D'Alema al Colle: così il PdL potrebbe sparigliare i giochi

Tra i candidati al Quirinale graditi al centrodestra ci sarebbe anche l'ex premier Ds. Al quale però potrebbero mancare i voti del Pd di Bersani. Le indiscrezioni del cronista di Panorama.it

Massimo D'Alema

Roma, 24 ottobre 2011. Il presidente del Copasir, Massimo D'Alema, al palazzo della Provincia, partecipa alla presentazione del volume AL WASIT. LA LINGUA ITALIANA PER ARABOFONI dello scrittore iracheno Abrah Malik. (Ansa/MASSIMO PERCOSSI)

Paola Sacchi

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Gianni Letta o Letta Gianni? Un altro Giorgio Napolitano? O l'ex sindacalista Franco Marini? O ancora, colui che l'Avvocato Agnelli chiamava "il migliore dei peggiori" e che tale sarebbe visto sul colle più alto anche dal Pdl. Ovvero, quel Massimo D'Alema che però "rischierebbe di non avere i voti del Pd...", scherza ma non troppo, sotto anonimato, un parlamentare del Pdl.

Che chiosa: "Ma roba da matti! Questi sono una minoranza che vuole prendersi tutto ma proprio tutto. E ora sarebbe anche pronta a impallinare uno dei loro solo perché è colui che ragiona di più nell'interesse del paese...Ho sentito segretari di sezione pronti a dimettersi se fosse D'Alema". Cose dell'altro mondo, davvero.

Nomi il Cavaliere rigorosamente non ne fa. E la consegna ai suoi è di rispettare il silenzio sul Colle, benchè Giancarlo Galan ipotizza il nome di Antonio Martino, professore liberale del PdL.  Ma che Pier Luigi Bersani ora voglia tutto lo denuncia nel corso della riunioni del deputati prima e dei senatori poi lo stesso Silvio Berlusconi che affonda il dito su quella dichiarazione con la quale il segretario del Pd aveva promesso che anche se avesse preso il 51 per cento si sarebbe mosso come se avesse preso il 49 per cento.

Berlusconi chissà forse se lo sente già che al Quirinale potrebbero mandare Stefano Rodotà o Romano Prodi. E avverte i suoi:  "Vedrete che manderanno al Colle uno di sinistra". Già scalda i muscoli, il Cav, per le prossime elezioni: "Mi sento più in forma che nel '94, se sarà così daremo battaglia nel Parlamento e nel paese". Ai parlamentari dice di trasformare subito in disegni di legge le proproste fatte durante la campagna elettorale, dall'Imu alla crescita economica alla riforma della giustizia. Che quella del Pdl sarà un'opposizione dura e intransigente ma dal profilo istituzionale lo dimostrano i nomi dei nuovi capigruppo, che saranno formalizzati domani, alla Camera (Renato Brunetta) e al Senato (Renato Schifani). Sono i due Renato della nuova stagione con la quale il Cavaliere intende "realizzare un nuovo sogno".

Brunetta è l'economista che con a suon di cifre, studi e dossier con l'indice puntato contro la Merkel e la sua politica "antitaliana" ha dato una grande mano alla rimonta del Cav, quando ancora, alcuni del Pdl non si
mostravano così determinati come l'ex ministro anti-fannulloni. Schifani è il moderato, stimato da tutti, maggioranza e opposizione di sinistra, quando ha fatto il presidente del Senato. E c'è già chi dice, ma
è solo uno dei tanti restroscena che girano e da prendere con le molle, che potrebbe addirittura tornare a farlo. Se il capo dello Stato desse l'incarico a Pietro Grasso e ovviamante Grasso riuscisse a formare un governo. Grasso potrebbe subentrare, con un incarico esplorativo, proprio come seconda carica dello Stato,  ovviamente a Bersani se il "suo " governo non dovesse decollare. Ma siamo solo alle ipotesi.

Ora, prima ancora delle consultazioni per il governo tutti gli occhi sono puntati  sul Quirinale, dove a quanto pare Mario Monti non avrebbe più chance. Nel pomeriggio prima che i montiani si riunissero per decidere i capigruppo aveva preso a girare la voce che Monti avesse accarezzato anche l'idea di fare il capogruppo al Senanto. Berlusconi con i suoi faceva battute del tipo: "A questo punto chiederà anche di fare il c.t. della nazionale". Poi una barzelletta su Gianfranco Fini che "arriva al portone di Montecitorio, bussa ma non lo fanno entrare e allora Fini insiste con il commesso: ma guardi che ho abitato qui trent'anni". Battute per stemperare il clima cupo che  sta scendendo sulle puntate future della diciassettesima legislatura appena iniziata e già non fortunata per il numero che porta. E che rischia molto se la maggioranza-minoranza della sinistra si ostina a voler tagliare fuori dai giochi un partito, come il Pdl. Con i suoi nove milioni di voti.

Il prezzo sarebbe quello di gettare altra benzina sul fuoco di una paese tutt'altro che pacificato.  Ma Bersani, ragiona alla buvette in privato e a titolo del tutto personale, l'ancora sottosegretario Gianfranco Polillo: "E' un emiliano, sembra voler andare avanti come uno di quei partigiani che infierirono sui vinti...". Solo che
stavolta non ha vinto neppure Bersani.

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