L'Italicum passa al Senato tra i dissidenti Pd e Fi

Le minoranze in disaccordo parlano di attacco alla democrazia. Volevano tornare alle preferenze. Un sistema che nessuna democrazia occidentale utilizza

Senato

L'aula del Senato – Credits: ANSA / MAURIZIO BRAMBATTI

Serenus Zeitblom

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Il Senato ha approvato – con il consenso determinante di Forza Italia - la nuova legge elettorale proposta da Renzi, il cosiddetto Italicum. Per una volta, è stato un esercizio interessante ascoltare le dichiarazioni di voto, non tanto quelle dei capigruppo dei vari partiti, sostanzialmente prevedibili, quanto quelle delle due pattuglie di dissidenti, quella piccola di Forza Italia e quella più nutrita del PD, che hanno fatto a gara nel dire e fare cose curiose.

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La prima è la più ovvia: che fa, nel mondo normale, un parlamentare che vuole opporsi a una legge? Semplice, preme il tasto rosso e vota contro. I nostri eroi, invece, per qualche ragione che non dev’essere troppo chiara neppure a loro, hanno deciso di lasciare l’aula. Qualcuno ha spiegato (interpretando fantasiosamente il regolamento) che uscire dall’Aula al Senato è come votare contro, altri hanno detto che è “molto più” che votare contro (siamo all’Aventino?), altri ancora non hanno detto nulla, il che fa pensare che per loro sia “un po’ meno” che votare contro. Non sarà una furbizia per rendere i conti più difficili e magari provare a lucrare su qualche assenza occasionale? A sentire loro non di certo...

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Naturalmente le motivazioni dei dissidenti sono opposte: se per la sparuta ma rumorosa pattuglia “azzurra” questa legge consegna per sempre il centro-destra a un destino di sconfitte, per i dissidenti “rossi” essa invece è frutto di un accordo ignobile che garantisce gli interessi di Berlusconi. Il bello è che entrambi portato a sostegno delle loro tesi più o meno gli stessi elementi. Un filosofo ne trarrebbe interessanti conclusioni sull’opinabilità delle cose umane.

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Oltre a questo aspetto, d’altronde, che distingue i due dissensi è poco altro: da sinistra, ci sentiamo dire che a loro sarebbero piaciuti i collegi uninominali, ma in mancanza di questo, avrebbero voluto (con un singolare cortocircuito logico) che tutti i deputati fossero eletti con le preferenze, da destra si risponde che le preferenze tout-court sarebbero state l’obbiettivo ideale.

Su questo tema, molti senatori dissidenti profetizzano con aria grave un pericolo per la democrazia: i futuri deputati, eletti con le liste semibloccate, saranno dei nominati, e quindi non saranno liberi, dovranno dipendere in tutto dalle segreterie di partito, cosicchè la funzione stessa del Parlamento verrà svuotata. Un monito curioso, se espresso da senatori che sono stati eletti in liste bloccate, e quindi loro stessi “nominati”, secondo il loro linguaggio. Eppure parlano e votano in dissenso con le indicazioni di chi li ha “nominati”: quindi o sono tutti degli aspiranti suicidi, o nel loro ragionamento c’è qualcosa che ci sfugge.

Di sicuro c’è invece che questi senatori sono smemorati: essendo l’età minima per indossare il laticlavio 40 anni, tutti loro erano almeno giovani adulti quando le preferenze, vent’anni fa, furono abolite a furor di popolo, come simbolo e al tempo stesso causa del degrado e della corruzione che travolse la prima repubblica.

Le preferenze, che nessuna grande democrazia occidentale utilizza, che nelle regioni hanno prodotto una classe politica pessima, che moltiplicano a dismisura i costi della politica, che rendono possibili le infiltrazioni e i condizionamenti della malavita, secondo qualcuno sarebbero la salvezza della democrazia.  
Chi l’avrebbe mai detto? “Batman” Fiorito campione della libertà e della partecipazione democratica?

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