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ANSA/ANGELO CARCONI
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Da SI a Pisapia: che cosa si muove a sinistra del Pd

Le prospettive politiche, i gruppi in campo, le differenze strategiche di quel mondo che, in vista delle elezioni, guarda ormai fuori dal partito di Renzi

Un «campo aperto» dove si possano incontrare o reincontrare tutti coloro che, a sinistra, «sentono di aver perduto la casa politica» e che di fatto non si riconoscono più nel Partito democratico. Lo ha definito così, l'ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, il suo progetto politico denominato Campo progressista presentato ieri a Milano nella gremita sala concerti della Santeria, un ex concessionario di automobili lungo la circonvallazione esterna trasformato in un importante centro culturale del capoluogo lombardo.

Ad interloquire con lui, sul palco, c'erano il deputato prodiano Franco Monaco, ulivista della prima ora, Massimo Smeriglio, Vicepresidente della Regione Lazio in quota Sel, Laura Boldrini, presidente della Camera, e Gad Lerner, nella veste di moderatore della serata. Una serata cui ha partecipato anche Bruno Tabacci, amico personale di Giuliano Pisapia, ex assessore al Bilancio della prima Giunta arancione, tra i primi a credere - lui che viene dalla Democrazia cristiana - che soltanto una candidatura dal profilo netto e radicale come quella di Pisapia possa contribuire a far rinascere un soggetto politico di centro sinistra che, senza chiudere le porte al dialogo  elettorale con il Pd, sostituisca la parola «rottamazione» con quella di «inclusione». Pisapia, per Tabacci, può essere il nuovo Prodi, un federatore di quel mondo di sinistra o di centrosinistra al quale ormai il Pd sta troppo stretto.

«Vorrei un campo progressista che sia laburista e non chiuda gli occhi sui diritti del lavoro, che sia femminista e ambientalista, europeista e solidale» ha spiegato Laura Boldrini, a dare respiro nazionale a un'iniziativa politica che aveva tra i suoi punti deboli quello di essere forse troppo legata alla storia di Milano e alla giunta arancione.

Il Campo progressista - «ma il nome non lo abbiamo ancora scelto» - è solo una delle iniziative che sono nate nell'ultimo anno, in quel mondo che sta fuori dal Pd di Renzi. Da Sinistra Italiana dell'ex sottosegretario Fassina (Fassina, chi? disse una volta Renzi), l'unico gruppo che oggi viene monitorato nei sondaggi (4% ca)  e che conta 31 deputati e 8 Senatori, al Campo progressista di Pisapia che, più che un partito, punta a essere il motore di un nuovo soggetto politico, è tutto un pullulare di iniziative che certo riflettono antiche e serie divisioni politiche ma sempre più spesso rancori personali del vecchio ceto politico della sinistra-sinistra. Un vecchio spartito molto, forse troppo novecentesco per impienserire (perora) il Pd di Renzi, per tutti - sia gli ortodossi che i dialoghisti - troppo schiacciato su posizioni neocentriste.

La stessa Sinistra Italiana - la prima organizzazione a nascere sulle ceneri della rottamazione renziana - si è spaccata già in due tronconi in vista del  primo Congresso a Rimini. L'ex sottosegretario Stefano Fassina vuole fare di Sì - un po' come Nichi Vendola - il nucleo fondativo e organizzativo di un nuovo partito di sinistra ortodossa in lotta contro l'Ue dell'austerity ma anche contro il Pd e il neoliberalismo del suo gruppo dirigente, con cui mai si alleerebbe in vista delle elezioni.

Il suo ex braccio destro, Arturo Scotto, il capogruppo alla Camera di Sì che può contare su 17 deputati, guarda invece al Campo di Pisapia, già più possibilista su un eventuale alleanza elettorale col Pd di Renzi, tanto da essersi meritato - a chi dice  «Mai con Renzi»! - la dispregiativa denominazione di  «stampella» dell'ex premier.

Il Campo, semmai, è un cantiere aperto, animato da spirito unitario col Pd e da «civismo»,  che ha tra i suoi punti fermi quel «mai più il centrosinistra deve allearsi con la destra o con alcuni suoi pezzi» che ha dichiarato lo stesso ex sindaco milanese alla Santerie.

Ci sono poi gli ex di Sel, spaccati al proprio interno tra un'anima più intransigente e anti-Pd e l'anima che guarda con interesse al tipo di organizzazione che vorrebbe costruire Pisapia, anche lui - dopo essere stato parlamentare di Rifondazione - proveniente dalle fila del partito di Vendola.

C'è poi la questione dei transfughi del Pd, di quale organizzazione potrebbe essere in grado di raccogliere sotto le sue ali quel pezzo del ceto politico post-comunista nel Pd che ormai parla apertamente di scissione. E c'è l'area giovanile di Possibile di Pippo Civati, uno dei primi a essersene andato dal Pd dopo il pasticcio dei «101 traditori» che non votarono Prodi al Colle nel 2013. Anche lui è su posizioni intransigenti: «Se Pisapia e chi aderisce al suo movimento vogliono fare la stampella di sinistra del Pd renziano, noi non ci siamo. Se invece intendono proporre una lista senza il Pd, allora possono contare sul nostro appoggio».

Qualcosa, insomma, si muove fuori dal Pd ma la definizione più azzeccata è forse quella che dato Repubblica, quando ha parlato di «sciarada», rebus finora politicamete inestricabile dove le differenze strategiche mascherano spesso divisioni puramente ideologiche e astratte, come nella tradizione della sinistra-sinistra, ma talvolta anche - è questo il sospetto di molti - rancori e antipatie personali nei confronti del rottamatore.

È su quest'ultimo aspetto che giocherà Renzi per evitare di rimanere troppo scoperto a sinistra e vedere, prima delle elezioni, un via vai di ex dirigenti di estrazione comunista che potrebbero abbandonare il partito in massa o alla spicciolata. Il suo auspicio è che la piccola guerra per l'egemonia del mondo della sinistra possa essere vinta da chi, come Pisapia, non rifiuta alleanze a priori, ma restando radicalmente autonomo, come è possibile del resto in un sistema elettorale di tipo proporzionale. Come andrà a finire? La sinistra sinistra (che ha un bacino potenziale almeno del 10-12%) saprà sconfiggere il virus dello scissionismo, malattia infantile e senile del comunismo ma anche del postcomunismo? La domanda sta anche qui, e il cupio dissolvi è ancora dietro l'angolo. Come nella più classica tradizione del comunismo internazionale.


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Paolo Papi