Serenus Zeitblom

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Dov’è la notizia? Era la domanda brutale che i vecchi e burberi caporedattori rivolgevano con tono brusco ai giovani cronisti quando consegnavano un “pezzo” che si perdeva in abbellimenti letterari e voli di fantasia.
Un caso di scuola: Berlusconi rispondendo a una domanda di una televisione locale veneta esprime apprezzamento per Luca Zaia, governatore leghista del Veneto, e dice che un profilo come il suo sarebbe ottimo come candidato premier, nel caso lo stesso Berlusconi non venisse riabilitato dalla corte di Strasburgo in tempo utile per candidarsi alle prossime elezioni politiche.

Qual è la notizia? Che Berlusconi intende candidarsi? Non ne ha mai fatto mistero, se ne avrà giuridicamente la possibilità. Che Zaia sia un buon governatore, stimato da molti, Berlusconi compreso? Lo dicono tutti i sondaggi e le classifiche, che ne fanno il Presidente di regione più apprezzato d’Italia. Che il modello veneto (e lombardo e ligure) sia un buon esempio di un centro-destra che funziona, che rivolve problemi, che realizza obbiettivi? Nessuno lo hai mai messo in discussione. Che in candidato premier – se vi sarà (dipende dalla legge elettorale)  - debba avere come caratteristiche quelle di unire, di permettere a tutta  la coalizione di riconoscervisi, di rassicurare gli elettori incerti, di convincere con la concretezza quelli che non andrebbero a votare, tutte queste sono addirittura ovvietà.

E allora dov’è la notizia? Eppure le agenzie di stampa, i notiziari televisivi, i giornali, ne sono pieni. Si racconta cos’ha detto esattamente Berlusconi (le versioni divergono, pur essendo una trasmissione registrata), si commentano le sue affermazioni, si indaga su cosa avrà voluto veramente dire, si rilasciando dichiarazioni sulle dichiarazioni di Berlusconi, si costruiscono retroscena per spiegare le complesse strategie che hanno ispirato il leader di Forza Italia.

In sintesi: Berlusconi avrebbe voluto lanciare un “segnale” per far capire a Salvini che esistono altri leader nella Lega oltre a lui, e ammonirlo a non tirare troppo la corda nei rapporti con Forza Italia, altrimenti potrebbe favorire divisioni all’interno del movimento padano (si sa, che lombardi e veneti nella Lega non si sono mai amati alla follia, e che i leghisti veneti hanno sempre mal sopportato la guida lombarda del partito, pur ottenendo nella loro regione risultati molto migliori della Lombardia. Solo il carisma di Bossi riusciva a tacitare questi malumori). Addirittura, avrebbe voluto “ricambiare la cortesia” vista l’ostentata vicinanza di Salvini al governatore azzurro della Liguria, Giovanni Toti.

Una lettura suggestiva, perfetta per gli amanti delle dietrologie, per le poche decine di appassionati a quello che Berlusconi una volta chiamava “teatrino della politica”. Ha solo il difetto di non essere vera. E questo ai vecchi capo-redattori, burberi ma professionali, non sarebbe piaciuto.

La questione a ben vedere è molto più semplice di come si immagina. La crisi del PD e i limiti strutturali dei 5 stelle offrono al centro-destra un’opportunità straordinaria, del tutto imprevedibile fino a qualche tempo fa, di tornare alla guida del paese.

Ovviamente è un’opportunità che Berlusconi non vuole perdere. Sa benissimo, come tutte le persone di buon senso, che per poter giocare questa partita, occorrono due condizioni, che il centro-destra sia unito (per questo sopporta stoicamente le bizze, i capricci e persino le villanie degli alleati e di qualche esponente del suo stesso partito) e che esprima una leadership credibile, che unisca, che sia accettabile non soltanto per i tifosi più esagitati, ma per la maggioranza responsabile degli italiani, compresi i tanti che si sono allontanati dalla politica e dal voto. Quei voti non si conquistano urlando, né lanciando slogan (le urla non vengono ascoltate, gli slogan non vengono letti), ma soltanto dimostrando di essere credibili, nei volti e nei progetti. O meglio, poiché i progetti camminano sulle gambe degli uomini, offrendo uomini (e donne, ovviamente) capaci di incarnare in modo serio e attendibile quei progetti. Che questo possano farlo politici puri è più che lecito dubitarlo, e Berlusconi, in effetti, ha molti dubbi.

Dunque tutto il Leader azzurro ha voglia di fare meno che far nascere risse fra alleati, tutto gli interessa meno fornire alibi a chi avesse la tentazione di dire, come Giulio Cesare, malo hic esse primus quam Romae secundus, "preferisco essere il primo qui nel mio villaggio che il secondo a Roma". C’è chi sospetta che Salvini, pur non essendo esattamente Giulio Cesare, sia abbastanza ludico da capire di non avere prospettive di guidare un governo in prima persona, e preferisca una sicura leadership di un’opposizione identitaria e sovranista piuttosto che essere partner di un centro-destra vincente, nel quale il suo ruolo e quello della Lega sarebbero importanti ma – lui teme – non trainanti.

Berlusconi vuole evitare questo pericolo, e per farlo si sottopone ad uno dei suoi esercizi preferiti: farsi “concavo e convesso” secondo gli interlocutori, per unire e per costruire. Da escludere dunque che lanci provocazioni fine a se stesse. Questo i vecchi artigiani del giornalismo lo avrebbero capito subito.

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