Politica

Ecco perché la Sicilia può affondare il Pd

Ex cuffariani, forzisti e missini. Nel Pd c'è posto per tutti gli ex avversari. Renzi userà il "lanciafiamme" anche contro il trasformismo siciliano?

Matteo Renzi con il sottosegretario Davide Faraone.

Antonio Rossitto

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Lo sganassone brucia ancora. Matteo Renzi, in questi giorni, ha smesso i panni di capopartito per indossare quelli del timoniere: il malconcio veliero Italia ora è in balia della tempesta Brexit. Ma il malrovescio preso alle ultime amministrative non si può dimenticare: il tema sarà al centro della direzione nazionale del Partito democratico, convocata per lunedì 4 luglio. Gli italiani hanno votato contro il premier e suoi cacicchi. E se sopra la capitale l’argine è rotto, da Roma in giù è fragorosamente crollato.

Bulimia di potere, trasformismo dilagante, profluvi di inchieste giudiziarie: nel Pd è scoppiata la "questione meridionale". Tanto da aver costretto, il 6 giugno 2016, il premier a dardeggiare: "Dopo i ballottaggi entro con il lanciafiamme nel Pd del Sud: così non si può andare avanti".

Il solito colpo a salve: un mese più tardi, nulla è cambiato. Persino il commissario capitolino del partito, Matteo Orfini, rimane al suo posto: intanto Virginia Raggi al ballottaggio ha doppiato l’arcirenziano Roberto Giacchetti ed è il nuovo sindaco di Roma. A Napoli è andata ancora peggio. I democratici si sono fermati al primo turno: 11,63 per cento. In Sicilia, invece, si votava in 29 Comuni: il Pd ne ha presi appena quattro. Ed è proprio qui che nasce quella "questione meridionale" che rischia di sfasciare il partito.

Nell’isola dove il compromesso s’è fatto arte, il Pd ha dato vita alla più grande transumanza politica della storia repubblicana. Forzisti, autonomisti, cuffariani: frotte di ras del centrodestra sono transitate armi e preferenze tra le file renziane. Reclutati e guidati per mano da Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione e colonnello del premier nell’isola dove ama andare in "missione". Un’operazione talmente plateale da aver spinto lo stesso segretario regionale del Pd, Fausto Raciti, a sospendere lo scorso febbraio il tesseramento per il "rischio di cuffarizzazione".

Ma la campagna acquisti segue imperterrita. Con la benedizione dei vertici romani del partito, accorsi a officiare ogni ingaggio. Nel frattempo, per il traghettatore Faraone si schiudono le porte della Regione. Un mese fa l’endorsement di Maria Elena Boschi, ministro delle Riforme e cantrice del renzismo, è stato smaccato: "Ha le carte in regola per fare il governatore". Si voterà nell’autunno del 2017. Quella di Farone però potrebbe essere solo una candidatura di bandiera. Le ultime amministrative hanno visto trionfare pure qui i Cinque stelle. Il caso clamoroso è Alcamo, storico granaio democratico del Trapanese, dove Domenico Surdi ha vinto il ballottaggio con il 75 per cento. L’ascesa dei grillini sembra inarrestabile. E potrebbe culminare con l’elezione di Giancarlo Cancelleri, 41 anni, indiscusso leader del Movimento in Sicilia.  

In perfetta antitesi, c’è il progetto neorenziano: attrarre transfughi di ogni specie. Epicentro dello scilipotismo è l’Assemblea regionale (Ars) di Palermo: il parlamentino più spudorato d’Italia. L’ultimo trasloco di massa ha seguito la nascita di una costola ufficiale del Pd: il Patto democratico per le riforme, altrimenti detto Sicilia Futura. Porta in dote sette votatissimi onorevolini. Segretario del partito è Nicola D’Agostino: la Procura di Palermo ha appena chiesto il suo rinvio a giudizio per peculato nell’inchiesta sulle «spese pazze» all’Ars. Presidente onorario e regista dell’operazione è però Salvatore Cardinale, per tutti Totò: un highlander della politica italiana. Quasi vent’anni fa era ministro delle Telecomunicazioni nel governo di Massimo D’Alema. Oggi, in vista dell’espansione in continente, è il capofila dei renziani di complemento nell’isola.

Occhiali fumé e sigaro in bocca, 68 primavere e nove partiti sulle spalle, Cardinale lo scorso dicembre si aggirava alla Leopolda. Sottotitolo della kermesse: "Diamo un nome al futuro". "Altro che rottamazione!" ridacchia Fabrizio Ferrandelli, un renziano della prima ora che ha lasciato lo scranno in Regione in polemica con il Pd. "I dinosauri di Sicilia sono riusciti a invadere pure Firenze. Siamo passati dal Big bang ai buchi neri".

A suggello dell’accordo, tre mesi fa, al ristorante Antiche mura di Mondello, Cardinale organizza un pranzo per motivare le truppe: onorevoli, amministratori, simpatizzanti. Quasi tutti trasfughi del centrodestra. Per l’occasione, attovagliato accanto all’ex ministro, c’è Luca Lotti: braccio destro del premier e sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E lo scorso settembre, alla convention di Sicilia futura, accorre pure Lorenzo Guerini, vice segretario del Pd. Insomma, Cardinale è riuscito laddove Denis Verdini, fondatore a Roma di Alleanza liberalpopolare-Autonomie (Ala), ha fallito: nobilitare il trasformismo.

L’operazione ha però scatenato le ire della minoranza. Il capintesta è Antonello Cracolici, ex segretario regionale dei Ds e assessore regionale all’Agricoltura: "Quella di Sicilia futura è un’operazione costruita a Roma, con l’avallo di Renzi, all’insegna del “più siamo, meglio stiamo”" azzanna Cracolici. "Il Pd è diventato una lista elettorale, funzionale alla candidatura a governatore di Faraone. È lui l’autista dell’autobus: apre le porte e invita chiunque a salire a bordo".

Il primo a fiutare il vento è stato Nello Di Pasquale: ex Dc, Ppi, Cdu, Fi, Pdl e Territorio. "Il Pd fa schifo" urlava in piazza tre anni fa. Folgorato sulla via di Matteo, adesso esibisce tessera democratica. Lo ha seguito l’onorevole Gianfranco Vullo: già Psi, Megafono, Territorio, Drs. Altri globetrotter arrivati in dote sono gli ex autonomisti di Articolo 4: cinque ras delle preferenze del parlamento regionale. Poco più di un anno fa si sono trasferiti nel Pd.

Come Alice Anselmo, 39 anni e un cursus honorum invidiabile: Megafono, Territorio, Drs, Udc, Articolo 4, infine renziana. Sei partiti in tre anni e mezzo: da Guinness dei primati. Dopo tanto girovagare, lo scorso dicembre viene nominata capogruppo del Pd all’Ars. La segue Pippo Nicotra, ex sindaco di Aci Catena, sciolto per mafia durante il suo mandato: in passato è stato Dc, Nuovo Psi, Udc, Mpa, Pdl. Arriva Paolo Ruggirello, acchiappavoti del Trapanese. Accorrono due giovani leve di Catania: Valeria Sudano, nipote dell’omomimo Mimmo, storico leader della dc etnea, e il rampante Luca Sammartino. Anche il loro approdo è stato benedetto da Guerini: giunto alle Ciminere di Catania, a marzo 2015, per omaggiare i neoacquisti.

"A questi orfani dell’autonomismo non importa nulla del Pd. Lo usano solo come un contenitore per farsi eleggere. E noi gli abbiamo dato perfino la tessera!" ribolle Concetta Raia, parlamentare democratica all’Assemblea regionale. "E sul territorio stiamo assistendo alle degenerazioni più assurde". Come a Gela, città del governatore Rosario Crocetta, dove ci sono due Pd ufficiali: ognuno con relativo segretario.

Ortodossi da un lato. Neorenziani dall’altro, pronti a prendersi tutto. Persino la presidenza regionale del partito è da anni appannaggio di ex cuffariani doc. Prima Faraone ha voluto Marco Zambuto, fu sindaco Udc di Agrigento, poi nel Pdl. Quindi lo ha sostituito con Giuseppe Bruno, già leader isolano dei giovani Dc. E persino la Leopolda siciliana, unica replica di quella nazionale, è organizzata da Alberto Firenze, un passato da forzista.

Ogni ganglio è stato catechizzato. Persino Enna, vecchio feudo dell’indomito ex senatore Mirello Crisafulli, viene espugnata: partito commissariato. Tutto adesso è in mano all’«onorevole #ciaone»: Ernesto Carbone, noto per il tweet dedicato agli sconfitti promotori del referendum sulle trivelle. "Arrivano a bordo di auto blu, con la scorta al seguito, come se si dovessero difendere da noi. Hanno modi arroganti, tentano di delegittimarci. Eppure solo qui il Pd continua a vincere, come dimostrano le ultime amministrative» dice accigliato Mario Alloro, deputato del Pd a Palermo. «Siamo l’unica provincia italiana in cui, alle primarie nazionali, Gianni Cuperlo ha battuto Renzi: è questa la nostra colpa?".

Alloro, a marzo del 2015, diventa protagonista di una feroce polemica con Angelo Argento, proconsole di Faraone nell’ennese: "Ha fatto affari con Vito Nicastri: un imprenditore dell’eolico considerato vicino a Matteo Messina Denaro" attacca Alloro. Argento però annuncia querela e circoscrive: "Ho avuto con Nicastri solo saltuari rapporti professionali dal 2000 al 2002, mentre era un imprenditore innovativo nell’energia alternatrica, celebrato perfino dal Financial times". Comunque sia: l’episodio esemplifica lo stato delle cose.

Si allunga intanto la lista degli amministratori democratici sotto inchiesta. Un mese fa tre sindaci Pd sono stati indagati dalla Procura di Caltagirone per turbativa d’asta negli appalti del Cara di Mineo, il centro d’accoglienza profughi più grande d’Europa, finito anche al centro di "Mafia capitale". A Vittoria, nel Ragusano, il 16 giugno la Dda di Catania ha inquisito nove persone tra cui il sindaco uscente, Giuseppe Nicosia, e la candidata del Pd a sindaco, Lisa Pisani: l’ipotesi è voto di scambio con la mafia.

A Siracusa, negli stessi giorni, ricevono un avviso di garanzia per turbativa d’asta due big locali: Giovanni Cafeo, membro della segreteria regionale dei democratici ed ex capo di gabinetto del renzianissimo sindaco Giancarlo Garozzo, e Alfredo Foti, assessore ai Lavori pubblici.

E sempre a Siracusa, due mesi fa, viene arrestato Tony Bonfade, consigliere comunale del Pd: la polizia lo ferma con 20 chili di droga. Un caso citato come esempio del degrado della compagine del premier persino dal quotidiano francese Le Monde.      

Indagini giudiziarie, lotte di potere, compromessi. Leonardo Sciascia parlava di "linea della palma": quella del «caffè forte e degli scandali». Comincia da Palermo e arriva fino a Roma. Tutta l’Italia «va diventando Sicilia», ancora una volta. A cominciare dal partito che Renzi ha voluto a sua immagine e somiglianza.                


 

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