Politica

Crosetto: "Governare Roma si può, ma bisogna licenziare"

Il "gigante buono" di FdI oggi è un imprenditore, ma il suo nome è nella lista dei possibili candidati per il dopo Raggi al Campidoglio

Crosetto-Fratelli-d'Italia

Carlo Puca

-

«Lo ammetto: mi domando spesso se ho fatto la scelta giusta». Da quasi nove mesi Guido Crosetto non è più deputato. Uno dei tre fondatori di Fratelli d’Italia rassegnò le dimissioni dalla Camera già nel giugno 2018, ma ha poi dovuto combattere per farsele approvare dai colleghi deputati. Dopo tre fumate nere, c’è riuscito poco prima di primavera, il 13 marzo 2019. Da allora è immerso nel ruolo di presidente dell’Aiad, la Federazione delle Aziende italiane per l’aerospazio, la difesa e la sicurezza. Tuttavia, la sua testa continua a macinare pensieri e parole per la politica. Come se nulla fosse cambiato.

Crosetto, dunque si è pentito.

Il mio è un pentimento quotidiano. Poi, però, prevale la consapevolezza che adesso il mio contributo in parlamento sarebbe risultato inutile.

Che fa, si sottovaluta?

Ma no, sono soltanto realista. Molti mi riconoscono la qualità del buonsenso. E quando sei all’opposizione il buonsenso viene sostanzialmente disprezzato. Io sono di quelli utili quando rappresentano una forza di governo. Senza considerare che ho sempre lavorato tanto.

E in parlamento si lavora poco.

Dipende da come sei fatto. Non mi sono mai tirato indietro davanti alla fatica. Anche da deputato ho sempre sgobbato, però talvolta il rischio è di correre a vuoto. E io detesto il tempo sprecato. Anche perché ne ho sempre meno davanti.

Lei ha il culto del lavoro.

La passione viene da lontano, dai nonni, che fondarono un’azienda di macchine agricole. Ancora le produciamo. L’impresa ora la curano i cugini seppur costruita tecnicamente da mio padre. Da lì, poi, mi sono allargato in altri settori, dalle costruzioni meccaniche, al riutilizzo di scarti alimentari per produzione di mangimi, al commercio all’ingrosso di materiali sanitari ed edilizi, al turismo.

Gestire tutte queste attività non dev’essere facile.

Per tutti noi, da generazioni, gli orari non esistono. Col tempo mi sono anche accorto che è sbagliato ma proprio non riesco a redimermi, sono stato allevato così.

Un esempio?

Se vado al supermercato a fare la spesa con moglie e figli quasi mi vergogno perché mi pare di togliere tempo al lavoro, d’altro canto ho vissuto sempre considerando giorni lavorativi pure il sabato e parte della domenica.

Una curiosità. Cosa stava facendo prima di parlare con me?

Ero con la mia figlia più piccola.

Per lei anche questo è tempo perso?

Certo che no. A patto di fare qualcosa di costruttivo.

Per esempio?

I miei figli studiano inglese e cinese. Stavamo imparando i numeri in mandarino. Se vuole glieli elenco tutti, dall’1 al 10: yi, èr, san…

Le credo sulla parola, tanto non li conosco.

Lei sbaglia, il cinese sarà fondamentale nell’immediato futuro.

È ottimista, crede al futuro in un Paese depresso.

Ci credo grazie all’alta considerazione che ho della energie che esistono ancora in una parte del Paese, anche nella politica, che mantiene un ruolo fondamentale per rianimare l’Italia. È soltanto questione di tempo e di persone giuste al comando.

Quando le esplose una così forte passione politica?

Apparentemente tra il liceo e l’università a Torino, quando venni eletto rappresentante degli studenti al Consiglio di amministrazione dell’ateneo. Ma mia madre ripete sempre che già alle elementari riempivo di domande chiunque. Ero un bel rompiscatole.

All’università era democristiano.

Come mamma. Non a caso, ora come allora, ripete sempre la stessa, democristianissima, frase: «L’importante è che stiate bene e vi vogliate bene».

E suo padre?

Papà, da liberale vecchio stampo, disprezzava la politica. A suo dire era tempo perso sottratto al lavoro serio. Per lui i leader del Pli, come Valerio Zanone e persino quasi Raffale Costa, erano troppo comunisti.

Lei è passato dalla Dc a Forza Italia mentre era sindaco di Marene, in provincia di Cuneo.

In realtà, finita la Dc, sono prima rimasto senza casa per cinque anni, coltivando un’esperienza civica, peraltro straordinaria, bellissima. Avevo 25 anni e una squadra fantastica. Abbiamo lavorato gratis 14 anni, ce lo potevamo permettere. I nostri compensi sono serviti a finanziare alcune opere pubbliche fatte, che sono il vero premio alla nostra fatica. Fare il sindaco ti consente di vedere realizzate le cose che hai pensato, è impagabile.

E lei cosa ha fatto materialmente?

Ho acquisito e restaurato un palazzo nobiliare per farci la sede del Comune, costruito il centro sportivo, fatto vincere a Marene, quando ancora non si parlava di raccolta differenziata dei rifiuti, il premio come Comune più riciclone d’Italia. Se vuole continuo.

Mi pare pronto per candidarsi a sindaco di Roma. Mi risulta glielo chieda Giorgia Meloni.

Giorgia è affettuosa ma per Roma, dove ormai vivo, ci vorrebbero un commissario straordinario con pieni poteri, per anni. Per com’è la situazione, un sindaco, anche il migliore, può fare ben poco.

Lei come si concentrerebbe?

Responsabilizzando le persone, i dipendenti. Per esempio, affidando pezzi di città a persone con nome e cognome, per la pulizia, per la sicurezza, per il decoro, per i controlli. Responsabilizzare, premiare e punire, anche licenziando: non c’è altro modo per far funzionare le cose. Nel pubblico come nel privato.

Questo dettaglio del licenziamento conferma che lei è decisamente di destra.

Forse sì, ma per me significa essere seri e rigorosi. Senza premiare i bravi e punire le mele marce non si costruisce classe dirigente.

Però ho scoperto che tra i suoi migliori amici c’è un «sinistro» doc, Carlin Petrini, il padre di Slow food.

Ora gliela spiego bene.

Prego.

Correva il 2002. In Piemonte l’allora governatore azzurro, Enzo Ghigo, insieme a Petrini individuò la Reggia di Pollenzo come sede dell’Università di Scienze gastronomiche. Parliamo di due sognatori, lo dico nel senso più bello del termine. Il sogno però si scontrò con problemi pratici, tipo la ristrutturazione, i contenziosi o l’organizzazione. Io sono un uomo pratico e quindi Enzo chiese a me di occuparmene. Raccolsi le carte, le studiai, e portammo a termine il sogno. Perciò nella foto dei fondatori dell’Università ci sono pure io.

Per favore, non sfugga alla domanda sulla frequentazione con Petrini.

Sono diventato amicissimo di quel comunistaccio di Carlin su un terreno evidentemente comune: il cibo, il vino e la convivialità.

A proposito di food, lei è in ottimi rapporti anche con Oscar Farinetti, patron di Eataly e renziano della prima ora.

Lo conosco da anni. Pensi che venne a presentarmi il progetto di Eataly prima che nascesse. Lo sento ogni tanto. Un giorno, sul Corriere della sera ho trovato una sua intervista in cui mi ha definito uno dei suoi politici preferiti. Confesso che mi ha colpito. Se una persona di qualità, anche di idee diverse dalle mie, mi cita in questo modo, mi fa piacere. Vuol dire che c’è rispetto reciproco.

Lei viene definito «il gigante buono». Però è anche un uomo capace di polemiche furibonde.

Dico sempre ciò che penso. Quando ritengo ingiusto qualcosa, non riesco a trattenermi.

Sono rimasti epici gli scontri con Giulio Tremonti, ministro dell’Economia del suo partito di allora, Forza Italia.

Ero relatore della sua legge di Bilancio ma votai contro, motivando la mia decisione.

Disse che quella Finanziaria era «da psichiatri».

Ricordo ancora le urla di alcuni colleghi azzurri, tipo Elio Vito. Però una cosa in più su Giulio devo dirla.

Lo faccia.

Le sue scelte hanno sempre avuto un rigore di pensiero non comune e anche una spinta passionale: questo basta per fargli avere il mio rispetto.

Mi aspettavo una cattiveria e invece niente. Allora mi dica se rispetta anche Mario Monti.

No, proprio no. Di Monti detesto la freddezza con cui ha trattato il Paese, come fosse il banco di un esperimento. Fallito, poi. Tanto per capirci, di Elsa Fornero condivido poco o nulla, ma so che ha sofferto per le sue decisioni. Monti no.

E Berlusconi?

Con Silvio non ho litigato così tanto, anche perché gli ho sempre voluto bene. Proprio per questo, la mia sincerità è stata estrema e lui mi ha sempre dato ragione, purtroppo a posteriori, vedi la mia opposizione al «Fiscal compact».

Nel 2012 lei lo ha anche invitato a farsi da parte per permettere il rinnovamento del centrodestra. Non mi sembra che lo abbia fatto, nemmeno a posteriori.

No, ma sapevo che sarebbe finita così. Anche per questo, pochi mesi dopo, ha fondato Fratelli d’Italia con Giorgia Meloni e Ignazio La Russa. Io entro in FdI principalmente per Giorgia. Fino all’ultimo istante eravamo entrambi titubanti, io molto di più. Poi lei mi ha preso dolcemente per mano e portato in sala stampa per presentare il simbolo.

Meloni dolce? Ma se appare sempre dura e pura.

Si fidi, lo è. Ammetto però di avere avuto qualche battibecco con lei.

Su quali temi?

Sempre lontani dalla politica in senso stretto. A volte ci incancreniamo su temi marginali, come il giudizio sulle persone. Ecco, c’è un aspetto di lei che mi fa arrabbiare come una iena.

Sento odore di notizia.

Tende a troncare i discorsi. Io mi metto a motivare un argomento e lei decide che bisogna chiuderla lì, d’impeto. Però poi facciamo pace immediatamente. D’altronde io dico spesso che per me lei è come una sorella, di sicuro è un’amica vera. Nel nostro rapporto la politica è soltanto una parte, ci cerchiamo più nei momenti di difficoltà umana che politica.

Anche perché le difficoltà politiche sembrano superate. Il vostro partito è in salute.

Posso solo gioirne. Fratelli d’Italia è un pezzo di me, mi sono sacrificato per farlo nascere. La prima volta mi sono candidato al Senato, sapendo che non sarei stato eletto. Idem la seconda alle Europee, dove non superammo il quorum, e la terza alla presidenza della Regione Piemonte.

Poi, però, quando è stato eletto alla Camera, si è dimesso.

Lo avevo dichiarato prima delle elezioni e in campagna elettorale. Tra l’altro, preciso che mi sono dimesso esclusivamente per scelta e per serietà.

Perché tiene tanto alla precisazione?

Perché ancora c’è chi scrive e dice che mi sono dimesso per incompatibilità. Non è vero, la Camera non ha mai dichiarato la mia incompatibilità. Ho scelto io di uscire da Montecitorio.

La rivedremo in parlamento, al governo o al Comune di Roma?

La smetta di parlare di Roma! Intanto mi godo il mio periodo sabbatico.

Ovviamente lavorando.

Ovviamente. 

© riproduzione riservata

© Riproduzione Riservata

Commenti