Silvio, Massimo e "l'attrazione fatale"

Berlusconi e D'Alema, storia (politica) di due uomini che si sono tanto odiati fino a stimarsi (dalla Bicamerale al Quirinale?)

Silvio Berlusconi e Massimo D'Alema (credits: ANSA/CLAUDIO PERI/DRN)

Giovanni Fasanella

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Silvio Berlusconi e Massimo D’Alema calcano insieme la scena da almeno un ventennio. E tutto si può dire di loro, tranne che non abbiano lasciato un segno nella storia politica del dopo guerra fredda.

Uno ha raccolto l’anticomunismo storico, lo ha fuso in un nuovo contenitore e gli ha restituito orgoglio e ruolo dopo la mattanza di Mani pulite. L’altro ha rimesso insieme i pezzi della macchina da guerra occhettiana umiliata dalla destra, li ha riassemblati ed ha portato per la prima volta gli ex comunisti al governo (egli stesso è stato il primo presidente del consiglio italiano proveniente dalla tradizione del Pci).

Due nemici che si sono detestati. Si sono combattuti senza esclusione di colpi. Si sono scambiati insulti feroci. Ma come sempre succede quando un odio profondo, segna i rapporti tra due persone, c’è anche il rovescio della medaglia: quel sentimento così forte e viscerale finisce spesso per trasformarsi in attrazione fatale.

E così è. Difficile immaginare Berlusconi senza D’Alema, e D’Alema senza Berlusconi. Tant’è.

La loro ascesa iniziò lo stesso anno, 1994. La vittoria del Cavaliere in quelle elezioni politiche fece anche la fortuna di Max, che detronizzò lo sconfitto Achille Occhetto dalla guida del Pds (l’ex Pci) e ne prese il posto. Appena poche settimane prima, D’Alema aveva detto del ricco Berlusconi che lo avrebbe visto volentieri mendicare all’angolo di qualche strada. E Berlusconi aveva detto di D’Alema che era un parassita della politica e che si sarebbe dovuto cercare un lavoro vero. Poi, all’improvviso, passarono dagli schiaffoni agli abbracci.

D’Alema disse che le tv di Berlusconi erano una grande risorsa per il Paese, e Berlusconi contraccambiò dicendo che D’Alema aveva la stoffa dello statista. E così esplose una grande passione che sfociò nella stagione della Bicamerale. Che avrebbe dovuto porre fine a oltre mezzo secolo di guerra civile tra destra e sinistra attraverso una “grande riforma” condivisa. Ma il progetto naufragò ben presto, raso al suolo da veti incrociati, resistenze, egoismi, macchinazioni, sabotaggi e ogni altra meschineria di cui fossero capaci politica, corporazioni e sistema dell’informazione. Così, l’idea più brillante scaturita dal cervello di un leader della sinistra italiana, dopo il “compromesso storico” di Enrico Berlinguer,  quella appunto della pacificazione nazionale, fu invece archiviata  miseramente come “l’inciucio”.

Chissà se D’Alema e Berlusconi, in tutto questo tempo, hanno avuto modo di riflettere sui motivi che hanno trasformato quella simpatica parola napoletana in un macigno sulla strada della “grande riforma”. Sta di fatto che, da allora, il sistema politico italiano ha continuato a scivolare inesorabilmente verso il baratro. E anche Berlusconi e D’Alema si stavano ormai rassegnando a un destino, diciamo, declinante. Ma ancora una volta il caso ha voluto che le loro strade si incrociassero. Il primo, dato per spacciato, nelle ultime elezioni è stato invece protagonista di una spettacolare rimonta. E, dato per “rottamato”, come per magia, è riemerso anche il secondo.

Bene. Ora siamo esattamente a questo punto: l’Italia è letteralmente a pezzi, aspetta che si formi un governo adeguato alla gravità della situazione, ma la politica sembra ancora una volta paralizzata, come se vent’anni fossero passati invano. Max e il Cavaliere avrebbero la chiave per uscire dallo stallo. L’impresa è immane, non è facile rimuovere le cause che hanno trasformato una grande politica in un “inciucio”, e quella parola in un macigno. Ma non impossibile. Servirebbero però una sana autocritica e una buona dose di coraggio.

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