DdL Boschi: strada minata per il governo

Nonostante il sì del Senato, l'iter della riforma costituzionale è ancora lungo e complesso. E potrebbe creare forti tensioni nella maggioranza

Renzi-Verdini

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi e Denis Verdini in Senato - Roma, 20 Gennaio 2016 – Credits: ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Claudia Daconto

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Dopo un lungo iter iniziato nell'agosto del 2014, la riforma costituzionale ha ottenuto ieri il via libera definitivo del Senato. Da oggi, anche se manca ancora l'ultimissimo passaggio alla Camera, si entra ufficialmente in clima referendario. L'articolo 138 della Costituzione prevede infatti che quando si tratta di modificare la Carta fondamentale, il Parlamento è tenuto a una doppia deliberazione con una distanza minima di almeno tre mesi tra la prima e la seconda lettura e che se in questo secondo passaggio l'approvazione ottiene meno dei due terzi dei voti favorevoli di entrambe le Camere, scatta automaticamente il referendum confermativo.


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La prova del referendum di ottobre
Referendum che il premier Matteo Renzi ha deciso di trasformare in un plebiscito su se stesso per ottenere quell'investitura popolare piena che, se si esclude il test delle Europee del maggio del 2014, ancora gli manca. Per questo anche ieri, intervenendo a sorpresa in Aula prima del voto, Renzi ha sorvolato sulla qualità dei voti necessari a raggiungere la maggioranza per far passare la riforma e ha sottolineato la quantità di quei numeri che, dalla votazione precedente, cresce. Anche se oggi, sia alla sua destra che alla sua sinistra, tutti chiedono il conto.

I numeri al Senato
Ieri i sì sono stati 180 (la maggioranza assoluta al Senato è di 161). Della maggioranza hanno votato in 158 e mancavano 5 nomi all'appello. Con quelli sarebbe arrivata a 163, appena due voti in più rispetto a quorum. Ecco perché l'apporto dei 17 di Ala, più 2 esponenti di Forza Italia (Barnabò Bocca e Villari) e 3 ex leghisti Bisinella, Munerato e Bellotti legati a Flavio Tosi, spicca particolarmente.

L'apporto di Verdini
Tanto che Denis Verdini e i suoi si sono subito affrettati a sottolineare il fatto che senza i voti di Ala Renzi non ce l'avrebbe fatta e che quando a ottobre si giocherà il proprio futuro politico con il referendum, l'apporto dei centristi rischia di rivelarsi determinante soprattutto se la sinistra del suo partito dovesse decidere di mettersi seriamente di traverso.

Chi non ha votato
Per quanto riguarda invece le defezioni, anche queste contengono un messaggio. A parte il dem Renato Turano e il centrista Paolo Bonaiuti entrambi assenti giustificati, a eclissarsi tatticamente al momento del voto sono stati gli altri due esponenti Ncd Azzollini e Anitori e Paolo Naccarato di Gal. E' noto che Angelino Alfano punti a ottenere un maggiore riconoscimento politico e non è un caso che proprio tra oggi e domani si giochino le partite delle commissioni del Senato e di alcune caselle da riempire a Palazzo Chigi (un ministro e almeno un viceministro).


Il partito della nazione
Con l'intervento di ieri Matteo Renzi ha voluto chiarire, soprattutto alla sua minoranza interna che già parla di trasformismo, che tuttavia egli non si sente ostaggio né delle defezioni calcolate del suo alleato di governo, né dei favori che oggi gli offre Verdini in attesa di rivalersi domani. Il timore diffuso tra i suoi è che alla fine l'ex braccio destro di Silvio Berlusconi possa ottenere quella modifica all'Italicum che gli permetterebbe di allearsi con il Pd alle prossime elezioni sancendo di fatto la nascita del famoso partito della nazione.

La minoranza dem
E quando, per tranquillizzare gli animi, il vicesegretario Lorenzo Guerini dice che “non esiste in natura che Denis entri nel Pd”, in realtà non sta dicendo che non sia possibile, o che sia escluso categoricamente, che un'alleanza di qualche tipo possa materializzarsi all'orizzonte. Fatto sta che della trentina di dissidenti dem che lo scorso autunno votarono contro il ddl Boschi, ieri era rimasto solo Walter Tocci e i 180 voti a favore hanno rappresentato un record di consensi da quando Renzi siede a Palazzo Chigi. In cambio del suo appoggio anche in vista del referendum, la minoranza chiede però l'elezione diretta dei senatori. Nel frattempo le opposizioni affilano le armi. La battaglia non è ancora finita.

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