D'Alema vs Renzi: storia di un reciproco disprezzo

L'ex leader Ds gli dà dell'ignorante, il premier lo accusa di aver distrutto la sinistra: tra i due la pace armata è durata un battito di ciglio

Renzi e D'Alema – Credits:  ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Sabino Labia

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"Il Governo compie indubbiamente degli sforzi, poi i risultati sicuramente, per ora, non sono soddisfacenti”;"La segreteria del Pd è un gruppo di persone che sono fiduciarie del presidente del Consiglio". Con questo uno/due da pugile consumato, il rottamato Massimo D’Alema è tornato sul ring per sfidare per l’ennesima volta il giovane avversario, il rottamatore Matteo Renzi.

Parafrasando il mitico incontro di boxe tra Muhammad Ali e George Foreman del 1974, potremmo titolarla "The Rumble in the Jungle" (terremoto nella giungla) dove la giungla, in questo caso, è quella del PD dal momento che gli agguati sono all’ordine del giorno.

Che i due non si siano mai amati è una questione più che risaputa, anche se, negli ultimi tempi, sembrava che una sorta di pace armata fosse stata firmata. Ma si sa che questo tipo di tregue non sono destinate a durare, soprattutto quando in gioco ci sono delle poltrone. La causa che ha portato a disseppellire l’ascia di guerra, è stata la nomina di Federica Mogherini (alla quale ovviamente e diplomaticamente sono state riservate parole gentili) alla carica di Alto commissario per gli Affari Esteri dell’Ue provocando la conseguente, e prevedibile, reazione a dir poco stizzita di D’Alema, al cui incarico, così come per la presidenza della Repubblica, aspira ormai da qualche lustro, ed è la seconda volta che è costretto a subire l’onta della sconfitta.

Lo scontro ha origini lontane, quando nel 2010 l’allora sindaco di Firenze cominciò la sua scalata al potere attaccando per la prima volta a testa bassa e senza mezzi termini i vertici del partito e quello che poi sarebbe diventato l’acerrimo nemico simbolo della vetustà di sinistra: “Nuovo Ulivo? Uno sbadiglio ci seppellirà. Mandiamoli tutti a casa questi leader tristi del Pd. Non faccio distinzioni tra D'Alema, Veltroni, Bersani... Basta. È il momento della rottamazione. Senza incentivi”.

Conoscendo il personaggio, non bisognò aspettare molto tempo per sapere come era stata recepita la richiesta di rottamazione e, immediata, arrivò la risposta: “Questo Renzi non l’ho mai sentito enunciare un programma per il Paese, formulare idee nuove sui problemi del paese. Se vogliono rottamarmi devono inseguirmi in giro per il mondo”.

Un anno dopo, quando il giovane rottamatore aveva cominciato, con successo, a fare proseliti fuori e dentro il partito, ci pensa D’Alema ad aprire le danze delle accuse per tentare di arginare l’avanzata: “Renzi, loffio e ingrato”; la risposta è secca: “Il Pd non sei tu”.

Nel 2012 è ancora D’Alema a incalzare l’avversario nella speranza di impedire l’avanzata: “Renzi? La rottamazione è l'unica idea che abbia prodotto fino all'ossessione”. Passa qualche giorno è arriva la contro-stoccata, che riletta oggi ha un che di nemesi storica: “È andato a Palazzo Chigi non perché è stato eletto, ma perché ha cucito una relazione con Mastella e Cossiga”.

Nella primavera del 2013, si vota il nuovo Capo dello Stato, e D’Alema, che rientrava, anche qui, nella cosiddetta rosa dei papabili, decide di giocare la carta dell’amicizia prendendo le difese di Renzi escluso dal partito dal numero dei Grandi Elettori in qualità di rappresentante regionale; l’idea era di poter usufruire del voto dei renziani al momento dello scrutinio, ma sappiamo come è andata a finire.

Passa qualche mese e Renzi, in occasione delle ennesime primarie democratiche, decide di dare fuoco alle polveri ospite della trasmissione di Fabio Fazio (Che tempo che fa) sparando: “D'Alema pensa che se vinciamo noi distruggiamo la sinistra, ignorando il fatto che l'hanno già distrutta loro la sinistra e a noi toccherà ricostruirla”; D’Alema da buon diplomatico rende pan per focaccia dopo neanche 24 ore: “Renzi è ignorante e superficiale anche se spiritoso e brillante”. Che dire, una sfida senza esclusione di colpi.

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