Serenus Zeitblom

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Il giovane e rampante segretario della Lega Nord per qualche tempo è sembrato uno dei leader politici italiani in ascesa. Raccolse la Lega in una condizione difficile, minata da scandali che avevano colpito il vecchio gruppo dirigente, e le ha ridato un ruolo, pur pagandolo a caro prezzo.

Il prezzo fu la rinuncia all’identità federalista-liberista della Lega di Bossi, per diventare il suo esatto contrario; un partito statalista e nazionalista, una sorta di lepenismo in salsa padana, sognando di intercettare la spinta anti-sistema che soffia forte in tutt’Europa. Così facendo ha recuperato un po’ di voti, nessuno può negarlo, ma ha condotto la Lega in un vicolo cieco.

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Il fatto è che la Lega, da quando alla canottiera sudata di Bossi si è sostituita la felpa di Salvini, ha guadagnato voti ma ha perso un ruolo politico. Qualche commentatore particolarmente immaginifico si era spinto ad immaginare che la sfida politica del futuro sarebbe stata fra i “due Mattei”, il giovane (ex) premier e il rampante e ruspante leader leghista. Entrambi, solo un anno fa, sembravano vincenti. Renzi attendeva soltanto che un referendum popolare ne consacrasse definitivamente la leadership sulla sinistra e sul paese. Insomma, il metodo di De Gaulle, pur non avendo del Generale né la statura fisica né tantomeno quella politica.

Salvini sperava che lo stesso referendum, pur uscendone sconfitto, lo consacrasse come leader dell’opposizione, o almeno dell’opposizione di destra (visto che il populismo più “movimentista” per ora è nelle accoglienti mani di Beppe Grillo).

Entrambi avevano perso di vista il “convitato di pietra” della politica italiana, quel Silvio Berlusconi che si erano illusi fosse stato messo finalmente fuori gioco. Dal 2013, in poco più di due anni, sull’ex Presidente del Consiglio si erano accumulate tutte le sventure possibili, la “tempesta perfetta” che gli antiberlusconiani più accaniti sognavano da sempre: dalla condanna giudiziaria alla malattia alle scissioni di Forza Italia.

Era l’inizio dell’estate. Tutti i commentatori politici parlavano di Berlusconi ormai da tempo con i verbi al passato. Sono passati solo sei mesi, e all’inizio dell’inverno Berlusconi ha vinto il referendum, battendo Renzi, costretto alle dimissioni da Palazzo Chigi e tramortito dalla sconfitta nella battaglia della vita, ha ridimensionato Salvini, è tornato ad essere il perno di qualunque possibile evoluzione dello scenario politico dei prossimi mesi.

Certo, Berlusconi non ha vinto il referendum da solo, anzi gran parte dei No alla riforma sono venuti da elettori Leghisti o Grillini, ma è indubbio che il suo impegno per il No (del quale i soliti ben informati dubitarono fino all’ultimo) ha spostato la quota decisiva per vincere, o almeno per trasformare una vittoria risicata, sul filo di lana, in un trionfo del No e in una debacle per Renzi e i suoi alleati.
I quali oggi, per paradosso, sono costretti a guardare proprio a Berlusconi come all’unico interlocutore possibile, se non altro per arrivare ad una legge elettorale decente.

E in tutto questo, Salvini? Rimasto inchiodato ai suo consenso, che i sondaggi danno fermo ad un rispettabile ma inutile 12/13%, ha cercato disperatamente di ritagliarsi un ruolo, offrendo una sponda al PD per approvare una legge elettorale, il ritorno a Mattarellum, che rimetterebbe in gioco la Lega, ma che lo stesso PD fa soltanto finta di volere. E infatti l’offerta di Salvini “approviamo subito insieme il Mattarellum e andiamo al voto”, è caduta nel nulla.

Nel frattempo Berlusconi ha portato a casa un altro traguardo importante: un suo uomo, Antonio Tajani, è stato eletto alla carica di Presidente del Parlamento Europeo, sostenuto da un’alleanza fra Popolari e Liberali. Non un risultato da poco, dopo anni di campagna ei stampa sul presunto discredito internazionale di Berlusconi.

Anche su questo bisogna essere onesti: l’elezione di Tajani è frutto di molte ragioni, di scenario internazionale, non dipende se non in parte dalla politica italiana. Ma dimostra una cosa inequivocabile, che Berlusconi ha ben chiara, e che non perde occasione di ribadire: se in Europa e in Italia si vuole avere un ruolo, se si vuole vincere o comunque essere della partita, lo si può fare soltanto con contenuti, idee, programmi liberali, riformatori, riunendo cristiani e laici su un progetto alternativo alla sinistra. Non per caso, dal 1997 Forza Italia fa parte del PPE.

Salvini ovviamente non ha gradito affatto. Messo nell’angolo, ha reagito con stizza, ha ordinato ai suoi di non votare Tajani, proclamando a gran voce che il candidato azzurro e il suo avversario proposto dalla sinistra, l’altro italiano Pittella (PD), per lui erano equivalenti. Poi ha alzato il tiro sparando a palle incatenate: “il centrodestra non esiste”, “con Berlusconi di oggi nessuna alleanza”, fino a sostenere, con evidente sprezzo del ridicolo, che Berlusconi – sotto sotto – fosse un estimatore se non un sostenitore di Prodi.

Il leader azzurro, memore della vecchia regola di farsi concavo e convesso, secondo i momenti e le opportunità, non soltanto non ha mai risposto a queste “punture di spillo”, ma ha continuato a proclamare l’importanza di un centro-destra unito e vincente, spiegando però che – proprio per essere vincenti - le ruspe fisiche e verbali di Salvini non bastano. Ma questa volta forse si è davvero stancato.

Ha evitato di rispondere personalmente, ma ha autorizzato una nota di Forza Italia piuttosto dura e al tempo stesso sarcastica, nella quale si ironizza sul fatto che Salvini “forse a causa della giovane età” non sappia quale fu l’opposizione di Berlusconi ai governi di Prodi, ma soprattutto si “rivolge un cordiale ma serio invito ai nostri alleati a riflettere sul clima politico che certi toni e un certo linguaggio possono determinare”. Insomma, il senso è chiarissimo: a furia di tirare a corda, si può spezzare. E dove va la Lega da sola, con il suo 12%, sempre che lo conservi? E adesso, povero Matteo?

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