Politica

Crisi di Governo: Trump e gli Usa con Salvini, la Cina no

Ecco come le due superpotenze vedono la fine del Governo Conte e la richiesta di voto anticipato. E perché

Xi Jinping e Donald Trump

Stefano Graziosi

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In primo luogo, sul tavolo troviamo la questione cinese. Sul tema, si erano registrate sensibilità abbastanza differenti in seno alla maggioranza gialloblu soprattutto dallo scorso marzo, quando il governo Conte aveva siglato il memorandum d’intesa per accedere al progetto cinese della Nuova Via della Seta. Una mossa che non venne vista troppo di buon occhio oltreatlantico: Washington teme infatti l’espansionismo geopolitico della Repubblica Popolare in Occidente e – in particolare – il Pentagono paventa da tempo rischi militari e di intelligence in riferimento alla realizzazione di infrastrutture per la rete 5G da parte di Pechino: è in questo senso che vanno d’altronde lette le restrizioni decretate dalla Casa Bianca contro i colossi cinesi del settore come Huawei. In una simile situazione, Matteo Salvini ne approfittò per smarcarsi – quantomeno parzialmente – da quell’intesa, tranquillizzando Washington sul fatto che l’accordo non riguardasse il campo delle telecomunicazioni. Inoltre, per comprovare la propria posizione atlantista, la Lega decise di passare ai fatti, quando  – principalmente su input del sottosegretario Giancarlo Giorgetti – Palazzo Chigi approvò un decreto legge per estendere il golden power al 5G: un modo per conferire al governo la facoltà di veto in materia e – conseguentemente – lanciare un messaggio di rassicurazione proprio agli Stati Uniti. Un gesto che – neanche a dirlo –  suscitò i malumori di Huawei, secondo cui la norma sarebbe stata discriminatoria, in quanto applicabile soltanto alle aziende extraeuropee. Lamentele in qualche modo ascoltate dal Movimento 5 Stelle: a luglio, il sottosegretario grillino, Vincenzo Santangelo, ha annunciato di non voler “insistere” per convertire quel decreto in legge, rinviando la questione a un disegno di legge complessivo sulla sicurezza cibernetica: una scelta che, viste le lungaggini parlamentari, molti analisti hanno de facto interpretato come la volontà di affossare in via definitiva il decreto.

Insomma, il dossier 5G non ha fatto che contribuire a scavare divisioni sempre più profonde in seno all’ormai ex maggioranza gialloblu: una situazione che potrebbe forse annoverarsi tra le cause della presente crisi di governo. Non è del resto un mistero che, soprattutto nell’ultimo anno, la Lega abbia mirato costantemente a proporsi come la principale forza atlantista nell’attuale scacchiere politico italiano. Non solo Matteo Salvini ha sempre ostentato una profonda ammirazione per Donald Trump ma questa convergenza è stata altresì formalmente sancita dal viaggio che il leader del Carroccio ha effettuato, lo scorso giugno, a Washington, dove ha incontrato – tra gli altri – il vicepresidente americano, Mike Pence, e il segretario di Stato, Mike Pompeo. Con quella visita – frutto in buona parte del lavoro diplomatico di Giorgetti – la Lega è riuscita a porsi come interlocutrice privilegiata dell’attuale amministrazione americana, mettendo all’angolo Luigi Di Maio, anche lui per lungo tempo desideroso di trovare una sponda forte con Washington. Un desiderio che è andato tuttavia progressivamente naufragando, in particolare dopo la firma del memorandum con Pechino. Soprattutto da allora, gli Stati Uniti hanno iniziato a nutrire una crescente diffidenza nei confronti del Movimento 5 Stelle. Una diffidenza che è con ogni probabilità aumentata proprio con i recenti sviluppi inerenti alla questione del 5G. Anche perché il braccio di ferro tra la Casa Bianca e Huawei è ben lungi dall’essersi concluso: basti pensare che, appena pochi giorni fa, Trump abbia vietato alle agenzie federali americane di fare affari con il colosso cinese. Segno evidente di come il dossier 5G continuerà a determinare le valutazioni di Washington sulle dinamiche politiche italiane: un fattore di cui la Lega non può ovviamente non tener conto.

Ciononostante la Cina non rappresenta l’unico fronte di convergenza tra l’amministrazione Trump e il Carroccio: un altro elemento di contiguità risulta infatti la comune ostilità nei confronti dell’asse franco-tedesco. Non è un mistero che l’attuale presidente americano consideri Berlino un’avversaria soprattutto sotto il profilo della politica commerciale, mentre i suoi rapporti con Emmanuel Macron risultano piuttosto tesi su un imprecisato numero di dossier (dall’Iran all’ambiente, passando per la proposta di un esercito europeo). Trump ha quindi tutto l’interesse ad indebolire il sistema di potere che Parigi e Berlino costituiscono. E, per conseguire tale obiettivo, sta da tempo cercando di mettere questo sistema sotto assedio attraverso tre canali distinti ma – a loro modo – complementari: Boris Johnson in Gran Bretagna, Viktor Orban in Ungheria e Matteo Salvini in Italia. In particolare, agli occhi di Trump, la stretta migratoria attuata dal Viminale nell’ultimo anno ha rappresentato un duro schiaffo alle linee aperturiste invocate in materia da Francia e Germania. Senza poi dimenticare che quella stessa stretta italiana sia servita al presidente americano per giustificare la propria linea dura in patria (soprattutto nel corso della campagna elettorale per le ultime elezioni di metà mandato). Lo stesso shock fiscale assai spesso invocato da Salvini (una misura che vorrebbe in qualche modo ricalcare la riforma delle tasse approvata dai repubblicani in America nel 2017) viene considerata da Trump un grimaldello per scardinare dall’interno la burocrazia europea a trazione franco-tedesca. Anche in questo caso, c’è stato un momento in cui il Movimento 5 Stelle, forte di una linea profondamente critica verso Bruxelles, ha cercato di guadagnarsi l’attenzione (e il favore) del presidente americano. Sennonché l’aver votato in sostegno della nuova presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, certo non deve aver fatto troppo piacere alla Casa Bianca, che considera (non a torto) questa figura come l’ennesima espressione dell’odiato asse franco-tedesco.

Un punto maggiormente controverso riguarda invece la Russia. Se nel corso del viaggio a Washington Salvini ha sposato l’ortodossia americana su dossier come il Venezuela e l’Iran, su Mosca ha continuato ad esprimere una posizione non perfettamente coincidente con quella dei falchi statunitensi, dicendosi favorevole a un’apertura occidentale nei confronti di Mosca. Qualcuno interpreta questa tesi come una sorta di schizofrenia, un voler contraddittoriamente tenere il piede in due scarpe. In realtà, se è vero che una parte dell’establishment di Washington non veda di buon occhio Vladimir Putin, risulta altrettanto indubbio che Trump stia da tempo cercando una distensione geopolitica con il Cremlino. Ecco: è proprio su questa distensione che il governo gialloblu ha puntato e su cui la Lega sta continuando evidentemente a puntare. D’altronde, per quanto non facile, tale strategia di Salvini potrebbe far leva sul sentimento anticinese di Trump, che mira ad aprire al Cremlino proprio per indebolire la convergenza commerciale e geopolitica, verificatasi tra Mosca e Pechino a partire almeno dal 2014. In questo senso, quello che a prima vista apparirebbe un paradosso anti-atlantista potrebbe in realtà rivelarsi una mossa di piena consonanza con un presidente americano, che continua imperterrito a ritenere di vitale importanza un disgelo verso la Russia.

Insomma, da quanto abbiamo visto, è chiaro che – al momento – la Lega rappresenti la forza politica italiana più vicina alle istanze di Donald Trump. Ed è per questa ragione che, con ogni probabilità, la Casa Bianca potrebbe auspicare delle elezioni rapide, per permettere al Carroccio di sfruttare il consenso registrato nei sondaggi e disporre conseguentemente a Roma di un governo saldamente alleato. Un governo che magari possa includere Giorgia Meloni (anche lei da sempre sostenitrice dell’attuale presidente americano). Ma un governo, per intenderci, che non ospiti al suo interno elementi ambigui o apertamente ostili all’attuale amministrazione statunitense. Se la Casa Bianca – come abbiamo visto – nutre ormai una certa diffidenza verso il Movimento 5 Stelle, ben difficilmente vorrà vedere una maggioranza con dentro il Partito Democratico, storicamente legato negli Stati Uniti alle galassie clintoniane. E, in tutto questo, Pechino brinda alle ipotesi di governi istituzionali, fondati su vaste coalizioni anti-leghiste.

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