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Due o tre commenti all'Orlando pauroso

La risposta al Ministro della Giustizia sulle motivazioni che spiegano la diminuzione del numero dei detenuti nelle nostre carceri

carceri

Gli interni di un carcere – Credits: iStock

L'ex ministro della Giustizia Claudio Martelli ha scritto un articolo su Panorama in cui esprimeva critiche al rendiconto del Ministero della Giustizia presentato dal ministro Andrea Orlando il 14 luglio. Alle sue critiche, lo stesso Orlando ha risposto con un chiarimento. Ma Martelli ha voluto replicare ancora. Ecco qui i testi della querelle tra attuale ed ex titolare del dicastero.

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1 - L'INDULGENZA PLENARIA CHE TUTTI ASSOLVE di Claudio Martelli
2 - QUANTE INESATTEZZE SULLA MIA GIUSTIZIA di Andrea Orlando

Caro ministro Orlando,

falsificare le parole di un interlocutore per replicargli facilmente non è cosa buona e giusta. Oltretutto rivela scarsa fiducia nei propri argomenti. Vediamo.

Nella risposta al mio articolo tu affermi che «Martelli si scandalizza a proposito della tenuità del fatto... si scandalizza a tal misura da lasciar credere al lettore che con queste nuove norme», e qui inserisci tra virgolette la seguente citazione di mie presunte parole, «la convivenza civile è minacciata e l’impunità assicurata». Ebbene come ogni lettore di Panorama può verificare io non ho mai detto nulla di simile.

Ecco invece quel che ho scritto e che ribadisco: «Davvero si pensa che in un Paese in cui più dell’80 per cento dei reati resta impunito, in cui magistrati e politici lamentano l’illegalità diffusa e i cittadini vivono l’allarme e l’ansia per il dilagare della micro-criminalità, per l’inosservanza delle norme e gli abusi d’ufficio da parte dei pubblici ufficiali, per la proliferazione delle frodi e dei furti (nelle grandi città quelli in appartamento sono cresciuti del 200 per cento in un anno!), la cura migliore sia la tolleranza di una modica quantità di questi reati che sono di gran lunga non solo i più frequenti, ma anche quelli che più direttamente minacciano la convivenza civile?».

Dunque, quel che ho detto è che sono questi reati a minacciare la convivenza civile e non le tue norme come tu vorresti farmi dire con una gherminella francamente penosa.

Essendo falsa la premessa da cui sei partito non mi stupisco che, trascinato dalla polemica, tu abbia voluto cogliere una contraddizione tra il Martelli «uomo di cultura liberal socialista» e il Martelli che sottolinea la pericolosità sociale di un incremento dei cosiddetti reati minori. Logica davvero stringente come quella di chi dicesse che se fai merenda devi mangiar cavoli. Quanto alle altre misure da te annunciate, e che io avrei ignorato o sottaciuto, è giusto distinguere.

Purtroppo discutere gli effetti di provvedimenti solo annunciati come se fossero dati certi è diventato di moda, ma lamentarti perché io non mi adeguo all’andazzo mi sembra troppo pretendere da chi, esercitando il ruolo, si è dimostrato, parole tue, «uno stimato ministro». Ancora: alla mia osservazione che la riduzione del numero dei detenuti nelle nostre carceri è dovuto al decreto definito, appunto,«Svuota carceri» varato dal tuo predecessore, la ministra Annamaria Cancellieri, obietti che sarei stato «ingeneroso nello sminuire quanto da te fatto... sia sul versante organizzativo che normativo».

No, io non ho sminuito nulla, ho colto, piuttosto, il punto essenziale della svolta costituito proprio dal decreto della Cancellieri. Quel che ho detto è così vero che tu stesso, rendicontando la tua attività di ministro cominciata nell’aprile del 2014 e riferendo del calo di 10 mila detenuti hai dovuto, giocoforza, far data a partire dal dicembre 2013 quando, se non erro, tu eri ancora ministro dell’Ambiente. Guarda caso, la riduzione del numero dei detenuti comincia esattamente e robustamente proprio dal momento del varo di quel decreto «Svuota carceri» della Cancellieri che, peraltro, ti sei dimenticato di citare.

E questo è quanto, anche a proposito di chi è ingeneroso. Viceversa, nel mio articolo, avevo apprezzato che tu avessi seguito la stessa strada del tuo predecessore in materia di smaltimento del gigantesco arretrato di processi civili. Dunque non c’era bisogno che tu mi spronassi a concedere un riconoscimento che ti avevo già elargito spontaneamente.

Resta, caro ministro, che ti sei ben guardato dal rispondere al vero interrogativo che ti ho rivolto e che torno a ribadire nel caso non ti fosse risultato chiaro. Cosa dobbiamo pensare di un’amministrazione della giustizia così altalenante e sussultoria per cui il ministro annuncia con spericolata iperbole «la prescrizione per corruzione è diventata impossibile» mentre ha appena lasciato la corruzione, purché «tenue», nel novero dei reati depenalizzati?

Se annuncia una legge contro le intercettazioni illegali appena dopo aver depenalizzato la violazione dei segreti d’ufficio, le rivelazioni inerenti un procedimento penale e perfino la diffamazione – purché, s’intende, tenue? E che dire se introduce una disciplina severissima contro gli ecoreati mentre con altre norme depenalizza reati «tenui» come la deviazione delle acque, i danneggiamenti a seguito di incendi e quelli che causano inondazioni, frane, valanghe nonché il crollo di costruzioni e altri disastri dolosi?

Infine, caro Andrea Orlando, ti dispiaci che non abbia apprezzato la tua riforma della responsabilità civile dei magistrati che sbagliano per dolo o grave ignoranza della legge. Confesso che l’avrei fatto volentieri nonostante le aspre proteste della magistratura associata, se tu stesso, un istante dopo l’approvazione, non avessi annunciato di voler «laicamente» sottoporre la nuova legge a un costante monitoraggio.

Subito dopo di te «il capo dello Stato che parla poco» ha sentito il bisogno di rincarare la dose sillabando: «Le recenti modifiche alla legge Vassalli andranno attentamente valutate alla luce degli effetti concreti della sua applicazione».

A mia memoria è la prima volta che un ministro della Giustizia che ha proposto una legge e un presidente della Repubblica che l’ha appena controfirmata fanno sapere di non esserne veramente convinti.
Chissà che avranno pensato i 364 giovani magistrati tirocinanti invitati al Quirinale ai quali queste parole erano indirizzate. Forse si saranno sentiti rassicurati, ma io spero di no, del fatto che il primo magistrato della Repubblica e il ministro della Giustizia hanno garantito che la legge che li vuole responsabili in caso di dolo o di errori gravi – per esempio l’ingiusta detenzione di un cittadino – è una legge, come dire, sperimentale, una legge che, parola dei suoi autori, oggi c’è, domani, magari, non ci sarà più.

Ps. Registro e apprezzo la dichiarazione del presidente del Consiglio: «Il Parlamento non è il passacarte delle Procure». Mi auguro che segni un nuovo indirizzo che sempre dovrebbe guidare le Camere e il presidente del Consiglio nell’esame, nel metodo e nel merito delle richieste di autorizzazione all’arresto di deputati e senatori. Che si tratti di amici, di alleati e, soprattutto, di avversari.

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