(Ansa)
Politica

Decreto Rilancio, una manovra vittima della burocrazia

Troppe norme, troppi articoli, troppe difficoltà dentro la maggioranza. E, al momento, sono ancora e solo parole - il Decreto Rilancio

Più che Decreto Rilancio (leggi il testo ed i punti principali) dovremmo chiamarlo Decreto Ritardo, come suggerisce Francesco Napoli, vicepresidente della Confapi. O, per portarsi avanti, Decreto Giugno, ironizza l'economista Fedele De Novellis di Ref Ricerche. Ma a parte le battute - che comunque colgono nel segno il problema della scarsa rapidità con cui il governo ha messo a punto le misure per aiutare imprese, famiglie e sistema sanitario – il decreto da 55 miliardi di euro sarà un bazooka sufficiente per sostenere l'economia italiana? La cifra è sicuramente sostanziosa: si tratta della manovra più grande varata in trent'anni da un governo italiano. Con una potenza di fuoco, considerati i prestiti delle banche garantiti dallo Stato, di 130 miliardi.

Ma a differenza che in passato, come ricorda De Novellis, qui non ci troviamo in una recessione "normale": questa è provocata da una pandemia. E quindi i 55 miliardi possono essere abbastanza o addirittura fin troppi se il coronavirus viene sconfitto nel giro di poche settimane. Mentre possono essere insufficienti se il virus continua a bloccare le persone e frenare i consumi per tanti mesi o anni. In altre parole, questa volta la politica fiscale e monetaria si intrecciano con un terzo elemento, la sanità. Sulla quale occorre investire per cercare di raffreddare il contagio. Ma il cui decorso è ancora ignoto.

Fatta questa premessa, ci sono alcuni aspetti della manovra che non convincono. Per quanto riguarda per esempio i debiti della Pubblica amministrazione verso le imprese, che ammontano a 31 miliardi, lo Stato ora ne mette solo una dozzina: ne mancano ancora 20 ed è assurdo che in una situazione di crisi così grave per le imprese lo Stato non riesca a rispettare i tempi di pagamento.

Così come il tentativo di semplificare le procedure per pagare le cassa integrazione in deroga sembra il tentativo di mettere una pezza ad un problema di inefficienza: ad oggi è stata versata solo a un lavoratore su 5, dice il vicepresidente di Confapi. Anche il superbonus edilizio, un'ottima idea per rilanciare il settore, rischia di rappresentare una delusione dopo i correttivi che lo tendono più difficile da ottenere. Mancano poi nella manovra degli incentivi per la rottamazione delle auto. C'è sì l'ecobonus, potenziato con 100 milioni di euro ai 70 già previsti per quest'anno dalla legge di bilancio, ma è riservato solo alle auto elettriche o ibride: si perde così l'occasione di dare una rinfrescata al nostro parco vetture.

Sicuramente la sospensione per un mese dell'Irap è una boccata d'ossigeno per le aziende, le quali però ne chiedono da tempo l'abolizione e non saranno soddisfatte.

Più in generale in questa manovra non convince la complessità: troppi articoli, troppe norme che devono essere digerite da un Paese già investito da un fiume di centinaia di atti e circolari emessi durante la crisi del coronavirus. Una burocrazia infinita che rallenta tutto, mentre i Svizzera o in Germania i soldi sono arrivati rapidamente nelle tasche degli imprenditori.

E per ora la vera vincitrice è ancora lei, la burocrazia.

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