Elezioni in vista: le difficoltà dei partiti e delle alleanze

Pd a rischio scissione, M5S in crisi per il caso Raggi, centrodestra ancora diviso: le elezioni si avvicinano ma i problemi interni restano

Palazzo Chigi

Palazzo Chigi - Roma, 09 dicembre 2016. – Credits: ANSA/ANGELO CARCONI

Claudia Daconto

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A pochi mesi dalle elezioni politiche che ormai sembrano inevitabili nonostante gli appuntamenti internazionali in agenda, a cominciare dal G7 di Taormina, e i richiami della Ue sui conti pubblici italiani, la fotografia sullo stato di salute delle forze che si contenderanno il governo del Paese non consente a nessuno di considerare la vittoria alla portata.

Il Pd si presenta lacerato e con una leadership, quella di Matteo Renzi, depotenziata dal risultato referendario e messa in discussione dagli avversari interni; il "caso Roma" rischia di compromettere l'obbiettivo del 40% inseguito dal M5S; nel Centrodestra, infine, la distanza tra Forza Italia da una parte e Lega e Fdi dall'altra appare ancora troppo ampia per dare per scontata una futura alleanza. Uno scenario reso ancora più incerto dal sistema con cui si andrà a votare dopo la sentenza della Consulta sull'Italicum di cui si attendono le motivazioni prima di valutare eventuali interventi da parte del Parlamento.

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Pd alle prese con il rischio scissione

In casa Pd il clima è incandescente ormai da diverso tempo. Già durante la campagna referendaria una parte del partito, benché minoritaria, si era schierata contro la riforma costituzionale targata Renzi-Boschi proprio in funzione anti ex premier. A capitanarla un Massimo D'Alema rinvigorito e determinato a vendicarsi del segretario dem.

Oggi Matteo Renzi studia le prossime mosse dal Nazareno. La sua road map prevede che si vada a votare non oltre il prossimo giugno senza passare per il congresso e quindi con lui candidato premier. Una parte del partito però non ci sta. Si tratta di fatto di una parte minoritaria della minoranza. I bersaniani che ufficialmente continuano a invocare il congresso, stanno già discutendo con Renzi dei posti sicuri che spetteranno loro nelle future liste per Camera e Senato. Se scissione ci sarà, si tratterà dunque di una scissione limitata ai seguaci di D'Alema. Sabato scorso l'ex premier ha radunato a Roma i comitati del No e battezzato un nuovo movimento di sinistra che si chiama “Consenso”. L'obbiettivo è quello di raggiungere il 10%. Secondo D'Alema ci sarebbero buone chance di riuscirci soprattutto al Sud dove il renzismo non ha mai sfondato. 

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Chi minaccia di ricorrere alle carte bollate se il segretario si ostinerà a non rimettere in discussione la sua leadership, è il governatore della Puglia Michele Emiliano che, come Enrico Rossi, si è già candidato alla successione.

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Per placare le acque il collega laziale Nicola Zingaretti ha proposto di soprassedere sia sul congresso che sulle elezioni. Ma non è aria. Per il 13 febbraio Renzi ha convocato la direzione nazionale dei dem che dovrà ratificare il calendario che egli ha in mente. La legge elettorale subirà probabilmente piccole correzioni ma di sicuro non si tornerà indietro al Mattarellum.

Dopodiché bisognerà far dimettere Paolo Gentiloni il quale, pur consapevole dei rischi che il suo partito corre nelle urne e con l'Europa che chiede all'Italia una manovra correttiva da 3,4 miliardi, non si metterà di traverso. E se non dovesse ottenere il 40% nelle urne, non sarebbe lui, Matteo Renzi, a proporsi per la guida di un eventuale governo di coalizione. I nomi da spendere per il Pd già circolano: lo stesso Gentiloni o gli attuali ministri Dario Franceschini e Graziano Delrio.

Il probema Capitale del M5S

Acque agitate anche tra i 5Stelle. Nella Capitale guidata da Virginia Raggi, attesa giovedì dai magistrati che la indagano per falso e abuso d'ufficio in merito alla nomina di Renato Marra, fratello di Raffaele arrestato per corruzione e che secondo un recente sondaggio di Ipr Tecnè oggi non avrebbe più la maggioranza dei voti al ballottaggio (dal 67% al 41-43%), la base grillina si è data appuntamento per domenica prossima. Non tutti parteciperanno. I super ortodossi, quelli che “si fa come dice Beppe” resteranno a casa. Se Grillo ha deciso di difendere ancora il sindaco, è inutile discuterne in un'assemblea autoconvocata. Gli organizzatori negano ogni intento “eversivo”, ma rivendicano il diritto al confronto. Anche se, con ogni probabilità, l'incontro si trasformerà quasi certamente nello sfogatoio dei maldipancia dei tanti delusi da Virginia Raggi ma anche da Beppe Grillo. Un malessere non circoscritto alla sola Capitale ma ormai diffuso su scala nazionale. 

La vicenda Alde, il rimaneggiamento delle regole interne per salvaguardare gli amministratori indagati, le liste nere di chi rischia di non essere ricandidato in Parlamento se non comincia a concordare ogni suo intervento in pubblico con lo staff di comunicazione capitanato da Rocco Casalino hanno lasciato il segno. Ma è rischioso avventurarsi nel calcolo di quanto queste vicende possano incidere sul consenso elettorale dei 5Stelle in vista delle prossime elezioni. I sondaggi a oggi stimano il Movimento tra il 27 e il 30%.

Per ambire al governo del Paese Grillo dovrebbe conquistare il 40% dell'elettorato. Ma anche se ci riuscisse, con le due leggi elettorali attualmente in vigore, avrebbe comunque il problema della maggioranza al Senato. L'unico modo per assicurarsi la guida del Paese è stringere un'alleanza con il duo Salvini-Meloni (che tra l'altro è quanto una parte di elettori pentastellati si aspettano dopo aver votato No al referendum costituzionale e Sì all'alleanza con Alde per poter contare di più nel Parlamento europeo). Per cui è molto probabile che se la versione ufficiale continuerà a essere che non ci si accorda con nessuno, nelle prossime settimane l'opzione sarà invece presa seriamente in considerazione.

Centrodestra ancora diviso

Nel centrodestra permane una situazione che va ormai avanti da tempo: da una parte c'è Silvio Berlusconi oltremodo restio a stringere accordi con chi oggi incarna la versione italica del lepenismo d'Oltralpe. Dall'altra Matteo Salvini e Giorgia Meloni che pur avendo bisogno di Silvio Berlusconi per sfondare dove da soli non arrivavo (Salvini al Sud, Meloni fuori Roma) pretenderebbero che il Cavaliere cedesse a uno di loro (Salvini), magari attraverso le famose primarie, la guida della coalizione. Primarie alle quali, ulteriore motivo di disaccordo, Berlusconi non intende partecipare. Sulla manifestazione “sovranista” promossa da Fratelli d'Italia il 28 gennaio scorso a Roma, il Cavaliere, che pure aveva spedito una micro delegazione dei suoi (sul palco anche Renato Brunetta, tra i maggiori sponsor della reunion), ha espresso un giudizio che non lascia spazio a interpretazioni: “Erano quattro gatti. Si Credono Donald Trump, ma quello è tutta un'altra storia”.

I leader dei tre partiti si dovrebbero incontrare nei prossimi giorni a Villa Gernetto ufficialmente per discutere una bozza di programma condiviso (LEGGI QUI: Dove può arrivare la Lega di Salvini). Il leader di Forza Italia è apparentemente disposto a trattare su una eventuale coalizione post voto mentre esclude qualsiasi ipotesi di listone unico (che secondo l'ultimo sondaggio di Alessandra Ghisleri raggiungerebbe il 34%). Ma le trattative sono agli albori e, allo stato attuale, che si riesca a stringere un accordo risulta ancora molto complicato dai reciproci sospetti e dalla scarsissima affinità ideologica degli attori in campo.

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