Diffamazione, anche Scalfarotto dice no al carcere

Intervista al deputato Pd: "Cambiare la legge ma la stampa recuperi compostezza" 

scalfarotto

Ignazio Ingrao

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Si apre domani mattina in commissione giustizia della Camera l’esame delle proposte volte all’abolizione del carcere per i giornalisti condannati per diffamazione. Saranno esaminate le proposte di Enrico Costa (Pdl) e di Mariastella Gelmini, Renato Brunetta e Deborah Bergamini (Pdl). Il consenso sull’abolizione del carcere per i giornalisti è trasversale e unisce deputati di tutti gli schieramenti. Tra questi anche Ivan Scalfarotto (Pd), membro della commissione giustizia di Montecitorio.  «Non penso che i giornalisti debbano mai andare in prigione», dichiara Scalfarotto a Panorama.it. «Tendo a essere un garantista per cultura politica. Certamente occorre trovare un equilibrio tra le esigenze dell’informazione, che deve essere la più libera possibile, e l’esigenza del libero cittadino a non essere diffamato a mezzo stampa, soprattutto quando ci sono casi nei quali i media abusano del proprio potere. Libertà di informare e tutela del cittadino sono due profili entrambi meritevoli di tutela. Naturalmente fa particolarmente specie pensare che un giornalista possa andare in prigione. Sono convinto che la prigione debba essere un estrema ratio in tutti i casi, non solo per quello che riguarda i cronisti. Ci stiamo preoccupando di ridurre il sovraffollamento delle carceri e mandare i giornalisti in prigione non è certo il modo migliore per risolverlo! In uno Stato moderno si devono trovare sanzioni di altro genere per la stampa».

Tuttavia, prosegue il deputato del Pd, «auspicherei che anche in Italia si affermasse un giornalismo un po’ più britannico. Molto spesso da noi la carta stampata assume i toni di notevole partigianeria per cui, al di là dei casi estremi della diffamazione, diventa anche difficile informarsi. Occorre puntare a uno stile meno gridato. Fino alla metà del secolo scorso forse avevamo una stampa un pochino noiosa. Poi, progressivamente, si è molto colorata e nutrita con titoli molto forti che erano più tipici dei tabloid anglosassoni. Si va all’attacco della tesi dell’avversario in modo troppo sanguigno. Se anche la stampa recuperasse un po’ più di compostezza aiuterebbe soprattutto i cittadini a informarsi meglio. Ma la prigione per i giornalisti va comunque abolita».

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