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Di Maio vola in Libia e si impegna a diventare amico di Erdogan

Il viaggio a Tripoli avvicina l'Italia alla Libia e, di conseguenza, alla Turchia. I contenuti della visita del numero uno della Fernesina e le ripercussioni sulla nostra politica

L'Italia si avvicina a Tripoli. E quindi alla Turchia. Il viaggio odierno che il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha condotto in Libia mostra come Roma – dopo un periodo di incomprensioni – sembri aver ritrovato un'intesa con il governo del premier Fayez al-Serraj: un'intesa che tuttavia, differentemente dal passato, si colloca oggi sotto la pesante egida di Ankara. Non dimentichiamo infatti che, negli ultimi mesi, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, abbia consolidato la propria influenza sul governo di Tripoli, aiutandolo militarmente a respingere l'offensiva del generale Khalifa Haftar. La parte occidentale della Libia si sta quindi sempre più trasformando in una sorta di feudo turco. E i rischi per l'Italia non sono affatto pochi.

Sono state numerose le questioni affrontate nel colloquio tra Di Maio e Serraj: dal petrolio al coronavirus, passando per la missione Irini. Tuttavia, sembra che il tema centrale dell'incontro abbia riguardato la cooperazione in materia di politica migratoria. L'esecutivo di Serraj ha infatti presentato al capo della Farnesina una bozza di proposte, volta a modificare il memorandum siglato dal governo italiano con Tripoli nel 2017: una bozza che, secondo vari organi di stampa, risulterebbe in linea con le richieste di revisione, auspicate da Roma. In particolare, "la Libia si impegna nell'assistere i migranti salvati nelle loro acque, a vigilare sul pieno rispetto delle convenzioni internazionali attribuendo loro protezione internazionale così come stabilito dalle Nazioni Unite". Lo stesso Di Maio, parlando a Ciampino di ritorno dal viaggio, ha espresso soddisfazione per la proposta di Tripoli, specificando: "Il 2 luglio sarà la data per l'avvio dei negoziati sulla modifica del memorandum". Questa revisione ha del resto sempre rappresentato un dossier spinoso per la maggioranza giallorossa: un dossier foriero di attriti e fibrillazioni intestine. Fibrillazioni che, adesso, la Farnesina sta evidentemente cercando di disinnescare. Infine, Di Maio e Serraj hanno ribadito l'importanza di un ritorno al processo politico, rifiutando non meglio precisate "interferenze esterne negative". Circospetta l'opposizione, con il vicepresidente della Commissione Esteri alla Camera, il leghista Paolo Formentini, che a Panorama ha dichiarato: "E' senz'altro doveroso occuparsi di immigrazione. Ma bisogna comunque tenere presente la complessità dello scacchiere libico, con la sua pluralità di attori locali e internazionali. E' in questo quadro che deve essere difeso a ogni costo l'interesse del nostro Paese".

Insomma, l'Italia prova a rientrare in pista a Tripoli. Ma l'ombra turca aleggia ineludibilmente su questa ritrovata intesa. E qualche rischio si intravede oggettivamente all'orizzonte. In primis, Roma si espone alle minacce di Erdogan, un leader che si è già dimostrato esperto in materia di ricatti migratori (basta pensare a quanto accaduto al confine con la Grecia). Non dimentichiamo che gli interessi (soprattutto energetici) di Italia e Turchia siano spesso in contrasto nell'area libica. E che il Sultano potrebbe ricorrere alla minaccia migratoria verso il nostro Paese in caso di necessità. Sotto questo aspetto, va infatti sottolineato che eventuali impegni presi dal governo di Tripoli non potranno non tener conto dei rapporti di forza che attualmente sono a netto vantaggio di Ankara. Tra l'altro, non va neppure dimenticato che, l'autunno scorso, Di Maio assunse una posizione particolarmente dura verso la Turchia nel pieno della crisi siriana: una circostanza che il Sultano potrebbe non aver dimenticato.

In secondo luogo, questa sterzata indirettamente filo-turca dell'Italia rischia di peggiorare ulteriormente i rapporti del nostro Paese con l'Egitto (rapporti già tesi a causa del caso Regeni). Il presidente egiziano, Al Sisi, è un acerrimo avversario di Erdogan e non vede certo di buon occhio il respingimento delle forze di Haftar ad opera dei turchi. Tanto che, appena pochi giorni fa, ha nei fatti minacciato un intervento militare in Libia, rinfocolando così le tensioni con Ankara. Del resto, tra i vari punti di attrito, compare soprattutto la storica vicinanza di Erdogan (e del governo Serraj) alla Fratellanza Musulmana: quella stessa Fratellanza che Al Sisi ha sempre avversato e che, ancora oggi, considera una potenziale minaccia alla stabilità del proprio potere in Egitto.

In terzo luogo, si scorgono anche dei paradossi per quanto riguarda le relazioni tra Roma e Parigi. Negli ultimi giorni, la tensione è salita non poco tra Francia e Turchia, con il portavoce del ministero degli Esteri turco, Hami Aksoy, che ha accusato i francesi di essere tra i principali responsabili del caos libico (soprattutto a causa della loro storica vicinanza ad Haftar). Uno scontro in piena regola, che ha evidenziato delle pesanti fratture in seno alla stessa Alleanza atlantica. La questione non è quindi di poco conto, soprattutto alla luce del fatto che – a inizio giugno – il ministero della Difesa italiano ha ribadito l'impegno del nostro Paese a fianco di Parigi nel Sahel.

C'è infine l'incognita statunitense. E' vero che il governo di Serraj è ancora formalmente riconosciuto dall'Onu e che – almeno in linea teorica – ha il sostegno degli americani. Resta tuttavia il fatto che Washington abbia ripetutamente mostrato una certa freddezza verso un proprio diretto coinvolgimento nello scacchiere libico e che alcuni dei principali avversari di Serraj – dall'Egitto all'Arabia Saudita – siano alleati di ferro dell'amministrazione Trump. Molto dipenderà quindi da come si evolveranno i rapporti (non sempre chiarissimi) tra il presidente americano ed Erdogan.

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