Politica

L'economia del Conte-bis: tante promesse, pochi numeri, zero liberalizzazioni

In attesa della nota di accompagnamento del Def, il programma del nuovo governo delude per la vaghezza e per gli intenti velleitari

Guido Fontanelli

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Il primo appuntamento che il nuovo governo Conte dovrà affrontare sul delicato terreno dell'economia è la presentazione alle Camere della Nota di aggiornamento al Def entro il 27 settembre. E qui si vedranno le prime cifre di un programma che per ora è rimasto molto sul vago. Declinato in 29 punti, il programma presentato al Parlamento da Giuseppe Conte e messo a punto con Movimento 5 Stelle e Pd è un elenco di belle promesse con quasi nessuna cifra, decisamente orientato sul lato della redustribuzione della ricchezza più che sulla riduzione delle tasse, argomento su cui insisteva invece l'altrettanto vago e ambizioso contratto firmato da Lega e grillini.

In un articolo pubblicato sul sito dell'Istituto Bruno Leoni viene fatto un'utile riassunto di alcune delle promesse del Conte Bis:

- neutralizzazione dell'aumento dell'Iva;

- riduzione del cuneo fiscale e rimodulazione delle aliquote Irpef;

- sostegno alle famiglie e ai disabili;

- politiche per l'emergenza abitativa;

- incentivi per gli investimenti privati;

- incremento della dotazione delle risorse per la scuola, l'università, la ricerca e il welfare;

- rafforzare il piano Industria 4.0;

- potenziare gli interventi per le piccole e medie imprese;

- sostenere l'imprenditorialità femminile;

- incrementare il Fondo previdenziale integrativo pubblico, includendo la pensione di garanzia per i giovani;

- “creare le condizioni affinché chi ha dovuto lasciare l'Italia possa tornarvi e trovare un adeguato riconoscimento del merito”;

- politiche di welfare rivolte ai giovani che provengono da famiglie a basso reddito;

- il Green New Deal, con incentivi per le “prassi socialmente responsabili da parte delle imprese” e un fondo per la “eco-innovazione”;

- un piano di edilizia popolare pubblica;

- misure per “la messa in sicurezza del territorio";

- investimenti infrastrutturali;

- piano straordinario di investimenti al Sud e tanti altri bei propositi.

Di tutto, di più. A cui si è aggiunta all'ultimo minuto anche la promessa degli asili nido gratuiti per i meno abbienti. Tutte misure che richiedono fondi. Dove prenderli? Semplice, signora mia: dalla spending review (e ci scappa da ridere visti i successi dei governi precedenti), dalla revisione delle tax expenditures (che in italiano si traduce in minori sconti fiscali e quindi più tasse); dalla web tax che allarga il suo campo di azione e colpirebbe le “multinazionali (di commercio elettronico, logistica, finanza, turismo, industria e agricoltura) che spostano i profitti e le informazioni in paesi differenti da quelli in cui vendono i loro prodotti”. Tutte misure fumose che difficilmente riusciranno a coprire le spese previste: dai 15-16 miliardi per disinnescare le clausole di salvaguardia Iva (in base alle previsioni dell'ex ministro Tria), alla decina di miliardi per rispettare gli impegni europei sul deficit a cui aggiungere il taglio del cuneo fiscale e tutte le promesse di cui sopra. Forse un aiuto arriverà dai risparmi sullo spead e su Reddito di cittadinanza e Quota 100, congelati già a luglio, nonostante i mugugni dei 5 Stelle. Sta di fatto che l'agenzia Moody’s ha subito ricordato che la riduzione del rapporto debito-Pil indicata tra gli obiettivi dal premier è incoerente con l’insieme delle misure economiche prospettate finora.

E lo sviluppo? Il governo ne parla in modo teorico. Promette investimenti e un rafforzamento del piano Industria 4.0, ridimensionato dal precedente esecutivo, ma in pratica non sembra voler favorire lo sviluppo delle imprese: per esempio con la promessa di bloccare i nuovi inceneritori e le nuove trivellazioni. Anzi, misure come il salario minimo possono diventare un ostacolo: come ricorda il sito di analisi economica la Voce.info, "anche nella fissazione del salario minimo, il rischio di generare effetti non desiderati e controproducenti sul mercato del lavoro proprio per i giovani dipende in modo cruciale dal livello a cui si fissa questo salario. Come discusso anche da Andrea Garnero su questo sito, fissarlo a 9 euro l’ora implicherebbe stabilire un livello relativamente elevato (pari all’80 per cento circa del salario incassato dal lavoratore mediano, quello che sta esattamente a metà della distribuzione dei salari) che non si ritrova negli altri paesi Ocse, dove il salario minimo si colloca tra il 40 e il 60 per cento del salario mediano".

Insomma, si sperava in un programma che tornasse con i piedi per terra, che dicesse chiaro e tondo agli italiani che non ci sono pasti gratis e che non si può spendere di più e tassare di meno. Da notare infine la mancanza della parola concorrenza. Eppure stimolare la concorrenza con ulteriori liberalizzazioni dei mercati crea ricchezza a costo zero. Ma ormai da tempo i governi, a partire da quello di Renzi, non ne parlano più. Peccato.

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