E Renzi, sotto sotto, punta alle elezioni anticipate

Se la situazione precipita il premier ha in mente di andare al voto nel giugno 2015

Matteo Renzi

Matteo Renzi – Credits: Vittorio Zunino Celotto /Getty Images

Keyser Soze

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A Palazzo Chigi l’hanno ribattezzata «exit strategy» ed è un piano strettamente legato alla partita delle riforme e della legge elettorale. Si tratta di uno schema classico e dalla bocca del premier esce quasi come un sussurro: «Se nei prossimi mesi la situazione precipiterà dobbiamo andare a elezioni anticipate entro il giugno 2015». Cambiano i presidenti del Consiglio, ma la soluzione dei momenti di emergenza è sempre il voto. Non per nulla Silvio Berlusconi non si scandalizza più di tanto quando ne parla con il suo stato maggiore: «Matteo Renzi punta a elezioni in giugno».

Se si usa questa chiave di lettura tutte le tessere del puzzle vanno a posto. Si capisce perché Renzi vuole approvare
le riforme in fretta (la prima lettura in entrambe le Camere entro agosto, la seconda tra novembre e dicembre, referendum tra febbraio-marzo). E perché non vuole accettare l’ipotesi di un Senato elettivo, che lo costringerebbe a cimentarsi con una nuova legge elettorale per il Senato che gli farebbe perdere tempo prezioso. «Non capisco» si sfoga Daniele Capezzone di Forza Italia «chi nel mio partito non si accorge che quello vuole fregarci».

In fondo, che le urne siano l’arma segreta di Renzi lo ammettono anche i renziani. «Lui» confessa Rosa Maria Di Giorgi, fedelissima del premier, «vuole avere sicuramente a disposizione l’ipotesi elettorale, non so se poi alla fine la userà». Ma tutti sono d’accordo che quella sia l’ipotesi più conveniente per lui. Nei prossimi mesi il premier infatti sarà tra due fuochi: la stagnazione economica e la necessità di rispettare i parametri Ue. «Qui non  si tratta di sgarrare dello 0,1» prevede il presidente Ncd della commissione Bilancio del Senato, Antonio Azzollini, «ma di mezzo punto, e l’Europa non ce lo consentirà». Quindi entro un anno si profila una manovra di almeno 24 miliardi.

Significa che  la fiducia tra governo e opinione pubblica potrebbe venire meno: è successo già a Mario Monti e a Enrico Letta. A quel punto per  il premier sarà più salutare incassare i dividendi della riforma istituzionale e andare alle urne: con i mesi la fine della «luna  di miele» con il Paese gli potrebbe rivoltare contro il Pd, che lo tollera solo per il consenso che ha tra la gente. Di alibi per andare alle urne, poi, Renzi ne avrebbe più d’uno: applicando una nuova legge elettorale sanerebbe la situazione di un Parlamento che la Consulta, nei fatti, ha giudicato non pienamente legittimo perché espressione di un sistema di voto incostituzionale (il Porcellum); inoltre creerebbe le condizioni affinché il successore di Giorgio Napolitano sia eletto con nuove regole. «Non credo» osserva laconico il centrista Mario Mauro «che un capo dello Stato che deve durare 7 anni possa essere eletto con le vecchie». E Forza Italia? «Dopo aver appoggiato le riforme e aver fatto la campagna referendaria con Renzi» ironizza Raffaele Fitto «non credo che l’elettorato ci distinguerà da lui. Saremo nelle stesse condizioni delle elezioni europee. Anzi, peggio...».

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