Politica

De Girolamo-Carfagna, guerra fra le amazzoni di Berlusconi

Erano buone compagne di partito, si ritroveranno in Tribunale per una vecchia vicenda di liste elettorali. Tra i testimoni un Berlusconi irritato

Nunzia De Girolamo Barbara Carfagna

Eva contro Eva. Mara Carfagna contro Nunzia De Girolamo. Chi dice donna dice danno. Questo è il rovello di Silvio Berlusconi. A distanza di un anno Carfagna chiama in tribunale De Girolamo con tanto di risarcimento danni di oltre 100 mila euro per «asserita diffamazione». L’oggetto del contendere è un’intervista della beneventana a Myrta Merlino su La7. La prima, Mara, si schiera con Luigi Cesaro detto ’a Purpetta, il ras delle preferenze in Campania; la seconda, Nunzia, non dimentica lo sgarro di avere visto saltare, a suo tempo, la candidatura come capolista nella sua Benevento. I coltelli non hanno smesso di essere affilati e così le due paladine del Cavaliere, un tempo sincere amiche, sono diventate fierissime nemiche.

A nulla vale l’elisir d’amore sparso dall’inquilino di Villa San Martino - il primo politico ad avere incoraggiato l’impegno politico delle donne- nei suoi 25 anni dalla discesa in campo. L’inimicizia separa le due ragazze della Campania e le carte bollate macchiano definitivamente quella che fu l’avanguardia azzurra delle amazzoni. La vicenda si consuma nei giorni della chiusura delle liste per il turno delle politiche del 4 marzo scorso e culmina, come anticipato sopra, con un atto di citazione. Per comprenderne il contenuto occorre riavvolgere il nastro.

Ad Arcore, intorno al 25 gennaio 2018, è tutto un via vai di luogotenenti di Forza Italia. Sono ore concitate perché si limano le liste. C’è chi entra e c’è chi esce. Alla luce dei sondaggi che girano in quei giorni, non favorevoli, è assai preferibile essere in testa ai listini bloccati. Altrimenti si rischia di restare fuori dal Palazzo. De Girolamo appare sicura di sé e in diretta telefonica con il responsabile dell’organizzazione Gregorio Fontana riceve le rassicurazioni. «Lo chiamo e lui risponde che è tutto a posto, mi dice di stare tranquilla, che stanno lavorando» confiderà poi alla Merlino. Il Cavaliere, va da sé, non oserebbe mai rinunciare a una delle sue madamine di Montecitorio.

Eppure la notte è lunga a villa San Martino. Tra un ritocco e l’altro si tira avanti fino all’alba. E quando si arriva all’ora del cornetto e del caffè, il nome della De Girolamo non è più in cima alla lista. Cosa sarà successo? Silenzio. Solo per caso De Girolamo viene a sapere del colpo basso dallo stesso Fontana. È furibonda, corre al partito, alla sede piazza di San Lorenzo in Lucina, e vuole conoscere la ragione dell’esclusione. «Perché proprio io?» si sgola. E allora giù con le dichiarazioni al vetriolo («Contro di me metodi da Gomorra») nelle interviste ai giornaloni. Ma è sul piccolo schermo che si confessa. In diretta, ospite a L’Aria che tira, ricostruisce: «[…] Quella notte, ho i coordinatori regionali testimoni, a prendere le liste c’erano De Siano (coordinatore campano, ndr), Luigi Cesaro, Paolo Russo e, mi spiace dirlo, Mara Carfagna». E lì sferra l’attacco che spingerà Carfagna alla guerra delle carte bollate: «Non posso accettare che esista il metodo delle donne che odiano le donne, mi aspetto da Mara che prenda le distanza da questa classe dirigente, perché lei è una donna diversa e non può essere coinvolta e confusa con chi ha fatto questo perché quella notte c’era lei».

Ma l’amica-nemica Mara non solo non prende le distanze ma invia l’atto di citazione con risarcimento danni. Atto che a De Girolamo viene recapitato lo scorso ottobre da parte del Tribunale di Roma. Lo sfogo con un collega azzurro: «Dopo il danno la beffa». E così le due non si parlano più. Non un contatto, non un chiarimento. Si ritroveranno assai presto davanti un giudice. Prima però ci sarà una sfilata di testimonianze. De Girolamo ha citato Niccolò Ghedini, Licia Ronzulli, Renato Brunetta, Paolo Romani, Gianni Letta, persino Silvio Berlusconi in persona. A favore di chi si schiereranno? In Transatlantico bocche cucite. Ma da Arcore filtra un Cavaliere che, assai irritato, avrebbe mormorato: «Noi non siamo un partito che ricorre alla giustizia». 

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