Politica

È finita la legislatura degli hashtag, per fortuna

Gli spot, i bonus, le "renzate", i tweet al limite del ridicolo hanno caratterizzato la politica degli ultimi cinque anni. Ora c'è bisogno di calma

Matteo Renzi

Sara Dellabella

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Tronfio, divisivo, ambizioso, sprezzante dell’opinione altrui. Esageratamente leader. Una parabola quella di Matteo Renzi passato dalle scalate alle ritirate in appena tre anni. Si è chiusa così una legislatura che grazie al leader del PD ha avuto tre governi. Il primo quello di Enrico Letta che è stato disarcionato appena dopo 10 mesi di governo, poi vennero i mille giorni di Renzi che si conclusero con il più grosso tonfo della storia repubblicana degli ultimi anni ed infine l’anno calmo del supplente Paolo Gentiloni, messo lì per tappare un buco e che alla fine si è rivelato un politico affidabile e ben apprezzato dalla gente.

Sono passati cinque anni, ma i problemi della politica sono ancora tutti lì e in alcuni casi hanno cambiato casacca anche loro. Dopo il voto del Parlamento, sembrava finita l’era di Berlusconi e invece eccolo risorto come guida del centrodestra, anche se non potrà candidarsi. Tuttavia non è stato risolto il problema della leadership: dopo Berlusconi chi potrà avere un ruolo di federatore carismatico?

Il disastro del Pd

Nel Pd, l’astro nascente di Renzi si è oscurato, il partito è ai minimi storici e con le casse in profondo rosso. Il segretario non rinuncia esplicitamente ad avvalersi a quella regola dello statuto che lo vuole candidato premier, ma i sondaggi non lo premiano e c’è chi continua a credere che dovrebbe allontanarsi per un po’ dalla scena pubblica.

Anche perché se l’operato del mite Gentiloni oggi è lodato da tutti, sarebbe giusto dire che non si allontana molto dall’impronta del governo di Enrico Letta prima di essere messo alla porta da uno scalpitante e irrequieto Matteo Renzi che il giorno del discorso di fiducia al Senato, disse “vorrei essere l'ultimo Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'Aula”, così sicuro che gli italiani gli avrebbero dato ragione ed invece…

Lui che nel suo libro “Avanti” si è paragonato a Wanna Marchi per come ha presentato la misura degli 80 euro e che in più occasioni per semplificare il linguaggio delle cose complesse ha inseguito i populisti. 

La politica degli spot

Ma gli spot, i bonus, le renzate, gli hashtag al limite del ridicolo, alcuni commenti affidati ai social hanno caratterizzato non solo la politica renziana ma la politica degli ultimi cinque anni, tanto che a volte si faceva fatica a distinguere i fake account dai profili originali.

Paradossale e a tratti parossistica. Come l'immagine di quel parlamento in seduta comune che ha salutato ogni passaggio del discorso dell’insediamento Napolitano bis con fragorosi applausi. Quella che ad ascoltarla bene è stata la più grande "strigliata" presidenziale a un Parlamento che non era stato capace di trovargli un successore.

A riavvolgere il nastro di questo Parlamento, sembra sia andato in scena un lungo film e così assurdo che non bisognerebbe poi tanto sconvolgersi se a 66 giorni dalle elezioni l’unico partito in crescita sia quello degli astenuti.

È stata senz’altro la legislatura del cortocircuito, quella in cui il Patto del Nazareno ha spaccato la sinistra e ricompattato il centrodestra. Così oggi, il rottamatore si trova completamente isolato al centro, mentre Liberi e Uguali continua a erodere consensi a sinistra.

Il Movimento 5 stelle che oggi è il primo partito rischia di rimanere con il cerino in mano. Ancora non c’è un programma, ancora non si capisce con chi e se si alleerà. Ancora non si sa cosa vogliono fare concretamente per il Paese, proprio come quando sono entrati in Parlamento. 

Aggrapparsi alla calma

In questo caos, gli unici appigli sono Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Quelli che parlano meno di tutti, che appaiono poco e che silenziosamente svolgono la loro funzione con la dovizia dei funzionari pubblici. Traghettatori della Repubblica, esecutori materiali di regole e procedure già scritte che vanno solo attuate. Sono loro l’ultimo appiglio in un agone dove tutti si agitano, dove in questi anni si è giocato a chi la “sparava più grossa”, manco fossimo allo stadio.

“Non è tempo di rottamazioni, slogan e leadership solitarie” così anche Carlo Calenda ha messo nero su bianco il suo pensiero circa una nuova scalata di Renzi a Palazzo Chigi.

È il tempo della calma che sopravvive al caos, almeno fino al prossimo governo.

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