Elezioni 2013, l'analisi del voto - Ingroia

Siamo vicini alla fine dell'era dei dinosauri?

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Antonio Ingroia, – Credits: ANSA

Laura Maragnani

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Il lungo addio comincia ad andare in scena a Roma, in via Montecatini numero 1, dalle ore 15, più una manciata di secondi, di lunedì 25 febbraio 2013. Ed è un addio, un forse, «speriamo di no»,  «aspettiamo i dati», tutto giocato sullo zero virgola. I primi exit poll sono impietosi per Antonio Ingroia, ex magistrato arrivato dal Guatemala a guidare una nuova Rivoluzione Civile: inchiodato al 3,5 per cento secondo Sky, in bilico tra il 2 e il 3 secondo la Rai, quando alla Camera il quorum pone l’asticella al 4 per cento. Ancora peggio gli va al Senato. Si inizia con un 3 per cento con gli  exit poll, si precipita all’1,8 con le prime proiezioni, si risale dello 0,1 con le seconde. Comunque la si rigiri: è uno choc. Totale. Assoluto.

Al Senato si sapeva che era una partita dura, al limite dell’impossibile tranne che in Campania e in Sicilia. Ma per la Camera l’ottimismo si sprecava: 5 per cento, 6 per cento, già si  erano fatte le spartizioni degli eletti tra le varie anime della Rivoluzione: Idv, Rifondazione-Pdci, Arancione, Verdi, società civile… E invece? Sala stampa moscia, nessun big che s’affaccia per un commento. La situazione è così grave? Candidato rifondarolo, via sms: «Speriamo di no». I portavoce latitano. Il tuo boss commenta? «Boh». E il tuo? «Mah, riaggiorniamoci verso le 19».

Alle 19 infatti arriva Sandro Ruotolo, plumbeo in faccia. Legge una dichiarazione e via, senza rispondere a una sola domanda. Colpa del pd "che ha consegnato il paese alla destra", colpa dei media che hanno oscurato il movimento, "grazie a simpatizzanti ed elettori". E via che va. Forse alle 20 scendera' Ingroia a dir qualcosa. Di Pietro non si e' visto ne' sentito, non risponde al telefono manco ai suoi.

Alle 20 in effetti scende Ingroia. Voce bassa, assalto dei giornalisti, distilla gli stessi concetti di Ruotolo: non ha perso lui, "ha perso il centrosinistra". Deluso dal risultato? Macche': "forse ha prevalso la campagna del Pd contro di noi in nome del voto utile. Complimenti al Pd. La rivoluzione continua anche fuori dal Parlamento".
Fuori, fuori.

Perso il Senato, ogni speranza è legata alla Camera. Allo zero virgola dell’ultima scheda. Ma in via Montecatini, dalle ore 15, regna quel clima un po’ mesto che segna di norma la fine delle scampagnate. Sembra di essere tornati al 14 aprile del 2008, al triste pomeriggio all’Hard Rock Cafè di via Veneto dove si registrò il liquefarsi della lista Arcobaleno capitanata dall’ex presidente della Camera Fausto Bertinotti, quello che oggi si è limitato a dare il suo endorsement.

Molte altre facce riemergono dritte dalle foto di allora, in effetti. Governo Prodi II. XV legislatura. Il candidato Angelo Bonelli, attuale presidente dei Verdi, era allora deputato; il candidato Paolo Ferrero, segretario (valdese) di Rifondazione, era ministro alla Solidarietà sociale; il candidato Oliviero Diliberto, dall’anno 2000 inossidabile segretario dei Comunisti italiani, ex Guardasigilli nei due governi D’Alema e fine cultore di libri antichi insieme a Marcello Dell’Utri, sedeva alla Camera.

Nel 2006, i loro partiti avevano totalizzato, separatamente, 72 seggi alla Camera (10,22 per cento dei voti) e 13 al Senato (11,54). Il loro cartello elettorale, nel 2008, non era riuscito ad andare oltre un misero 3 per cento.
E oggi, arieccoci. Al di sotto del 4 per cento sarà la fine dei dinosauri.

Addio a Rifondazione comunista, che in questi cinque anni per sopravvivere ha messo i funzionari in cassa integrazione, e pur di far politica ha venduto le sezioni in giro per l’Italia, la foresteria di piazza Vittorio, persino un pezzo della sede di via del Policlinico. Addio ai comunisti italiani. Addio ai Verdi. Aufwiedersen a un ecologismo che in Italia non ha mai sfondato. Addio a un pezzo di storia della sinistra italiana, con le sue mille scissioni e i suoi congressi litigiosissimi, che forse ha esaurito definitivamente il suo appeal. O forse no. Forse potrebbe risorgere in caso di esplosione del Pd e riaggregarsi in un possibile polo «a sinistra». Ma queste, sia chiaro, sono riflessioni che fino allo scrutinio dell’ultima scheda rimarranno rigorosamente anonime.
Se addio ha da essere, comunque, sarà addio anche per lui: Antonio Di Pietro. La sua Idv è morta e sepolta, e dei tanti parlamentari che ha eletto nel 2008, ben 29 alla Camera e 14 al Senato, molti rimarranno nella memoria del paese più come personaggi da commedia dell’arte che come semplici onorevoli. Antonio Razzi e Domenico Scilipoti ormai giganteggiano. Ma lungo è l’elenco dei transfughi dipietristi, da Aniello Formisano a Massimo Donadi, da Gaetano Porcino a Giovanni Paladini, andati a fondare con Tabacci Centro Democratico e a giocarsela su un altro zero virgola. E Beppe Giulietti, Leonard Touadi, Pino Pisicchio, Aurelio Misiti, Americo Perfidia, Peppino Astore, per risalire fino al mitico Sergio De Gregorio, che appena eletto al Senato, nel 2006, era passato al centrodestra e alla presidenza della commissione Difesa. Che dire? Forse un problemino di selezione del personale politico il buon Tonino lo ha avuto. E lo paga. Insieme agli scandali sulle case, sui rimborsi elettorali, sui vari Maruccio da lui fatti eleggere nelle regioni.
Aveva superato il 4 per cento, Antonio Di Pietro, in quel famoso 2008. A casa sua, in Molise, aveva trionfato addirittura col 27 per cento, sia alla Camera che al Senato. Oggi, in Molise non è  stato nemmeno candidato. Addio anche a lui?

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