Politica

Il destino di Matteo Salvini

Il "Capitano" è in difficoltà ma guai a confondere la causa del malcontento con l'effetto

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Maurizio Belpietro

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Che Matteo Salvini non fosse quel truce dittatore dipinto da molti valenti colleghi lo abbiamo sempre saputo, ma quello che è accaduto quest’estate lo ha dimostrato senza ombra di dubbio. Un tiranno o aspirante tale non si fa certo deporre da un complottino agostano, facendosi cogliere impreparato mentre chiede al popolo pieni poteri. A dare retta ad alcuni, il ministro dell’Interno si preparava infatti ad arrestare gli oppositori, mettendoli a tacere per avere mano libera nel Paese. E invece, a essere arrestate da una manovrina democristiana di un giglio di campo come Matteo Renzi sono state solo le ambizioni da primo ministro del capitano leghista, mentre chi lo contestava ora è più querulo di prima.

Salvini è insomma scivolato grazie a un semplice ribaltone parlamentare una di quelle giravolte a cui la nostra politica ci ha abituato. Fin qui dunque siamo nella regola, ovvero nella tradizione del trasformismo politico italiano, che porta a fare il contrario di quello che si è giurato che si farà. Nella norma rientrano anche le inchieste che all’improvviso piovono sul presunto dittatore dello Stato di banana, perché quando uno cade c’è la corsa a bastonarlo. Da leader massimo, il capo della Lega si è ritrovato nel giro di poche settimane leader minimo, con un’inchiesta per l’uso dei voli di Stato, che pur non essendo costati un euro ai contribuenti vengono ritenuti illegittimi, e un’altra per un abuso commesso dal figlio minorenne, reo di essere salito a bordo di una moto d’acqua della polizia. Salvini, da uomo forte che era, in meno di un mese si ritrova in pratica uomo debole, anzi, debolissimo, tanto che c’è già chi immagina che presto sarà scaricato pure dalla stessa Lega, cioè messo in minoranza all’interno del partito che ha fatto lievitare in cinque anni dal 4 al 34 per cento.

Francamente non sappiamo quale sarà il destino di Capitan Padania, se cioè anche il suo nome andrà ad aggiungersi alla collezione di leader che hanno ballato per una sola stagione e poi sono stati costretti a lasciare la balera nella speranza che fra un po’ tocchi loro di fare ancora qualche giro di valzer. A naso diremmo che Salvini lo rivedremo presto e, a differenza di quelli che lo danno per morto (o forse vorrebbero che fosse tale), noi pensiamo che la sua vita politica sia ancora lunga.

Tuttavia, a prescindere dai destini del capo leghista, non vorremmo che qualcuno scambiasse la sua caduta, o se preferite chiamatelo inciampo, come la fine delle esigenze che egli rappresentava. Che ci sia lui a capo della Lega oppure che domani il partito padano decida di affidarsi ad altri e magari pure di chiamarsi Pippo, le istanze che hanno gonfiato le vele di Salvini rimarranno e daranno vita a un altro fenomeno politico di uguale se non ancor più forte portata. Perché il vento del Nord (ma anche del Centro e del Sud) soffia ancora come spiega bene il collega Antonio Rossitto nel suo articolo.

Ciò che vogliamo dire è che il leader leghista non è la causa del malcontento che serpeggia nel Paese, né che - come fingono di credere molti osservatori - egli fosse il fomentatore di un risentimento che ha trovato cittadinanza in molti strati della popolazione. L’idea che ci fosse un seminatore d’odio, un tizio che andava in giro ad attizzare gli animi, surriscaldando il clima, è una scemenza che solo alcuni poco informati e molto ideologizzati possono credere. La rabbia dei ceti medi e anche quella delle classi popolari è indipendente da Salvini. Al leader leghista si può riconoscere di aver saputo intercettare il sentimento degli elettori, ma nulla di più. Perché se gli italiani protestano e si lamentano per l’immigrazione, per l’inefficienza dello Stato, per la tassazione da record o per la mancata sicurezza in casa propria, non è perché glielo ha detto Salvini. Protestano e si lamentano perché misurano il disagio sulla propria pelle. Non si può parlare di odio, perché non c’è. E non si può parlare di razzisti, perché gli italiani non lo sono. Né ci si può attaccare al fascismo, perché quando i fascisti si sono presentati alle elezioni hanno preso lo zero virgola.

No davvero: confondere la causa, cioè il disagio, con l’effetto, cioè Salvini, significa non avere capito nulla. O meglio: vuol dire non volere affrontare i problemi, ma avere intenzioni di aggravarli. Se, dopo mesi di polemiche e anche di rivolgimenti elettorali, la sinistra e il suo governo fanno una legge sui migranti che contraddice la precedente e correggono le misure che aiutano gli italiani, favorendo gli extracomunitari, non resuscitano Salvini - il cui destino non sappiamo quale sarà e in fondo, in questo momento, potrebbe anche non riguardarci - semmai seppelliscono sé stessi. Pensare infatti che aver abbattuto il capo leghista, sia sufficiente per far piegare il capo agli italiani equivale a condannarsi per sempre. Tre anni di politiche del genere bastano per dilapidare qualsiasi patrimonio elettorale. Figurarsi quello di un Conte riciclato.
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