Le dieci trappole che minano il cammino del governo

Il premier Enrico Letta dovrà guardarsi dai trabocchetti di Grillo e Vendola, ma anche da varie polpette avvelenate

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con i ministri del Governo Letta, in occasione della cerimonia di giuramento, Roma, 28 aprile 2013. (Credits: Ansa/Paolo Giandotti)

Giovanni Fasanella, Guido Fontanelli, Maurizio Tortorella

Come nel film Platoon di Oliver Stone, il nuovo premier Enrico Letta non saprà se guardarsi le spalle più dai compagni della maggioranza che dai nemici. Molti, infatti, sono i trabocchetti che l’opposizione grillina e vendoliana di Sel stanno disseminando lungo il suo cammino. Ma sono tante anche le mine che rischiano di saltare all’interno degli stessi partiti della coalizione.

La prima è esplosa con fragore martedì 30 aprile, prima ancora del voto di fiducia al Senato: l’esplosivo è l’Imu, con il Pdl che minaccia di mollare Letta se non verrà garantito che l’odiata tassa sulla prima casa venga cancellata e rimborsata. Intanto, le iniziative già annunciate dal Movimento 5 stelle e da Nichi Vendola puntano a fare esplodere le contraddizioni all’interno del Pd, che sta per avviare una tesissima campagna precongressuale per la successione al leader dimissionario Pier Luigi Bersani. Se dovesse accadere, inevitabilmente si riaccenderebbero anche i conflitti sempre latenti tra democratici e Pdl. Dieci sono i temi «sensibili» su cui potrebbero scattare, come nel famoso romanzo di Agatha Christie, le «trappole per topi». Eccole.

Il taglio dell’Imu e la «polpetta avvelenata». Renato Brunetta si è congratulato con Letta dopo il suo annuncio sul «non pagamento» dell’Imu in giugno. Ma ha anche detto che, senza l’eliminazione e la restituzione dell’Imu sulla prima casa, il governo avrà problemi. Restituire i 4 miliardi pagati dai contribuenti nel 2012, però, appare difficile se non improbabile. E nel fianco dell’esecutivo resta così puntata la lama del Pdl. Il sentiero, per Letta, è strettissimo, tra spese necessarie (il pagamento dei debiti della pubblica amministrazione, il finanziamento degli ammortizzatori sociali), la riduzione delle tasse (non solo l’Imu ma anche la sospensione dell’aumento dell’Iva e l’abbassamento delle aliquote sul lavoro) e gli inevitabili tagli per coprire tali misure. Estremamente chiaro sul punto, del resto, è stato lo stesso Silvio Berlusconi: «Sono fiducioso sia sull’abrogazione dell’Imu in futuro sia sulla sua restituzione» ha detto il 30 aprile, mentre Letta chiedeva la fiducia in Senato: «Non potremmo prendere parte a un governo che non attua queste misure, né sostenerlo dall’esterno».

Il vincolo europeo (e soprattutto tedesco). La coperta è stretta e non ci si può illudere di ottenere molto dall’Europa e dalla Germania. Letta forse spera che, in un clima generale di critica alle politiche di austerità, l’Italia possa chiedere di poter sfondare il limite del 3 per cento di deficit pubblico. Ma in molti credono che non sarà così: Roma, con il suo debito pubblico proiettato verso il 130 per cento del Pil, avrà giusto lo spazio per restituire i debiti alle imprese e per ottenere da Bruxelles l’uscita dalla procedura per deficit eccessivo. Ottenute queste concessioni, altri annunci di nuove spese rischieranno di far ripartire lo spread e il costo del debito. E incrinare la fiducia verso il governo.

L’ineleggibilità di Silvio Berlusconi. Sarà il primo, delicatissimo problema da affrontare. Il Fatto quotidiano ha promosso una raccolta di firme per cacciare dal Parlamento il leader del Pdl, in quanto proprietario di un’azienda, la Mediaset, titolare di concessione pubblica. Il capogruppo democratico al Senato, Luigi Zanda, ha aderito. E nel Pd molti la pensano come lui. Del caso si dovrà occupare nelle prossime settimane la giunta delle elezioni di Palazzo Madama: se i voti democratici si aggiungeranno a quelli di Sel e dei grillini, ci sarà la maggioranza per «espellere» il Cavaliere. E poi c’è il conflitto d’interesse. Nella commissione dei saggi nominata a suo tempo dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è raggiunto un possibile punto di equilibrio: legge non contra personam. Ma non è un mistero che nel Pd sia molto radicato un orientamento «punitivo» nei confronti di Berlusconi, come se il problema riguardasse soltanto lui. Anche in questo caso, un eventuale asse parlamentare Pd-Sel-M5s potrebbe determinare una maggioranza diversa da quella che sostiene il governo. Grillini e Sel hanno già annunciato che presenteranno subito una proposta di legge.

Il presidenzialismo. L’elezione diretta del presidente della Repubblica con sistema maggioritario sarà il cavallo di battaglia del centrodestra nelle riforme istituzionali. Ma è una forma di governo non condivisa dal Pd e dal centro di Mario Monti, che si sono già pronunciati per il premierato alla tedesca, basato su un sistema proporzionale. Ci sarà quindi battaglia nella Convenzione per le riforme, una nuova commissione Bicamerale che accompagnerà il cammino del governo mettendo a punto il pacchetto delle riforme costituzionali. Al confronto tra le due ipotesi in campo è legata anche la scelta sulla nuova legge elettorale: maggioritaria a doppio turno alla francese o proporzionale con soglia di sbarramento alla tedesca. Se non ci sarà un accordo tra Pd e Pdl, e si andrà a una conta in ordine sparso, è assai probabile che il fronte democratici-montiani si saldi con quello Sel-grillini.

Il diritto di cittadinanza. La legge per la cittadinanza e il voto ai figli di extracomunitari nati in Italia per il Pd è quasi un punto d’onore, una questione di principio. Tant’è che in campagna elettorale Pier Luigi Bersani aveva promesso che in caso di vittoria sarebbe stato il primo provvedimento approvato dal suo governo. E il tema non è certo stato abbandonato. Anzi. La presenza nel governo di Cécile Kyenge, primo ministro di colore della storia italiana,è un segnale soprattutto alla Lega e a quei settori del centrodestra che sui diritti di cittadinanza hanno posizioni molto divaricate da quelle del Pd, se non addirittura opposte.

La macroregione del Nord. Il raggiungimento dell’obiettivo costituisce la ragione sociale stessa dell’alleanza tra Lega e Pdl. Quindi, i leghisti batteranno i pugni sul tavolo per raggiungerlo. E il Pdl non potrà non tenerne conto. Dunque, anche su questo tema ci sarà un braccio di ferro con il Pd, che legge la proposta leghista di una  macroregione in chiave secessionista. E la decisione di lasciare al Nord anche il 70 per cento della ricchezza prodotta, strettamente collegata alla creazione di una macroregione, per i democratici avrebbe troppo un sapore antimeridionalista: se non faranno le barricate, ci arriveranno molto vicino.

Uscita dall’euro. Più che una trappola, questa è una vera e propria bomba atomica che i grillini stanno piazzando sotto la poltrona del governo. Hanno già annunciato un referendum per l’uscita dalla moneta unica europea. E le probabilità di vittoria del no all’euro sarebbero assai elevate, se dovessero prevalere ancora le politiche di rigore senza crescita imposte finora dalla Germania. Un’eventuale vittoria grillina, ottenuta magari sull’onda di una forte protesta sociale, comporterebbe inevitabilmente il ritorno alla lira. E la crisi del governo «europeista» di Letta.

I sindacati, il lavoro e la riforma Fornero. Per far ripartire l’economia il governo ha bisogno di ridurre le tasse. Dove trovare le risorse? Con nuovi tagli. Per esempio alle agevolazioni alle imprese: e vedremo quanto gli industriali saranno disponibili a rinunciarvi davvero, senza scatenare i loro giornali contro il governo. E poi i tagli intaccano lo stato sociale, agitando la pancia del Pd, i sindacati e in particolare la Cgil. Quest’ultima è condizionata a sinistra dalla Fiom, che guarda con benevolenza a Sel e a Grillo e che il 18 maggio scenderà in piazza: come reagirà la Cgil quando bisognerà mettere mano alla legge Fornero per rendere più flessibile l’ingresso dei lavoratori in azienda?

Le due sentenze in arrivo a Milano. A Milano il processo d’appello Mediaset, dove Silvio Berlusconi è imputato di frode fiscale, riparte mercoledì 8 maggio: in primo grado era stato condannato a 4 anni di reclusione. Il processo Ruby è fermo in attesa che il 6 maggio la Corte di cassazione si pronunci sull’istanza di trasferimento a Brescia avanzata dalla difesa. Le due sentenze, entrambe previste per maggio, possono essere due trappoloni sulla strada del governo Letta? Niccolò Ghedini, deputato del Pdl e avvocato di Berlusconi non vede un nesso fra i processi e il governo, ma non è escluso che, in caso di condanna, il Pd ceda alla pressione della piazza, con inevitabili ripercussioni sulla tenuta dell’esecutivo.

Il nuovo processo che si aprirà a Napoli. In estate è possibile anche il nuovo rinvio a giudizio napoletano di Berlusconi per la presunta compravendita dell’ex senatore Sergio De Gregorio, passato dal centrosinistra al centrodestra all’epoca del governo Prodi. Si era parlato perfino di una possibile richiesta d’arresto, e alcuni parlamentari del Pd (come Maurizio Migliavacca, assai vicino a Bersani) avevano annunciato che avrebbero votato a favore. Ovviamente anche i grillini farebbero altrettanto. Insomma, il rischio di un contrasto potrebbe sussistere. Ma anche questo procedimento non suscita particolari timori nel centrodestra: «La stessa ipotesi della richiesta d’arresto per Berlusconi è una bufala inventata dai giornali» commenta Ghedini «perché c’è una richiesta di giudizio immediato e i fatti risalgono al 2008».

La riforma della giustizia. Anche se il governo metterà mano ai temi caldi della giustizia sono prevedibili attriti tra Pdl e Pd. E questo pure se verranno prese in considerazione come base«neutrale» di partenza le proposte dei dieci saggi del Quirinale. I dieci tecnici hanno suggerito limiti alla divulgazione e all’uso delle intercettazioni, «per le quali dev’essere resa cogente la loro qualità di mezzo per la ricerca della prova, e non di strumento di ricerca del reato»; hanno poi spinto per il divieto ai magistrati di candidarsi là dove hanno esercitato le loro funzioni e di tornare a esercitare dove si sono candidati; e sono favorevoli all’inappellabilità delle sentenze di assoluzione, sia pure per le sole imputazioni più lievi. Tutto questo potrà ottenere il placet del centrodestra, ma sicuramente piacerà poco al centrosinistra. E il contrasto potrà riaprirsi, come una trappola pronta a scattare.

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