Politica

Il discorso alle Camere di Sergio Mattarella

Inclusivo, rispettoso. Un discorso totale che ha unito il Parlamento con aggettivi antichi

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Carmelo Caruso

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È entrato a Montecitorio con la preoccupata lentezza di chi avverte il peso della storia. E davvero il corpo di Sergio Mattarella, che incedeva in parlamento per giurare, svelava nel viso e nelle gambe che teneva strette strette quella “piena angoscia del compito” che nei primi minuti del suo discorso, durato 35, tutti gli italiani hanno compreso.

Con i vestiti che gli scivolavano sulle spalle ferme e rigide come grucce, Mattarella non sorrideva e non perché non lo sapesse fare, ma solo perché i siciliani hanno paura dell’allegria e interrompono il silenzio solo se c’è qualcosa che valga di più. E infatti mentre Matterella salutava il parlamento, i predecessori Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, accompagnava gli omaggi, con questi aggettivi “un saluto rispettoso a questo parlamento”, “un saluto deferente ai miei predecessori e affettuosa riconoscenza”, “un sincero ringraziamento alle Forze Armate”.

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Gli aggettivi del presidente
Ed era musicale quel “ringraziamento particolarmente intenso” che Mattarella ancora voleva ribadire a Napolitano che seduto accanto a Pierferdinando Casini si compiaceva e lo ricambiava con un’espressione soddisfatta. Mattarella ha infatti esordito dicendo di “avvertire la responsabilità” e ricordava quel dolentismo che l’Italia ha conosciuto con Alcide De Gasperi, Aldo Moro, Mino Martinazzoli, uomini che vorrebbero allontanare il comando ma lo accettano per senso di responsabilità, cristiana sopportazione. E però subito, il presidente pensava non alle sue ma “alle difficoltà dei cittadini a cui l’impegno di tutti è rivolto”, viaggiava idealmente nel suo Mezzogiorno “dove il lavoro manca e provoca ferite”, tornava alla fragilità del paese cavalcato da rabbia e utopie secessioniste tanto che oggi: “L'unita' rischia di essere difficile, fragile e lontana, l' impegno di tutti e' a superare le difficolta' degli italiani”.

Le riforme 
Mattarella cercava di non dimenticare nessuno “saluto anche la Corte Costituzionale, il Consiglio superiore della Magistratura, la Magistratura”, ha ringraziato gli uomini dal cuore grande che si fanno carico dell’esodo e dell’immigrazione “ma l’Unione Europea deve essere più attenta e solidale”. E chissà quanto sarà piaciuto a Matteo Renzi quel richiamo alle riforme che Mattarella in tutto il suo discorso non ha smesso di ricordare: “C’è l’urgenza di riforme per dare risposte efficaci e adeguare la nostra democrazia. L’auspicio è che questo percorso sia portato a compimento ma senza entrare nel merito delle competenze del Parlamento”. Ma l’appello si è fatto più limpido quando ha indicato la più urgente: “Bisogna rafforzare il processo democratico e la priorità è approvare una nuova legge elettorale” perché “la democrazia non è una conquista definitiva”.

 

A Mattarella piacevano quei visi freschi e giovani, quelle acconciature femminili che esplorava con i suoi occhiali tanto che mentre leggeva il discorso ha avuto un momento di simpatica confusione smarrendo i fogli, una gag che già lo faceva amare. Mattarella ritrovava l’ordine dei suoi fogli e scherzava pure “menomale, anche perché è un passaggio importante, riguarda le donne e giovani che sono un prezioso risultato di questo parlamento”, un’istituzione vituperata che il presidente vorrebbe riavvicinare “siamo tutti chiamati ad assumere la responsabilita' primaria di riaccostare gli italiani alle istituzioni. Bisogna intendere la politica come bene comune, patrimonio di ognuno e di tutti. E' necessario ricollegare le istituzioni a quei cittadini che le sentono estranee”.

Un arbitro imparziale
Insomma, anche Forza Italia che ha preferito la scheda bianca non riusciva a non applaudire Mattarella che a un certo punto travolgeva tutto l’emiciclo, e pure Renata Polverini che si alzava non appena sentiva che il presidente metteva nero su bianco la sua imparzialità: “Sarò un arbitro imparziale, un garante della Costituzione”. E la metafora calcistica catturava il giovane Renzi che si girava verso Mattarella che per risposta subito aggiungeva: “I giocatori però mi aiutino con la loro correttezza”. Senza accorgersi Mattarella compiva il miracolo di togliere la smorfia arrabbiata anche al M5S e al suo uomo migliore, Luigi Di Maio, che con distacco lo aveva accolto nell’atrio di Montecitorio.

I riferimenti
Anche il M5S mutava aspetto e batteva le mani quando il presidente ha fatto suo quel principio costituzionale, il ripudio della guerra, e si ancorava alla resistenza. Come una sonata che accelera, Mattarella si raccontava e ci raccontava i suoi riferimenti (Falcone e Borsellino, papa Francesco): “La lotta alla mafia e alla corruzione sono priorità. E' allarmante la diffusione delle mafie, antiche e nuove. La mafia è un cancro pervasivo che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazioni, calpesta diritti”. Ed è venuto il momento delle garanzie che ha sciorinato “autonomia e pluralismo dell’informazione”, “il diritto a una giustizia rapida”, “la Resistenza”, “la lotta contro il terrorismo internazionale che ci inorridisce con la barbare decapitazioni”. E dalla sua memoria, ma anche nostra, nonostante rimossa, Matterella ha spiegato che il terrorismo è male vecchio anche in Italia a partire dall’uccisione nella sinagoga romana del bambino Stefano Tasché avvenuta nel 1982.

Il presidente non si stancava e come se avesse un binocolo puntato sui continenti auspicava la risoluzione del disastro diplomatico dei nostri Marò, il ritorno dei nostri ostaggi: padre Dall’Oglio, Giovanni Lo Porto e Ignazio Scaravilli. Ebbene, sono stati trentacinque minuti larghi e i cronisti contano 42 applausi, l’ultimo quando il presidente invitava gli italiani a specchiarsi nelle facce della nazione “ospedali, scuola, uffici, tribunali, e che il popolo si senta comunità”. Iniziava così il settennato di Mattarella, con la pioggia quieta di Roma perché non è vero che la pioggia è grigia. Può essere calma, presidenziale, magnificamente lenta ma densa.

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