Referendum per l'autonomia: il vero vincitore è Zaia (e Berlusconi)

I risultati nel Veneto mostrano come sia la Lega "padana" ad avere forza al nord. Meno quella salviniana. Un messaggio chiaro anche per le prossime elezioni

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Luca Zaia, governatore del Veneto – Credits: Silvia Morara

Chi ha vinto davvero il referendum sull’autonomia regionale? Il voto dei cittadini Lombardi e Veneti era scontato: chi non condivideva, o semplicemente non voleva dare una soddisfazione a Zaia e a Maroni, è rimasto a casa. Non così scontata era la partecipazione, molto alta in Veneto, meno in Lombardia.  

Dunque queste elezioni hanno avuto un vincitore certo: Luca Zaia, popolarissimo governatore del Veneto, ha confermato di essere in sintonia con gli umori della sua gente. Roberto Maroni, in una regione molto diversa, porta a casa un buon risultato ma non un plebiscito. A questo va aggiunto, almeno sul piano dell’immagine, il sostanziale fallimento del sistema di voto elettronico da lui tenacemente voluto, che voleva essere simbolo dell’efficienza lombarda contro lo stato centrale borbonico che ancora usa schede di carta e matite copiative. In effetti il sistema di voto proposto ai lombardi era semplice e accattivante. Peccato che lo scrutinio di quei voti elettronici si sia rivelato molto più problematico delle buone vecchie schede elettorali.

La Lega che ha vinto non è salviniana

E Salvini? Il giovane leader della Lega ha affrontato questi referendum con sentimenti altalenanti. Da un lato, a pochi mesi dalle elezioni, una proposta nata dalla Lega ha ottenuto un plebiscito in Veneto e un mezzo plebiscito in Lombardia. Dall’altro, ha rafforzato proprio quell’immagine “padana” della Lega che Umberto Bossi aveva creato e che lui ha fatto di tutto per cancellare. Alberto da Giussano, l’ampolla del Dio Po, i riti celtici, nella Lega di Salvini sono ciarpame da mandare in soffitta per sostituirlo con un più tradizionale “legge ed ordine” e una spruzzata di “Dio, Patria e Famiglia”, nella quale per la verità Dio non ha troppo spazio, e ancor meno ne ha il suo Vicario in terra, oggetto di frequenti e tutt’altro che sommesse polemiche.

In effetti il leader leghista si è speso per il Sì, e ha festeggiato la vittoria, ma non ha mai dato l’impressione che si trattasse per lui della battaglia della vita. Si è congratulato soprattutto con Zaia, e anche questo è significativo: Maroni a torto o a ragione è visto come un possibile antagonista interno al Carroccio, Zaia – che nonostante lontane origini socialiste è in realtà la versione leghista di un democristiano veneto, una sorta di Mariano Rumor con la cravatta verde – ha fatto in modo di non urtare nessuno, ha ribadito in ogni modo di non volersi muovere da dov’è, e così si è conquistato la benevolenza del capo.

C’è un problema, però. I Veneti, che pure hanno fama di gente tranquilla, da tempo sono sul piede di guerra davvero contro lo stato centrale. Esiste in Veneto, a differenza della Lombardia, persino una piccola, iper-minoritaria, ma non proprio inconsistente componente indipendentista. A qualche veneto le notizie della Catalogna hanno fatto fare cattivi pensieri. In ogni caso, qui la spinta identitaria è molto forte, molto più che in Lombardia.  In Veneto – per esempio – è normale sentirsi rivolgere la parola in dialetto (loro direbbero “lingua”), cosa che in Lombardia non accade quasi mai.  In questo clima, persino il mite Zaia si è subito spinto a chiedere per il Veneto lo “statuto speciale”, sul modello dell’Alto Adige, proposta subito definita “secessionista” dal governo. E questo non è nelle strategie di Salvini.

C’è un altro problema. Alle elezioni mancano alcuni mesi, durante i quali non succederà nulla di quello che hanno promesso i promotori del referendum. Non ci sono i tempi tecnici, al di là della volontà politica. Per quanto Maroni e Zaia possano fare, e per quanto il Governo si mostri disponibile, perché prima delle elezioni né Gentiloni né Renzi possono mostrare la faccia arcigna, i Lombardi e i Veneti continueranno per un bel pezzo a pagare le stesse tasse e ad avere gli stessi servizi di prima. E il giorno del voto qualcuno potrebbe sentirsi deluso.

Insomma, un bel rebus, per i vincitori.

E gli altri?

Fratelli d’Italia, convinti o rassegnati al fatto di prendere voti solo da Roma in giù, si sono schierati esplicitamente contro il referendum. Giorgia Meloni, romana fino al midollo, ha deciso di puntare tutto sul sentimento patriottico, rinunciando a svolgere qualsiasi ruolo a nord della linea Gotica, mettendo così ancora più in ombra il suo luogotenente a Milano, il sicilianissimo Ignazio La Russa, che guarda caso è l’unica figura nel suo partito teoricamente in grado fare ombra alla leader.

Il PD? Come sempre diviso: da un lato alcuni kamikaze, come la ex-sfidante di Zaia alle regionali, quella Alessandra Moretti che ha portato la sinistra veneta ad uno dei peggiori risultati della sua storia, e che ha pensato bene di accrescere ancora la sua impopolarità schierandosi apertamente contro i referendum, dall’altra parte alcuni furbacchioni come Giorgio Gori, sindaco di Bergamo molto rampante e glamour, ex manager Fininvest e prossimo sfidante di Maroni alle regionali, pronto ad accodarsi per dividere con il rivale i benefici del successo.

I vertici del partito sostanzialmente sono rimasti a guardare, in questo caso combattuti fra la tentazione di mettere le vele al vento che spira nel nord e il timore di perdere consenso in altre aree del paese.

I Cinque Stelle, questa volta, non pervenuti: l’idea che un’iniziativa “movimentista” non sia nata negli uffici della Casaleggio e Associati li ha lasciati letteralmente senza parole.  
Però a ben vedere un vincitore c’è. Uno che ha sostenuto questi referendum senza descriverli come una svolta epocale, e senza drammatizzarli come se Treviso fosse Barcellona. Uno che oggi può festeggiare, capitalizzare il risultato, sorridere benevolmente dell’imbarazzo degli alleati, ma soprattutto promettere che sarà il futuro governo, ovviamente di centro-destra, a risolvere i problemi dei poteri delle regioni, non sono per la Lombardia e per il Veneto, ma per l’intero paese. Lui dice il “nostro governo”, ma nessuno dubita che intenda il suo governo. Quest’uomo, non occorre neppure precisarlo, si chiama Silvio Berlusconi.

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