Ecco il governo Bersani

Barca agli Interni, D'Alema agli Esteri, Vendola vicepremier. La composizione della squadra ministeriale del centrosinistra se il segretario dovesse ottenere la fiducia

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Laura Maragnani

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Fabrizio Barca all’Interno. Marco Minniti alla Difesa. Nichi Vendola, vicepremier, ai Beni culturali. Ignazio Marino alla Salute. Dario Stefàno all’Agricoltura. Massimo D’Alema alla Farnesina. Enrico Letta allo Sviluppo Economico.

Nei corridoi di casa Pd, a largo del Nazareno, la lista del prossimo governo Bersani è già in circolazione. Pier Luigi Bersani lo chiama «governo di cambiamento», Anna Finocchiaro «governo di minoranza», altri «governo di scopo». Chiamatelo come vi pare. Il succo è un governo con «sette-otto punti programmatici», dalla legge elettorale ai costi della politica, e con questo orizzonte il segretario Pd si presenterà alla direzione del partito mercoledì prossimo. Con la stessa piattaforma salirà poi a colloquio con Giorgio Napolitano al Quirinale, poi si presenterà in Parlamento a chiedere la fiducia. E su Repubblica oggi è stato chiarissimo: «Con questa piattaforma mi rivolgo a tutte le forze politiche, per vedere chi è pronto ad assumersi le proprie responsabilità».

Perfetto. Ma i nomi? Chi farà parte della squadra che nei prossimi mesi dovrà realizzare la mitica piattaforma? E chi saranno gli arbitri della partita, insediati alle presidenze di Camera e Senato? Concesso Palazzo Madama al Pdl,  con l’onore delle armi a Berlusconi, e la presidenza di Montecitorio ai grillini, al Nazareno si sta ragionando su un monocolore Pd a guida Bersani/Letta, con un paio di aggiunte da Sel: Nichi Vendola sarebbe vicepremier e ministro ai Beni culturali, mentre Dario Stefàno, assessore vendoliano all’agricoltura, conquisterebbe il Mipaf facendo il grande salto da Bari a Roma.

Il condizionale è d’obbligo, ma la lista ufficiosa in circolazione è già abbastanza precisa: con Bersani a Palazzo Chigi, toccherebbe ad Enrico Letta occuparsi del partito come segretario ad interim fino al prossimo congresso. A Letta però toccherebbe anche il ministero allo Sviluppo economico, dove potrebbe portarsi, come sottosegretario, la fedelissima Paola De Micheli, deputata piacentina, responsabile Pd per Pmi e Semplificazione.

Barca all’Interno, Minniti alla Difesa, Marino alla Salute. Vuota per ora la casella dell’Economia, dove il presidente Napolitano potrebbe avere un suo candidato di garanzia, e dove, come sottosegretario, Bersani punterebbe su Stefano Fassina. Nessun nome per Lavoro e Istruzione, per ora, e nulla di definito anche per la Giustizia, dove però si comincia a fare il nome di Piero Grasso, che sarebbe gradito al Pdl (la sua nomina a procuratore nazionale antimafia fu firmata nel 2005 proprio da Berlusconi) ma anche, in quanto icona dell’antimafia, al mondo grillino.

La partita dei sottosegretari è invece ancora tutta da giocare. A parte Fassina all’Economia e Paola De Micheli allo Sviluppo economico (ma potrebbe anche finire al Lavoro), si affacciano per ora solo i nomi di Ernesto Carbone,  presidente di Sin e consigliere Ismea, per l’Agricoltura (lo ha imposto Matteo Renzi: Carbone, ex garzone di bottega di Paolo De Castro, ex animatore di Vedrò, ultimamente era approdato alla fondazione renziana Big Bang) e dello studioso Miguel Gotor,  consulente fidatissimo di Bersani e neo-senatore, al Mibac.

Per Palazzo Chigi, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, pare definitivamente tramontata l’ipotesi Vasco Errani: un trasloco a Roma del braccio destro di Bersani comporterebbe le sue dimissioni da presidente della regione Emilia Romagna, ma un voto anticipato potrebbe consegnare la regione al Movimento 5 Stelle. Non se ne parla. A dare una mano a Bersani a palazzo Chigi potrebbe essere allora Maurizio Migliavacca, altro emiliano fidatissimo, esponente di quel “tortellino magico”, la cerchia ristretta del segretario, che ha già provocato molto malumore nel partito.

C’è poi Alessia Mosca, già capo della segreteria di Enrico Letta a Palazzo Chigi: potrebbe ritornare a Palazzo Chigi se il piano A, quello finora disegnato, subisse uno stop. Esiste infatti, secondo il gossip democrat, anche un piano B:  Enrico Letta premier, con interim allo Sviluppo Economico.

Bersani, in tal caso, rimarrebbe segretario del partito.

E in Parlamento? Assegnate a Pdl e M5S le presidenze delle due camere, per gli attuali capigruppo potrebbe esserci una riconferma: Anna Finocchiaro al Senato e Dario Franceschini alla Camera. Ma potrebbe anche spuntare un qualche incarico di governo per consolarli della mancata ascesa alla presidenza, su cui entrambi puntavano parecchio. Franceschini, dicono i maligni, avrebbe perfino già avuto abboccamenti col Pdl per sondare la sua disponibilità a sostenerlo qualora il M5S rifiutasse di occupare lo scranno.

In ogni caso, la Finocchiaro potrebbe guadagnare chance dall’ennesima, amara, constatazione: anche in questo «governo di cambiamento» per le donne non c’è nessun cambiamento. Tutti uomini. Come rigorosamente maschili sono i nomi che in casa Pd girano per il Quirinale: zero chance per Emma Bonino, fuori gioco Rosi Bindi, si sta ragionando su due ipotesi che i grillini, pare, non troverebbero sgraditi. Uno è il giurista Stefano Rodotà, ex parlamentare italiano ed europeo, ex garante della privacy. L’altro? L’ex premier Romano Prodi, di cui si favoleggia un rapporto diretto con il guru di Beppe Grillo, Gianroberto Casaleggio.

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