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Il caso Di Maio, le accuse e la difesa del vicepremier

Dalla denuncia a "Le Iene" di lavoro in nero ai presunti abusi edilizi e redditi sospetti. Verità o gogna mediatica?

Dio Maio-Luigi

Eleonora Lorusso

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Dopo la denuncia di un lavoratore al programma tv Le Iene, il vicepremier Di Maio si è difeso dalle accuse di lavoro in nero che coinvolgerebbero il padre e l’impresa di famiglia, la Ardima Srl. Ma la pubblicazione della busta paga del leader del M5S e ministro del Lavoro non chiude la vicenda, che riguarda anche alcuni fabbricati abusivi, il pagamento “in contanti” di altri dipendenti dell’azienda di costruzioni edili donata dalla madre di Di Maio a lui e alla sorella Rosalba, un presunto lavoro nero da cameriere in una pizzeria da parte dello stesso Luigi e dichiarazioni dei redditi della famiglia che risulterebbe poco compatibili con il giro d’affari della ditta.

L’ultima accusa in ordine di tempo è quella secondo cui Luigi Di Maio sarebbe stato utilizzato come prestanome dal padre, che avrebbe avuto un debito da 167mila nei confronti di Equitalia. Proprio il padre è intervenuto con un video su Facebook, per chiedere scusa. Ecco cosa ha detto le tappe della vicenda.

Le scuse di Di Maio padre

"Chiedo scusa per gli errori che ho commesso, chiedo scusa alla mia famiglia per i dispiaceri che hanno provato, e chiedo scusa anche agli operai che hanno lavorato senza contratto per la mia azienda anni fa". A pronunciare queste parole è stato oggi, 3 dicembre, Antonio Di Maio, padre del vicepremier Luigi, in un video pubblicato su Facebook, all'indomani della messa in onda di un nuova puntata del programma Le Iene, che ha gettato nuove ombre sulla gestione dell'impresa di famiglia del leader del M5S.

Di Maio senior legge una lettera, pubblicata sulla propria pagina del social, nella quale dice: "Luigi Di Maio non era a conoscenza dei lavoratori impiegati in nero nell'azienda". E ancora: "Sentivo il dovere di scrivere. Mi dispiace per mio figlio Luigi che stanno cercando di attaccare ma, come ho già detto, lui non ha la minima colpa e non era a conoscenza di nulla"

L’ultima accusa

.A scavare nel passato lavorativo e negli interessi di famiglia dei Di Maio è stato ancora una volta Filippo Roma de Le Iene che, incurante delle minacce ricevute, il 2 dicembre, manda in onda un servizio nel quale spiega dell’esistenza di una cartella esattoriale di Equitalia da 176mila euro, per un debito contratto dal padre di Di Maio, Antonio, quando ancora gestiva di fatto la Ardima Srl. Sarebbe stata sua la decisione di intestare la ditta prima alla moglie, poi ai figli Luigi e Rosalba, per evitare che l’ente di riscossione si rivalesse sui beni dell’azienda per il suo debito. Secondo Le Iene si sarebbe trattato di un escamotage, perché il padre di Maio avrebbe continuato ad amministrare l’azienda, semplicemente rendendo i figli dei prestanome.

Se l’accusa fosse fondata, si profilerebbe l’ipotesi di reato di “concorso in elusione fraudolenta”.  

I fabbricati abusivi (con piscina e patio)

Un altro capitolo della “Di Maio story” riguarda l’esistenza di fabbricati abusivi di proprietà della famiglia del leader pentastellato a Mariglianella, in provincia di Napoli.

A darne notizia il 28 novembre è Il Giornale.

Il 29 novembre la polizia municipale sequestra le aree in questione, dove sono stati anche depositati rifiuti inerti. Sono in corso gli accertamenti da parte dell'ufficio tecnico sugli immobili.

Domenica 2 dicembre Le Iene mostrano immagini in esclusiva dall’alto di terreni dei Di Maio a Mariglianella, in provincia di Napoli: quattro edifici in particolare non risulterebbero al catasto, dunque a sarebbero abusivi. Tra gli edifici ci sarebbe anche una casa con piscina e patio: il ministro del Lavoro si difende spiegando che in quel punto ci sarebbe stata una “stalla”, ma una foto del 2013 mostrerebbe lo stesso Luigi Di Maio nuotare in quella piscina.

A conferma della tesi del programma tv ci sarebbero anche foto comparse su Facebook di cene sotto un patio adiacente all’abitazione.

Ad aggravare la posizione del ministro del Lavoro ci sarebbe un’altra dichiarazione del lavoratore che ha fatto causa ai Di Maio, secondo cui lo stesso vicepremier avrebbe aperto la porta agli operai più volte, dando loro direttive sugli incarichi e dunque avendo un ruolo attivo e consapevole nel lavoro dell’impresa su quei terreni.

I lavoratori in nero

Il “caso Di Maio”, infatti, è scoppiato con un precedente servizio in onda all’interno del programma di Italia 1 il 25 novembre: un lavoratore della ditta della famiglia Di Maio, Salvatore Pizzo, ha dichiarato di essere stato pagato in nero, circa 1.100/1.200 euro, in cash. A microfono spiega di aver ricevuto il denaro dal padre di Di Maio e di aver chiesto inutilmente di essere regolarizzato.

Alla sua denuncia si sono aggiunte quelle di altri tre operai: Mimmo, che avrebbe prestato servizio per tre anni; Giovanni, per mesi e Stefano, che avrebbe persino tentato di fuggire nei campi alla vista degli ispettori del lavoro in azienda.

Dubbi sono sorti anche sulla regolarità dell’impiego dello stesso vicepremier.

La pubblicazione delle buste paga

Il 26 novembre il ministro del Lavoro compare in tv, ospite di Floris a Di Martedì, e si difende, spiegando che i fatti risalivano a quando l’impresa di famiglia era gestita dal padre, Antonio, e intestata alla madre, Paolina Esposito. Il vicepremier spiega che il padre gli ha mentito, nascondendogli le irregolarità, che però si sarebbero limitate a un solo episodio. Di Maio, inoltre, tenta anche di difendere il genitore, parlando di pagamenti in “contanti”.

Il 28 novembre pubblica sul Blog delle Stelle le proprie buste paga, per fugare dubbi sulla sua posizione lavorativa nell’azienda di famiglia: sono riferite a 5 mesi di impiego come operaio presso l’azienda intestata alla madre, come operaio. Questa mossa, però, solleva altre perplessità, che riguardano sia la madre stessa, sia un altro lavoro del vicepremier, come cameriere in una pizzeria.

Il doppio impiego della madre, la pizzerie per il figlio

Fin da subito viene notato come Giuseppina Esposito, madre di Di Maio, ma soprattutto insegnante e preside, possa essere titolare di un’impresa privata, dal momento che la legge sui dipendenti della Pubblica Amministrazione lo vieta.

All’indomani della prima puntata de Le Iene finisce sotto la lente della stampa anche un precedente impiego del vicepremier come cameriere e “tuttofare” in una pizzeria: come scrive Il Fatto Quotidiano, il titolare del locale - La Dalila di Pomigliano d’Arco - avrebbe dichiarato che “Luigi non era inquadrato. Veniva soltanto la mattina, quasi tutti i giorni: lunedì, mercoledì, giovedì e venerdì. Era un eccellente cameriere e lavava anche i bidoni della spazzatura qui fuori”.

I fatti risalirebbero al periodo tra luglio 2011, quando Luigi Di Maio aveva 25 anni; il futuro Ministro avrebbe proseguito nel suo lavoro per un anno, fino all’estate 2012, proponendosi anche come webmaster per il locale e aprendo una pagina Facebook, poi chiusa dai gestori.

Le dichiarazioni dei redditi

Un ultimo capitolo di presunte irregolarità riguarda le buste paga dei componenti della famiglia Di Maio. Secondo i dati pubblicati sul sito della presidenza del Consiglio, la madre di Di Maio, Paolina Esposito, risulta avere un reddito da 52 mila euro, mentre la sorella Rosalba si fermerebbe a 11.530 euro euro e il padre Antonio avrebbe dichiarato appena 88 euro. Si tratta di cifre poco compatibili con i proventi di un’attività che in pochi anni sarebbe passata da un capitale sociale di 20 mila euro ad uno di 100mila euro.

Secondo quanto riportato da Il Giornale, però, nel 2013 il giro d’affari dell’impresa sarebbe stato di 19.300 euro, con un utile di appena 1.591 euro e un costo di gestione dei dipendenti di 14mila euro.

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