Salvini e Parisi: quanta strada per diventare leader del centrodestra

A uno manca la professionalità politica, all'altro i voti. E Berlusconi? Pensa a far vincere il No al referendum. Solo dopo parlerà di leadership

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Il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini con Stefano Parisi, nella sede del Carroccio a Milano, 18 febbraio 2016. – Credits: ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Serenus Zeitblom

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Fonti abitualmente ben informate ci dicono che Matteo Salvini nei giorni scorsi abbia provato una serie di parrucche giallo-aranciate, ma che nonostante gli sforzi dei suoi addetti all’immagine il risultato non sia stato molto migliore, rispetto ai diversi fotomontaggi che circolano sui social media in questi giorni.
Il problema è che a Matteo Salvini per fare il Trump italiano non manca solo la capigliatura, autentica o trapiantata che sia, gli manca quel famoso quid che pare sia la maledizione di tutti gli aspiranti leader del centro-destra.

Gli manca per esempio la credibilità nello scagliarsi contro l’establishment dei politici di professione, non avendo alcuna esperienza passata in vita sua. Gli manca la capacità di coniugare agli slogan efficaci e fantasiosi proposte altrettanto efficaci e fantasiose.

Rispetto al miliardario neo-presidente USA, d’altronde, il secondo Matteo d’Italia (il primo siede a Palazzo Chigi) ha anche una visione diversa della funzione delle ruspe: Trump le ha usate per costruire le fondamenta di alcuni dei più prestigiosi edifici di New York, Salvini si accontenta più modestamente di usarle per spazzare via qualche campo nomadi. Cosa che potrebbe anche essere giusta, ma che probabilmente non risolve i problemi del nostro Paese.

Salvini: professionista della politica
In realtà Salvini non è ingenuo, anzi è un professionista della politica molto lucido. Sa bene che non potrà mai ambire ad essere per l’Italia quello che Trump è stato e sarà  - nel bene o nel male – per gli Stati Uniti. Ma sa anche che fare finta di esserlo entusiasma quella parte non piccola degli elettori che ne apprezzano il linguaggio e i modi ruspanti ma efficaci.

Per questo ha voluto a tutti i costi una photo-opportunity con Trump in campagna elettorale, e ne è molto fiero, per quanto Trump non si sia accorto di lui e si sia limitato a stringergli la mano come a milioni di fans prima e dopo i comizi. Al contrario, il miliardario ha dichiarato più volte di essersi ispirato all’avventura politica di Berlusconi.

Matteo Salvini incontra Donald Trump

L'incontro tra Matteo Salvini e Donald Trump sull'account twitter di Salvini – Credits: Twitter


Berlusconi: incuriosito, concavo e convesso
Da parte sua Berlusconi è lusingato ma anche lievemente imbarazzato da queste manifestazioni di attenzione del neo-Presidente (espresse nei mesi scorsi ma tornate d’attualità sui giornali dopo l’elezione).
Non si è espresso in campagna elettorale, fedele al principio che non si interferisce nelle vicende politiche di un amico e alleato importante come gli USA, se si governa o si aspira a governare l’Italia.  
Alcuni dei suoi storici amici americani, come George W. Bush, sono notoriamente ostili a Trump.

Berlusconi non è ostile, è incuriosito dalla novità, colpito dal rovesciamento delle previsioni, convinto che alla prova dei fatti il nuovo presidente si dimostrerà molto più realista e concreto che in campagna elettorale, soddisfatto per la ripresa dei rapporti con l’amico Putin, invidioso del taglio delle tasse, preoccupato per la tentazione isolazionistica che potrebbe affermarsi negli Stati Uniti.

Certo, tutto ciò ha mosso le acque, già non tranquillissime, del centrodestra italiano alla vigilia di un referendum per tanti aspetti decisivo.

E ancora una volta Berlusconi ha dovuto farsi “concavo e convesso”, come lui ama dire, per evitare che i rissosi amici e alleati facessero il gioco, dividendosi, di Matteo Renzi che al referendum si gioca la partita della vita. In realtà Berlusconi non è entusiasta né dei toni di Salvini, e di qualcuno fra i forzisti che sembra ansioso di accodarsi, né di chi dentro e fuori dal suo partito reagisce a quei toni con un’accelerazione polemica della quale ad Arcore non si sente davvero il bisogno.

Parisi: nè scomunicato nè licenziato
Da qui quella che è stata definita la “scomunica” o il “licenziamento” di Stefano Parisi, frettolosamente dipinto nei mesi scorsi come il novo “delfino” di cui ora Berlusconi si sarebbe stancato. Ovviamente la cosa è molto diversa. Parisi non è mai stato il “delfino” per sua stessa scelta.

È un manager, un uomo della società civile dal curriculum brillante, un moderato (anche se l’interessato aborre questa parole) che Berlusconi ha apprezzato nella campagna elettorale per il Sindaco di Milano, e per il quale ha stima e attenzione.

Non lo ha “licenziato” perché non lo aveva mai “assunto” e non la ha “deposto” perché non lo aveva mai “incoronato”. Parisi ha deciso di creare un suo soggetto politico-culturale nell’ambito del centro-destra, con una caratterizzazione liberale e popolare, rivolto soprattutto a chi si è allontanato dalla partecipazione politica, fino a non andare più a votare. Questo non può che piacere a Berlusconi, che si augura il successo dell’impresa.

Meno gli piace che l’ex a.d. di Fastweb sia piuttosto incline a farsi nemici, non soltanto nella Lega, ma anche in Forza Italia, usando un linguaggio spigoloso fino alla provocazione nei confronti di molti esponenti del centro-destra.

La guerra di successione che lacera
Parisi è un signore molto educato, colto, garbato, simpatico, convincente nei modi. Il contrario di Salvini, all’apparenza. Ma nella sostanza non è più conciliante del leader della Lega. Sono entrambi convinti di rappresentare l’unica strada per il centro-destra. Con la differenza, si osserva ad Arcore, che Salvini i suoi voti ha dimostrato di averli, e non sono pochi, Parisi deve ancora raccoglierli, e quella in cui si è imbarcato non è certo un’impresa facile.

Soprattutto, c’è una cosa che a Berlusconi dà un fastidio tremendo: la sensazione che ci si accapigli per la sua successione. Non per scaramanzia o per volontà di potere, anzi sarebbe ben lieto di affidare ad altri un compito di cui sente tutto il peso, ma perché sa benissimo che da questa “guerra di successione” il centro-destra uscirebbe lacerato e probabilmente distrutto.

Un obiettivo: il referendum
Oggi quindi si limita a due considerazioni, che è difficile contestare: nessuno può aspirare a fare il leader, se non ha il consenso degli altri, e comunque non è il momento di discutere di questo. È il momento di vincere il referendum. Se prevalesse il Sì, il sistema di potere renziano sarebbe probabilmente destinato a sopravvivere per diversi anni ancora. Se vincesse il No, di fronte alle crescenti debolezze dei grillini, per il centrodestra si riapriranno vaste praterie. Allora, solo allora, quando verrà il momento di percorrerle, si potrà discutere su chi guida la carovana.
Sempre che la corte di Strasburgo non risolva tutti i dilemmi nel frattempo.

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