Politica

Il doppio interrogatorio di D’Ambrosio: nuovo mistero della "trattativa"

Il consigliere giuridico del Quirinale, interrogato due volte a Palermo nel 2012 sulla trattativa Stato-mafia, ne era uscito "scosso e turbato"

Il Palazzo del Quirinale – Credits: FILIPPO MONTEFORTE/AFP/Getty Images

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, il 28 ottobre è stato ascoltato nella Sala del Bronzino, al Quirinale, per oltre tre ore dai giudici di Palermo, nel processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. Nella lunga deposizione, il capo dello Stato, rispondendo a ogni domanda, si è soffermato a lungo sulle dichiarazioni del suo consigliere giuridico, Loris D'Ambrosio, morto d'infarto il 26 luglio del 2012 dopo una campagna denigratoria montata sui media in seguito alle intercettazioni telefoniche con il senatore Nicola Mancino.

Napolitano ha ricordato che D'Ambrosio non aveva mai parlato di “indicibili accordi” nelle deposizioni rese come teste alla procura di Palermo, a Roma il 20 marzo e il 16 maggio 2012, proprio nel capoluogo siciliano. Anzi, interrogato dall'allora  procuratore capo Francesco Messineo e dal pm titolare dell'inchiesta Stato-mafia, Antonino Di Matteo, D’Ambrosio non aveva mai parlato di “patti” o di “ricatti allo Stato” durante il biennio delle stragi 1992-'93.

Secondo un’autorevole fonte di Panorama all'interno del Quirinale, il consigliere giuridico del capo dello Stato, “era rimasto scosso e turbato non tanto dall'interrogatorio, ma dalle sue modalità”, essendo D'Ambrosio “una persona rigorosa a livello morale con una lealtà istituzionale e preparazione giuridica rara, ma umanamente estremamente sensibile”.

Infatti nella ormai famosa lettera inviata al capo dello Stato il 18 giugno 2012, con l’annuncio delle sue dimissioni (poi respinte), Loris D'Ambrosio denunciava ”il ripudio di metodi investigativi non rigorosi nella ricerca delle prove e nella verifica della loro attendibilità e ancora l'abiura di approcci disinvolti più attenti ad effetti mediatici che alla finalità di giustizia”.

A chi si riferiva D'Ambrosio con l’amara constatazione? A qualche testimone incline a versioni fantasiose compiacenti per la procura di Palermo? Oppure si riferiva ai metodi utilizzati contro di lui negli interrogatori, visto che ne era rimasto scosso e turbato?

 Come mai il 28 ottobre i pubblici ministeri di Palermo, le parti civili e i legali dei boss non hanno chiesto a Napolitano di spiegare questa frase scritta da D'Ambrosio prima di morire?

IL TESTO DELLA DEPOSIZIONE DI GIORGIO NAPOLITANO
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