo in 25) e il M5S in 19 (primo in 6). Su 20 capoluoghi di regione e provincia al ballottaggio, il Pd è davanti in 10 di essi, tra questi Milano, Torino, Caserta. Si tratta di numeri. Gli stessi che hanno fatto dire al premier di non essere contento ma anche di non sentirsi affatto sconfitto.

La situazione del suo partito, se si escludono i casi di Napoli e quello oltremodo critico di Roma, non è drammatica, ma nemmeno rosea. Tutt'altro. In 24 capoluoghi il Pd ha perso qualcosa come 200mila voti: tantissimi. Le uniche significative vittorie al primo turno sono arrivate a Cagliari con Massimo Zedda (che non è nemmeno del Pd) e a Salerno dove a vincere non è stato il Pd ma Vincenzo De Luca. Nessun sindaco dem è stato riconfermato alla prima manche. E non tanto per incapacità amministrativa ma perché gli elettori hanno voluto mandare un segnale di insoddisfazione proprio all'indirizzo di Matteo Renzi e del governo.

La Caporetto di Napoli

Se a Milano, Torino, Bologna, ci sono infatti buone possibilità di vittoria, a Roma niente affatto. Napoli è già persa. Arriverà un commissario, ha annunciato il premier, non un funzionario di partito ma una figura-simbolo, “alla Cantone”, per intenderci. Ma intanto è notte fonda. L'alleanza con Verdini non ha funzionato.

L'elettorato dem l'ha rigettata. I dem sono qui sprofondati all'11%. Nonostante l'impegno di Renzi e del governo su Bagnoli e Terra dei Fuochi. Deleterio lo scontro con Antonio Bassolino che poteva essere coinvolto nella scelta di un candidato competitivo e invece è stato trattato con protervia e arroganza fino al punto di mettergli contro Valeria Valente, sua figlioccia politica, amata poco anche dai renziani doc e per nulla, tra l'altro, dal potentissimo Vincenzo De Luca.

Roma quasi persa

Nella Capitale ha riconosciuto a Giachetti di aver già compiuto un “mezzo miracolo” arrivando al ballottaggio. Si aspetta che ora faccia l'altro mezzo. Ma le condizioni appaiono proibitive. Solo qua si sono volatilizzati ben 70mila voti. Crollo prevedibile dopo Mafia Capitale, il commissariamento, la chiusura dei circoli “cattivi”, lo psicodramma Marino.

Ma pure lui, Renzi, ci ha messo del suo. E' venuto a tirargli la volato con l'intervista show all'Auditorium. Pienone dentro, malumore fuori. Dove la figura di Giachetti non ha mai sfondato rimanendo sempre sullo fondo di una scena dominata da Virginia Raggi (anche per colpa di una strategia comunicativa volta più a denigrare la candidata grillina che a imporre le proprie idee per la città).

Milano in bilico

Milano sarà cartina di tornasole: se Sala la spunta, Renzi potrà tirare un lunghissimo sospiro di sollievo. Se cade, sarà allarme rosso, il punto di non ritorno. La vittoria di Stefano Parisi rilancerebbe a tutti gli effetti il centrodestra. Che se altrove ha scontato le sue divisioni, qui ha saputo compattarsi intorno a una figura autorevole, competitiva, moderata e in grado di rappresentare un'alternativa credibile alla leadership renziana a livello nazionale.

C'è chi sostiene che la vittoria del manager di Expo a Milano sia addirittura più incerta del possibile recupero di Giachetti a Roma. Per tutte queste ragioni Renzi è stato costretto a fare autocritica, ad ammettere di avere problemi. Ha detto di non essere contento e di considerarsi “deluso”. Non così tanto, tuttavia, da voler gettare la spugna. C'è ancora il secondo turno. “Siamo più forti di tutto. Ancora e nonostante tutto”. Lo si vedrà tra qualche mese, quando ci sarà il referendum sulla legge costituzionale.

Gli errori di Renzi

Da una parte un forte disagio sociale diffuso soprattutto al Sud e nelle periferie delle grandi città dove la stentata ripresa economica non si è ancora fatta sentire, dall'altra la progressiva trasformazione del partito in una sorta di comitato elettorale che imbarca tutto a seconda delle necessità. Sono questi i due grandi errori del segretario Renzi che ha trasformato il PD in un partito che si ritrova molto più esposto alla volubilità di un elettorato che non si sente più comunità, che non si identifica più in valori e riferimenti precisi e consolidati (volutamente messi da parte, disconosciuti, rottamati) e non si fa più alcuno scrupolo a “tradire” la casa madre per trasmigrare verso altri lidi.

La contraddizione del doppio ruolo

C'è chi da molto tempo preme su Renzi perché scelga un ruolo alla volta: o segretario o capo del governo. Lui ieri ha dato invece l'impressione di voler fare continuare a fare ancora di più il segretario (la conferenza a stampa al Nazareno lo dimostra) e ancora di più il capo del governo (dovrebbe annunciare il 16 giugno, a pochi giorni dai ballottaggi, quali tasse tagliare). Funzionerà oppure questa del doppio ruolo rischia di diventare la contraddizione principale in cui alla fine Matteo Renzi rimarrà stritolato?

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